Cercare lavoro è un lavoro!

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Questo aforisma cominciammo ad usarlo in Italia, tra le società di outplacement poco più di venticinque anni fa, tra la fine degli 80 e inizio dei 90. Sarebbe stato un onestissimo concetto per il marketing educativo, peccato che il marketing fosse ancora indigesto al nostro paese, che il lavoro non fosse la prima delle preoccupazioni degli italiani, che per coincidenze politico storiche il messaggio più diffuso fosse sbilanciato sull’arricchimento più che sul lavoro, sul consumo come identità.

In realtà cercavamo scorciatoie improbabili invece che “vie maestre”.

Nello stesso periodo nacque l’esperienza italiana dell’outplacement per aiutare, su mandato delle aziende, le persone allontanate dalle stesse. Questo servizio non veniva fornito a tutti, ma a discrezione dell’azienda o in base ad accordi sindacali. Era funzionale alla ricollocazione in altre aziende con lo stesso ruolo. Il metro di misura del successo erano i tempi della ricollocazione e il mantenimento o il miglioramento dello stipendio. Di far carriera se ne parlava poco e sempre in termini negativi. Era abbinata a immagini sgradevoli quali “passare sul cadavere della propria madre per…”, “sgomitare per…”.

Nel percorso dell’outplacement venne fuori il “cercare lavoro è un lavoro”, ma era uno stimolo ad agire, che non si traduceva in obblighi vincolanti (la mia concorrente/ amica Gabriella puniva, ritenendo ricollocati, chi superava un certo numero di  assenze ai colloqui  e non chi era “svogliato”).

Le persone si sentivano vittime di un sopruso e percepivano il servizio come un risarcimento, che doveva realizzarsi con un nuovo lavoro.

Noi, Career Counseling,  introducemmo lo scouting per ovviare a questo inconveniente con buoni risultati nell’immediato. Meno interessanti sulle capacità personali future di job seeker. In realtà nessuno aveva preso sul serio “cercar lavoro è un lavoro”, che era rimasta quasi un gioco di parole tra noi addetti ai lavori: outplacer e head hunter “politicamente scorretti”.

Oggi è tutto cambiato.

Il lavoro è diventato il pezzo forte dell’ identità personale. Per questo non può più essere qualcosa di esterno, che altri ti possono trovare. Possono aiutarti, guidarti,sostenerti, ma rimane tuo, interiorizzato come percorso di carriera e che all’esterno ti definisce.

Per questo il lavoro è la prima preoccupazione degli italiani, non solo per la crisi.

Certamente le offerte di lavoro si sono rarefatte e la concorrenza è aumentata. Certamente il rapporto valore/prezzo, che nel passato era abbastanza definito e variava in funzione delle urgenze aziendali, nel mercato odierno è sbilanciato al ribasso sul prezzo. Ma mentre le offerte sono poche, le problematicità delle imprese per affrontare il nuovo sono moltissime e il desiderio di risolverle è alto, pur che appaia conveniente e garantito. Sono aumentate le persone che ritengono l’attuale occupazione non più gradita. Chi è o sta o ha paura di diventare “esubero”, è più interessata a soluzioni e per fortuna è molto più disposta ad impegnarsi.

Per poter gestire queste “novità” occorre un sistema e qui torna utile partire dall’aforisma “cercare lavoro è un lavoro”.  Voglio raccontarvi un caso di due mesi fa.

Responsabile di produzione di una PMI, 40 anni, non laureato, con una carriera partita dal livello più basso, ottime qualità, capisci subito che crede nel suo lavoro e ha la sua identità professionale incollata addosso.  Arriva da me disperato, la sua uscita dall’azienda precedente era avvenuta “sbattendo la porta”, senza preoccuparsi di assicurarsi un minimo di “paracadute”. Passatagli la “buriana”, provocata anche da un difficile carattere, comincia a cercare e contemporaneamente sente tutto il peso della preoccupazione derivata dalla sua identità familiare e personale.  Ovviamente la sua ricerca solitaria non conclude  nulla. Firma con noi il contratto di continuità di carriera il 15 dicembre. Mi dice che non può resistere, che per lui il lavoro è tutto e mi chiede cosa posso fare per ricollocarlo subito. Gli rispondo: “lavora anche le ferie natalizie, noi ti seguiremo. Dopo 2 mesi, se ti sei impegnato duramente, ogni giorno è buono per collocarti”.

Ubbidisce e si concede pausa, più per i figli, solo Natale e Santo Stefano. Mi prende in parola e lo sentiamo e vediamo con molta frequenza. Al 15 febbraio di quest’anno firma un contratto molto interessante che con il variabile (fa parte del nostro metodo) più che raddoppia il suo contratto precedente.

Penso, è stato fortunato, poi rifletto: “No, ha avuto successo, perché ha lavorato come un pazzo e si è lasciato guidare”.
Ecco un caso di “cercare lavoro è un lavoro”, anzi  possiamo andare oltre con  l’aforisma:

“Cerca la tua carriera, agisci, e il lavoro sarà sempre più sicuro”.

 

Avanti a Gran Carriera!

 

 

 

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