Come affrontare i rischi del nuovo che avanza?

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Il nuovo che avanza è fortemente selettivo, per primo taglia fuori chi non ci crede.
Ma le ragioni per non credere ci sono:
Si vive ancora dignitosamente con il vecchio, lo si conosce (certo non per chi ha preso il lavoro o per chi lo sta cercando), non dobbiamo ridiscutere tutti i compromessi, che tengono in piedi le varie facce della nostra vita: lavoro, famiglia, rete parentale (almeno quella che rimane), status, amicizie. Finora siamo stati abituati a qualche scrollone ogni tanto, ma tutto entro quello che abbiamo sempre creduto fosse un normale copione della vita
Si vedono tanti cambiamenti intorno a noi, quando compri, non solo nei prezzi, da dove arrivano i prodotti, in cucina se guardi l’etichette dei cibi che mangi, quando ti vesti la provenienza dei capi che indossi, ma ci si abitua.
• Se lavori ci sono leggi nuove, ma rimangono quelle precedenti, che qualche garanzia ancora credi possano darci.
Hanno chiuso aziende, le imprese cambiano pelle, si trasformano, ma possiamo sperare che tutto questo ci sfiori, ma non ci tocchi.


La realtà però e sempre meno quella che speriamo di vedere e sempre più in cambiamento.
Quindi accettare che il nuovo sia irreversibile conviene; scommetterci contro è molto rischioso. Perdiamo tempo prezioso, che potremmo spendere in modo produttivo nel cercare di comprenderlo ed attrezzarci a conquistare le posizioni più interessanti, più vicine ai nostri modelli di vita e ai nostri interessi:
Se l’azienda non convince, perché è chiaramente in crisi è inutile aspettare gli sviluppi del caso, significherebbe accettare poi tutte le conseguenze derivate dal mal andamento (tagli, blocchi delle promozioni, dei premi, degli straordinari, più lavoro per chi quest’ultimi non li ha pagati, in generale un clima d’insicurezza)
Se l’azienda, a nostro avviso, sta sbagliando strategia conviene non spendersi in battaglie sempre perdenti per convincerla a cambiare, ma prepararsi a lasciarla e approfittare di tempo e risorse per prepararsi a continuare da altre parti la propria carriera
• Se ti accorgi che nuove competenze, conoscenze e nuovi modi di vivere cominciano ad erodere le ragioni della tua posizione o la tua certezza di continuare ad occuparla a fronte dei tuoi costi e di cosa offre oggi il mercato del lavoro, cerca chi ti aiuti a rivitalizzare la tua esperienza e trovare percorsi e senso dentro il nuovo che si sta imponendo
Se ti fanno capire che il tempo ti ha reso obsoleto, prendine atto, ma rifiuta le conclusioni. Ci sono altre strade, tutte da percorrere, che possono garantire il riconoscimento del tuo valore

 
Nulla è semplice quando si deve cambiare, ma anche nulla è scontato. Se vogliamo che tutto si muova in positivo dobbiamo scegliere la direzione giusta, dobbiamo spenderci, dobbiamo saper investire e saper scegliere chi possa guidarci ed accompagnarci.

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Per te la ripresa non c’è!

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Molti mi domandano e io stesso mi chiedo: “c’è o non c’è la ripresa?”.

E scatta uno sterile dibattito tra chi dice “c’è, vera, timida, incerta, non consolidata”, ma c’è e chi risponde: “no, ho mandato tanti CV, ho fatto tante domande di lavoro e nessuna risposta, nemmeno un colloquio!”.
No, la RIPRESA non c’è! Del vecchio non si riprende niente e non è un gioco di parole. C’è un mondo, che è nato (ormai più di 10 anni fa) e si sviluppa a ritmi vertiginosi e ha tutte le caratteristiche del nuovo: interessante, affascinante e carico di promesse, ma anche meno comprensibile, ancora con poche regole e leggi, che ci spaventa e in cui non sappiamo bene come muoverci. Ma il nostro vecchio modo di vivere ed interpretare i nostri ruoli è ancora troppo presente e perdente e trascina verso il basso i numeri.
Pensiamo a 2 fiumi paralleli:

• il primo che viene da lontano, che si è ormai trasformato in un acquitrino. Occupa ancora molto spazio, ma a seconda della permeabilità del terreno sottostante, in certi punti sparisce velocemente; in più, clima caldo e superficie vasta favoriscono un’evaporazione accelerata

• l’altro è ancora per metà torrente, impetuoso, non ha un percorso ben definito, ma si vede chiaramente che arriverà al mare, starci vicino non è tranquillizzante, ma l’aria intorno è frizzante


Forse un la pioggia per un pò salverà il primo fiume, ma contemporaneamente il secondo s’ingrossa, definisce le sue sponde, impone la sua presenza.
Noi siamo tra i due fiumi, se scegliamo il primo possiamo continuare a sognare il passato, ma non ci muoveremo (il “lentamente muore ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi” di Martha Medeiros). Nello sperare in qualche goccia d’acqua, quelli fortunati non vedranno il deserto finale della storia, solo perché se ne andranno prima tra gli inattivi. Nel secondo caso aspettiamoci intoppi, complicazioni, ma non solo quelli, ci saranno successi, risultati e tantissime opportunità.
Se usciamo da queste immagini e rientriamo nella nostra vita reale ci troviamo di fronte qualcosa di molto simile. I dati della “ripresa” sul piano dei numeri ci sono, ma questi non riprendono nulla del vecchio, sono spinti dal nuovo che avanza. Il totale è formato dai + e i – dei due fenomeni.
Per nostra fortuna in prevalenza non ci sono settori che se ne mangiano altri o mestieri che spariscono, ci sono modi e percorsi di essere quel prodotto o quel servizio che sono vincenti, ci sono ruoli e mestieri che devono essere reinterpretati per essere utili.
Voglio fare qualche esempio di ruoli e mansioni di tipo diverso, che sono cambiati e di come provare a fare in modo che “per te la ripresa c’è”:
• la colf di 10 anni fa così l’immaginavamo: bruttarella (la moglie era tranquilla), tutta muscoli, ubbidiente e che faceva bene quello che gli veniva ordinato di fare. Quella/o di oggi può essere anche bellissima/o (tanto chi la/o vede mai), assolutamente affidabile, reperibile sempre (ottimo se avesse whatsapp e una connessione internet), e speri che lei/lui si impegni a concorrere al tuo benessere.

• Tu CFO, ICT manager, HR manager, Sales executive, che devi ricollocarti o che ritieni necessario cambiare azienda, se ti proponi certificando il tuo passato con un CV, anche ben fatto e basta, vali poco. Non è sufficiente nemmeno se ti presenti dove qualche tuo collega è caduto in disgrazia, perché chi ti trovi di fronte oggi pretende qualcosa in più, che a volte non ha ben chiaro in mente, ma che si farà convincere da chi saprà rispondere a questo “qualcosa in più” che cerca.

• Sei un giovane, credi di essere un talent, hai una buona scuola, buon percorso di avvicinamento al lavoro (stage), ti proponi puntando sul tuo desiderio d’imparare, la tua disponibilità ad essere formato e, genialata, volontà di far carriera, Non accontenta più. Anzi oggi suona stonato, l’altro percepisce: devo insegnargli, devo formarlo, devo fargli far carriera. Tutti costi, energie e pure vorrà uno stipendio…follia! Se vuoi quel posto (prima regola: scegli solo quel che vuoi veramente e cerca di consocerlo), devi trovare il modo di condurre l’altro a vederti anche in un’altra prospettiva (seconda regola). Poi la partita diventa giocabile.

• Ti dicono, molto gentilmente usando sinonimi, sei “vecchio”, a forza di sentirlo quasi ci credi, eppure tu devi, vuoi continuare, hai un sacco d’esperienza, hai realizzato nella tua vita molte cose, risolto problemi. Tutto questo sembra non valere più niente, c’è il nuovo. Verissimo, ma solo perché tu, oltre ad altri limiti facilmente superabili (prima regola: CV, abitudine a presentarsi e vendersi, etc.) non fai lo sforzo, non semplice, di rileggere la tua esperienza, storia in chiave “futuro” (seconda regola) e presentarla all’altro come una risorsa, che vale ben più del suo prezzo.
Tutto questo non è facile scriverlo, ma ancor più difficile farlo. E’ la prima ragione del blog e per cui sono interessato ad aiutarvi. In qualcuna delle situazioni che descrivo ci sono stato o ci sono. Se avete dubbi, paure, incertezze…contattatemi! Condividendole insieme possiamo trovare risposte e forse con più fatica soluzioni.

Nel prossimo post cercherò però di descrivere anche il rischio e il “brutto” del nuovo.

A rivederci presto e in bocca al lupo!

Sui drammi di Parigi. Lo tsunami sta arrivando, ma si può fermare!

PARIS, FRANCE - NOVEMBER 14: People place flowers and candles on the pavement near the scene of yesterday's Bataclan Theatre terrorist attack on November 14, 2015 in Paris, France. At least 120 people have been killed and over 200 injured, 80 of which seriously, following a series of terrorist attacks in the French capital. (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)
Parigi, 14 novembre (foto di Jeff J Mitchell/Getty Images)

Profetizzare sventura sembra essere diventato facile. Ci si prende sempre, anche sbagliando mira! Le stragi di Parigi si preparano ad arrivare fino a noi (vedi Corriere della Sera, 8 novembre 2015, “il pentito della mafia nigeriana” e le ultime dichiarazioni dell’ISIS) e possono essere fermate. Il lavoro d’intelligence è importante, specialmente se si mette in pratica il propositum dei santi Falcone e Borsellino “segui i soldi”, ma è sempre episodico, non si può pretendere che sia a garanzia assoluta. Si dice: se vuoi essere sicuro di eliminare il pesce (chiedo perdono ai pesci), togli l’acqua; ma l’acqua è ricchezza, è vita. L’acqua, se la sappiamo usare, è la soluzione sia di questo che di altri problemi.
Nel racconto precedente parlavo dei giovani, anche di quelli più fortunati e più titolati, del peso negativo che ha la loro disoccupazione nel nostro presente e avrà ancor più nel futuro per una possibile mancanza di chiara identità derivata da frequenti periodi di disoccupazione e di precarietà. Esprimevo una mia convinzione, che l’aspetto professionale fosse nell’età lavorativa la sfaccettatura più importante dell’identità personale e quindi essenziale per il benessere materiale e mentale.
Non mi aspettavo di essere qui oggi ad affrontare il tema giovani e lavoro, anche commentando aspetti dei tragici avvenimenti parigini. Ma queste osservazioni/riflessioni mi sembrano interessanti:
• I terroristi sono tutti giovani
• Godono per ora di un habitat a loro non del tutto ostile, di luoghi caratterizzati da masse giovanili senza lavoro e convinte di avere nessun futuro
• Sono o hanno origini in aree del mondo, le stesse che caratterizzano l’habitat in cui possono muoversi, comunque interessanti per la globalizzazione e la sua fame congenita di espansione
• Sembrano, a mio avviso, fortissimamente “squilibrati” dal loro passato


Tutto questo senza concedere attenuanti per le loro azioni, ma per contrastarli ed eliminare definitivamente il loro contributo a questo complotto contro l’umanità. Per lasciare alla giustizia tutte le risorse per arrivare ai burattinai, che vivono in habitat molto prossimi a noi per aree e stili di vita, e probabilmente ben poco hanno a che vedere con povertà, religione, colore della pelle o presunti scontri di civiltà.
In Italia, per il contesto attuale e coincidenze storiche, si può agire per ottenere risultati rispondendo anche alle nostre urgenze citate in questo scritto. Mettendo in gioco comportamenti prevalentemente individuali si serve la battaglia contro la precarietà e si contrastano i pericoli incombenti al nostro stile di vita. Non togliendo l’acqua, ma rendendola inagibile ai terroristi e persino utile alla crescita individuale, si possono costruire basi solide per una civile convivenza.
“Parlare a chi non si conosce”. Per un giovane in cerca di lavoro è essenziale, ma vale anche per chi, indipendentemente dall’età, è obbligato a ripartire nella propria carriera. Cercare chi può contribuire a chiarirci aspetti della nostra strada, che cosa può farci riflettere e non solo chi è in sintonia con le nostre credenze. Questo vuol dire che spesso i consigli “sensati” o possiamo pensarli da soli o ci portano all’inattività. Non serve, in questo momento, puntualizzare. Non siamo al “nero sul bianco”, chiedere assicurazioni o rassicurazioni ha perso il valore di certezza. E’ più utile andare al cuore del problema, dopo un lavoro d’intelligence, il cui valore va riconosciuto a chi ci aiuta, esprimere, nella forma più adatta al contesto, la volontà di fare quel lavoro, dettagliare cosa poter dare a chi potrebbe assumervi. Ma il parlare con chi non si conosce o è parte di un mondo a noi ignoto, vale anche più in generale. Per quei giovani che hanno avuto la ventura di stare in classe con compagni di altre etnie, lingua, nazione, pelle, religione e frequentarli, possono riprendere con facilità il dialogo scambiare la loro disponibilità a farvi capire il loro diverso, con la collaborazione ai loro percorsi di vita; molto dei cambiamenti che stiamo vivendo, che ci spaventano e ci frenano passano dalle loro parti. Essere “golosi” del nuovo rende, ci fornire spunti per i nostri progetti. Cerchiamo di capire cos’è globalizzazione, partiamo da cosa c’entra con la nostra vita oggi e come può essere piegata ad un nostro futuro migliore.
“Rischiare la certezza, per inseguire un sogno”. Farlo da giovani non costa molto, si può sbagliare e recuperare con più facilità; farlo oggi è quasi una scelta obbligata. Le certezze passate non esistono più e quelle nuove che stiamo cercando sono molto più legate al nostro agire piuttosto che all’attese e all’aspettare gli altri. Il cambiamento, quello che vogliamo, uscire da questo stato d’incertezza e di paura della perdita, deve attraversare le coscienze, diventare “inconscio di tutti”. Forse i giovani possono più di altri aiutarci a trasformare questo modo di dire in un modo di essere e di agire di tutti.
“Lasciarsi aiutare”. “Rispondere quando ci chiedono qualcosa che si conosce”. Dopo Parigi è qualcosa di più chiaro, ma deve essere ben più di una reazione emotiva ai fatti che stiamo vivendo. L’aiuto ci serve per il nostro progetto. Ci serviva prima di Parigi e, messi insieme i due modi di agire, aiuto ed aiutare contribuiscono a risolvere i problemi più assillanti di oggi: disoccupazione, precarietà e rischio di stato di guerra.

Queste strade sono un modo per rifiutare le logiche che stanno alla base dei due drammi e per superarli.

Io ci sono!

Lo tsunami prossimo futuro

disoccupazione-giovanile

Tempo di lettura: 3 minuti

Voglio tornare sul tema della disoccupazione giovanile, dove si è detto quasi tutto e si è fatto pochissimo. Cercherò di dare un contributo per eliminare il “quasi” e provo ad impegnarmi a mettere in gioco qualcosa sul “pochissimo”.
Una premessa, la questione giovanile tocca al momento, sul piano economico e di decorosa sopravvivenza, più i genitori, i nonni, piuttosto che le varie “postboomer generations”. Questo per una somma di ragioni:
• Sono legati da vincoli e affetti
• I giovani sono un costo crescente, che ricade sulle loro spalle, infatti la quasi totalità dei giovani che hanno un lavoro dichiara di non avere entrate sufficienti, il restante, circa il 40%, non lavora
• I giovani sono un’assicurazione sul loro futuro di cui desidererebbero moltissimo bloccarne la svalutazione (“ho faticato una vita per permettergli di laurearsi, ma quando sarò vecchio mi aiuterà”)
• Le entrate previdenziali di oggi pagano le pensioni maturate ieri, non quelle che saranno erogate domani
• Se i versamenti previdenziali sono ridotti, oltre far maturare poco chi li paga, non creano cassa per quelle già in erogazione
• Sono anche una metafora utile per mettere a fuoco tutta le negatività dell’attuale situazione occupazionale compreso le ancor più pesanti ricadute sul domani
• I giovani laureati sono il cluster più penalizzato, con il più alto tasso di disoccupazione, precarietà e sovra qualificazione che comporta una penalizzazione futura sul tempo di raggiungimento di un lavoro stabile (più di 4 anni)
• I manager (sicuramente nella generazione dei padri) che hanno perso o rischiano di perdere il proprio lavoro e che hanno accettato demansionamenti o lavori meno qualificati, perdono il proprio valore
Il vero disastro l’avremo tra qualche anno, quando risulterà evidente che in Italia la parte più importante della popolazione attiva avrà una scarsa identità professionale.
Si dice che l’identità professionale dipenda da quella individuale. La mia esperienza è che nell’età adulta e per essere realmente adulti, sia l’identità professionale a “guidare le danze”, quindi possiamo comprendere tutta la portata del rischio collettivo ed individuale che stiamo correndo.
Però ora sappiamo dove agire, cercare i correttivi e le azioni giuste.
L’identità deve essere unica, libera e flessibile.
Tornerò a parlare di questo argomento nei prossimi post per provare a dare qualche risposta in più, ben consapevole di non avere la verità in tasca, ma una serie di consigli che possono essere utili alla vostra continuità di carriera. Nel frattempo, vi lascio con questa splendida poesia della poetessa brasiliana Martha Medeiros, che in sé contiene già un prezioso consiglio.


Ode alla vita
Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.
(Martha Medeiros)

Per le decisioni importanti: VENERDI’!

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Fine giornata, stanchi, io e un mio collega dialogavamo un poco depressi sulla maledizione di questi tempi e pure nostra: tutto è sempre in ritardo, clienti indecisi, pagamenti, nostre proposte di progetti ancora rinviati, lavori che dovevano essere finiti ancora in corso, nostre scelte da fare procrastinate.
Già, perché noi italiani crediamo di vivere una crisi peggiore di quella degli altri? E io ne sono convinto, non per i dati economici, per la nostra ricchezza meno solida, per competenze obsolete, burocrazia corrotta e inefficiente, politici penosi, etc. (mi scatta in testa il refrain di una vecchia canzone di Alberto Fortis).
Siamo contaminati da mancanza di decisione, siamo capaci solo a rinviare, e questo al tempo d’oggi è una sciagura!
I giorni che viviamo sono quelli del cambiamento, della globalità del mondo, delle problematiche nuove ed impreviste nella vita della singola persona, della perdita di credibilità di tutte le varie modalità tradizionali di aggregazione e di aiuto, che abbiamo vissuto e a cui nel passato ci siamo affidati e che pensiamo ci abbiano tradito.
Non abbiamo ora qualcuno o qualcosa di certo che si “sostituisce a”. Cambiano regole, prospettive, finalità, valori, e stanno franando tutte le nostre certezze.
Luca ed io ci siamo chiesti: “ perché rinviamo, non concludiamo, non decidiamo?” Perchè c’è sempre la paura di sbagliare, di non essere capiti, di essere giudicati.
Ma anche questo non sembra una spiegazione sufficiente, non spiega tutto lo stato di passività, di “mal di vivere” che ci prende. Questa crisi con tutti suoi effetti al livello di singolo individuo intacca l’identità personale. Perdere il lavoro o anche “solo” percepire di essere entrati in una situazione di incertezza lavorativa o della propria attività, prima ancora della paura di non ritrovarne un altro e del problema economico, rischia di farci perdere quella serenità necessaria per vivere bene tutte le dimensioni della nostra vita. Nell’immediato, come primo effetto, non ci permette di apparire al top nelle relazioni con gli altri. Spezza in due l’esistenza e mette in discussione il progetto di vita, ci espone al rischio di uno stop della nostra storia, di complicarci la vita sociale e di relazione.

Se non vogliamo logorarci con l’attesa e aumentare il danno dobbiamo imporci di scegliere subito. Impegnarci ad avviare un progetto. Il rischio che non sia quello giusto c’è, ma è riducibile, se si è umili a sufficienza per chiedere aiuto e trovando chi può darcelo.

Il primo risultato positivo è subito percepibile: possiamo godere, senza ansie negative, il dialogare del nostro progetto di futuro e non come nostra perdita e nostro guaio. Venerdì è il giorno migliore per decidere. Buon week end, lunedì si riparte a gran carriera!