Sarò contro la decadenza del mondo del lavoro!

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Avendo superato la settantina mi posso permettere forse di dire qualcosa di scomodo, con meno ritrosie di quando di anni ne avevo quarantacinque e fondai Career Counseling, società di outplacement e ricollocazione professionale.
Ora i tempi son ben diversi e poco è rimasto di quel modo di pensare al lavoro, ma già allora, e per tutti questi anni, pensavo a qualcosa di diverso, qualcosa che potesse unire lavoro e persona. L’outplacement non era esattamente quello che avevo in mente; in fondo si trattava di un esser fuori posto, un essere allontanati, esclusi da una produzione e da un ruolo per rientrare da un’altra parte nello stesso ruolo. Passare da un mondo all’altro, da un’azienda ad un’altra senza battere ciglio: questo era più o meno quello che si è venduto per molto tempo.
Ora mi chiedo: quando sono diventato anche io decadente senza accorgermene?
Mi spiego meglio.
Per me decadente è un mondo di cui non ci interessa più la funzione, le regole interne, la struttura. Così una volta la gente comune conosceva l’effetto terapeutico di molte erbe e ortaggi, poi, la decadenza del mondo agrario ha fatto sì che tutti si siano disinteressati. Nessuno di noi conosce l’effetto, il terreno di coltura di ciò che normalmente introduciamo come cibo quotidiano. Ecco cos’è decadente. Un modo sciatto di avere a che fare con le cose del mondo, specialmente quando stiamo parlando del nostro mondo.
Oggi respiro nel mondo del lavoro un’aria decadente. Non so se è la paura che il lavoro manchi, che non ci sia più per tutti ad aver creato questo effetto. Non voglio azzardare analisi che non sarei in grado di condurre. E’ ciò che vedo e respiro tutti giorni, che mi allarma.
Qualsiasi lavoro.
Questa frase, declinata in mille forme, l’ho sentita pronunciare anche nel silenzio dei miei clienti. Qualsiasi lavoro significa che io non posso scegliere, che ho perso l’umanità, la direzione verso qualcosa in cui credere. E’ decadenza. E’ disinteressarsi a ciò che sicuramente in passato ci aveva interessato. La carriera di studi, la scelta, il conoscere un certo mondo e sentirsi parte. E ora pronunciamo quella frase senza vergogna: “ma, sì, mi va bene qualsiasi soluzione!”.
Qualsiasi lavoro, a pensarci bene, è un’aberrazione, è mancanza di fedeltà a se stessi ed alla vita che si sta conducendo, ai valori in cui abbiamo voluto credere e a ciò che vogliamo ancora dare.


 

Ho deciso di chiudere Career Counseling per tanti motivi che non sto qui a spiegare.
Ho deciso di aprire un’altra società a 71 anni, CC Global, per un motivo sopra gli altri: per non cedere alla decadenza.
Ho ancora questo sogno: condurre le persone verso qualcosa che sentano proprio, estendere la loro carriera con direzione e chiudere con un senso. Non voglio essere io a convincere le persone ad accettare qualsiasi compromesso. So bene che un’azienda non vale l’altra, che ci sono dei valori e un sentire profondo in ciascuno di noi e che accontentarsi toglierà alcune ansie, ma ne fa venire molte altre.
Credo che un giovane non dovrebbe permettere di frammentare la propria carriera professionale continuamente in nome di forme contrattuali senza capo né coda, e che un uomo di mezza età non dovrebbe acconsentire a cambiamenti casuali per decisione altrui. Così come credo, che chi ha un buon posto sicuro, debba dormire preoccupato se il “buono e il sicuro” è definito fuori da se stesso.

 
Solo il 12% delle persone che si rivolgono a noi potrebbe oggettivamente rientrare nella categoria dei senza lavoro, ma tutti hanno l’obiettivo della Continuità di Carriera e considerano insieme a noi questa parte la più urgente, non la più importante.

 
Questo è il vero “posto fisso” di oggi e degli anni a venire. E osservando con attenzione ed esperienza le imprese, che hanno successo, ho trovato questo nesso per un percorso parallelo, ma indipendente di persona ed azienda che sarà l’asse su cui si ricostruisce il nuovo mondo del lavoro. Ma questa è un’altra storia che affronteremo la prossima volta.
Auguri a tutti voi a CC Global e a me stesso!

 

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2016: nel lavoro e nella carriera si riparte!

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Il 2015 è finito e abbiamo in dote sia il peggio che il meglio. Il terrorismo è arrivato sull’uscio di casa, non ci fa dormire tranquilli e siamo preoccupati che questo incida negativamente su tutti gli aspetti della nostra vita, lavoro compreso. I provvedimenti governativi sull’occupazione hanno dato risultati contraddittori: più assunzioni, ma nessuna chiara inversione di tendenza.

Ma qualche riflessione un poco più approfondita e molto utile possiamo farla. Gli altri, istituzioni pubbliche a tutti i livelli, associazioni imprenditoriali, organizzazioni sindacali e professionali potrebbero fare molto di più e meglio, ma non sarebbe comunque decisivo. Solo i tanti “io” che formano il “noi” hanno la chiave per ripartire nel lavoro. Certo le strade e i percorsi sono individuali e non c’è la soluzione valida per tutti. Ma la novità che ho imparato nell’anno appena passato è che l’unica scintilla sicura che accende il motore è quella che possiede ciascuno di noi. O riparte il singolo o il motore paese non si muove. Ho anche scoperto che la parola carriera è rientrata, dopo quasi mezzo secolo, nel vocabolario politically correct.

Quello che oggi vogliamo tutti è la continuità di carriera per poter affidare il nostro stile di vita a questa continuità, poter mantenere e migliorare la nostra identità professionale. Per un individuo maggiorenne, normalmente dotato  e che vuol diventare o restare adulto, il lavoro, inteso come continuità di carriera, è la soluzione diretta di alcuni bisogni importanti ed è anche un ingrediente di tutti gli altri.

Vivere la continuità di carriera è per tutti, disoccupati, precari, occupati. Età, genere, stato lavorativo, anzianità aziendale, professionalità non precludono nessun risultato. Le discriminazioni, i pregiudizi e gli stereotipi ti possono rendere più complicato il percorso, ma non possono, nel mondo attuale, precludervi il successo. Per quanto paradossale possa sembrarvi, l’esperienza di quest’anno mi dice che essere occupati non è più garanzia di sicurezza. Per fortuna, l’essere disoccupati non rappresenta più la certezza di un futuro peggiore. E statisticamente la soluzione del problema del primo richiede più tempo di quello per la realizzazione del secondo. Il paradigma che va accettato è che “sicurezza” dell’uno e “certezza” dell’altro  sono sempre più di pertinenza personale e sono le due facce della stessa medaglia: il mondo è cambiato!
Non ho fatto mediazioni o addolcimenti nel descrivere quello che vedo e che penso. Ma è quello che pratico. Non cerco contestatori, ma li preferisco a chi è in attesa del peggio senza muoversi.
Aspetto le vostre riposte, richieste di chiarimenti, tutto quello che può aiutarci ad agire. Ci conto.
Un buon inizio d’anno!