E’ il valore che determina il prezzo!

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Questa settimana sono usciti i dati italiani dell’andamento del lavoro nel secondo trimestre del 2016, che prevedono riduzioni consistenti di dimissioni (scende ulteriormente la mobilità da posto a posto) e un crollo delle domande di pensione (non si liberano posizioni), e pure quelli della Commissione Europea sui neolaureati, con le comparazioni tra i diversi stati dell’Unione. Il Corriere della Sera di domenica 11 settembre ha dedicato, molto giustamente, pagina 2 e 3 per affrontare il tema dei laureati, di quanto un paese dinamico ne avrebbe bisogno, delle loro storie come dei loro percorsi.

Ivano Dionigi di Alma Laurea denuncia il paradosso di un bene necessario e scarso come la conoscenza, che viene remunerato dal mercato italiano sempre meno. Allarme doveroso, supportato dai numeri,  che deve chiamare in causa tutti: governo, università, imprese e gli stessi giovani laureati.

Il mercato che remunera così poco i giovani laureati è, a mio avviso, solo il”notaio” che prende atto di quanto le imprese sono disposte a pagare quanto offrono le persone. Ci sono altri fattori che influenzano questo scambio, ma quello relativo al “valore al futuro offerto” e il costo non possono che essere di esclusiva competenza della persona e dell’impresa.

Negli anni passati, considerati i margini disponibili e le diverse modalità di vedere il futuro, un giovane era ritenuto un investimento, che forse avrebbe reso in tempi più o meno prossimi.

Oggi si decide partendo da altri parametri e si sceglie sempre di eliminare tutto quello che viene ritenuto un rischio. Un impianto, l’apertura di un mercato è più giustificabile dell’assunzione di uno o più neolaureati.

Questa è una logica discutibile, ma la voce contraria è troppo debole.

E’ vero che assumere neolaureati non assicura il successo nel nuovo mercato, ma, a certe condizioni lo può favorire. Se siamo capaci di scegliere i laureati giusti, con attitudini e conoscenze che possono in breve tempo trasformarsi in competenze velocemente spendibili. Se abbiamo la voglia di favorire il team giusto con quello che già c’è e quello che può apportare il nuovo, le soluzioni sono alla portata di tutti dobbiamo però accettare alcuni cambiamenti di mentalità:

  1. Il giovane non è un investimento e nemmeno un peso, ma serve se contribuisce al successo della scelta aziendale
  2. Sempre meno nella globalizzazione le idee giuste assomigliano a quelle passate
  3. Le idee giuste, tra quelle nuove, possono averle anche i giovani neolaureati
  4. Il costo del giovane deve avere un ritorno adeguato al suo contributo
  5. La forma contrattuale deve rispecchiare questo rapporto.

 

E’ impossibile definire a priori questo costo, ma questa ragione non può bloccare, come i dati ci stanno raccontando, l’ingresso nel mercato del lavoro e le carriere future dei giovani neolaureati disoccupati o precari.

La logica giurisprudenziale del “soggetto debole che va tutelato”, in questi casi, inibisce tutte due le parti. Per superare questo impasse necessitano almeno una competenza in più per parte:

  • Le aziende devono essere capaci di selezionare i giovani
  • I giovani laureati devono proporre soluzioni alla portata alle aziende

 

Anche in questo caso è la persona che va aiutata ad essere offerta, così come va aiutata l’azienda a comprendere quale sia la persona giusta. Per poter aiutare l’azienda a scegliere bisogna conoscerla e conoscere i suoi desideri.

Perché il giovane possa essere offerta non servono idee “geniali”, bisogna riconoscere “l’altro”, mettersi in relazione con quello che si ha e si può dare e saperlo proporre nel posto e momento giusto.

 

Semplice, vero?! Ci vogliono almeno due mesi di lavoro, ma ne vale la pena.

Avanti a Gran Carriera!

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