Lavoro: chi può dartelo e da dove può arrivare

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Donald Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti, ha promesso un trilione di dollari di investimenti in infrastrutture per stimolare la crescita, finanziando a deficit progetti pubblico-privati con crediti d’imposta che probabilmente funzioneranno, ma non saranno rivolti verso aree del paese e settori che ne hanno più bisogno. Con Reagan e Bush questi incentivi ebbero effetti molto inferiori alle aspettative e il deficit esplose.

Nella trasposizione italiana si parla di grandi opere, se mai ci saranno è probabile che abbiano gli stessi risultati. Altre proposte che escono dal pubblico rischiano la stessa sorte.

O si accetta una conclusione poco seria, tutti gli estensori di queste politiche sono “rimbambiti”, oppure è la strada che ci suggerisce il passato a non funzionare più.

Investimenti pubblici a pioggia, mirati, bonus individuali, tutto rischia di non procedere se non si agisce con la persona. Anche le modalità sono influenti sul risultato, non sono più accettati vincoli, regole e priorità predefinite. Nessuno più vuole sentirsi utente, paziente, usufruttuario, fruitore, consumatore. Cliente è il termine corretto in cui si riconoscono tutti.

Il lavoro è sempre meno un fatto di “aziende offrono e individui rispondono”;  tutti i cambiamenti in corso concorrono a definire una realtà più simile a “professionalità offrono alle aziende la soluzione di alcuni dei propri problemi”.

Questa regola è molto più interessante per tutte le parti in causa, azienda e persona, riduce i rischi di malcontento e mette in una posizione chiara tutti e due i soggetti: individuo e impresa sanno  cosa devono dare e cosa ricevere.

Ma per arrivare a questa condizione, che è la base per vivere con serenità la propria carriera e gestire con tranquillità eventuali sorprese nel proprio lavoro, bisogna prepararsi.

Con il permesso degli amici esperti di impianti e manutenzione userò qualche loro scenario comprensibile a tutti. La manutenzione di un impianto, se fatta in via preventiva e programmata, è una garanzia del miglior ritorno dell’investimento in tempo e qualità del risultato, ma è anche un contributo per la possibilità di un risparmio futuro per i prossimi impianti e di un consolidamento nel mercato. In più esistono altri risparmi correlati ai temi dell’energia, dei costi accessori del lavoro, che sommati rendono conveniente l’impegno per la manutenzione.

Occuparsi della propria carriera, a “prescindere” dalla percezione del rischio del momento, è fare bene la manutenzione e garantirsi una parte importante del “lavoro chi può dartelo”.

Le aziende vogliono i loro problemi risolti, ma non percepiscono sufficiente garanzia dalla consulenza. Il consulente per quanto bravo ed esperto è coinvolto nel quadrare i suoi “conti”, che solo in seconda battuta e in parte possono dipendere da quell’azienda cliente. La persona che si offre per sciogliere problemi con il contratto dipendente da più certezze. Deve, come il consulente dimostrare  la propria capacità di risolvere, ma non ha bisogno di convincere l’impresa dell’unicità del “matrimonio”.

“Da dove ti può arrivare il lavoro” è la persona stessa ad essere protagonista, senza dover fare troppi compromessi o ringraziamenti. E’ necessario prepararsi , ma è un’attività che frutta e che ha i suoi effetti sia nel nuovo ingresso che nella continuità del lavoro.

Essere offerta significa saper tenere il filo del proprio discorso, ma anche essere pronti a rispondere a tutte le domande dell’altro. E’ per facilitare questo compito che si scelgono le aziende a cui proporsi. Questa operazione si chiama “posizionamento” e va preparata con un lavoro di scouting di imprese e non di posti di lavoro, che si prevede abbiano un bisogno importante che sappiamo soddisfare. E’ un lavoro di “intelligence” molto importante, dal farlo bene o meno bene dipende il grado di difficoltà che si dovrà affrontare per raggiungere il risultato voluto.

Conoscere il Sistema, applicarlo e farsi aiutare rende il tutto più sicuro e più veloce. C’è ancora poca cultura del nuovo per muoversi autonomamente ed avere alte probabilità di successo. Il rischio è di dover perdere troppo tempo per scoprire “acqua calda”, che altri già praticano e offrono.

Importante è accettare l’incertezza del mondo che ci circonda, capire che ne siamo, senza colpe, coinvolti, agire velocemente per metterci in sicurezza e …

Avanti a Gran Carriera!

 

 

 

 

 

 

 

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Certezza del lavoro: come arrivarci

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“Solo saper risolvere problemi può garantire lavoro per tutta la vita.”

L’affermazione è impegnativa e cercherò di guidarvi per come farla diventare realtà.

Primo: perché valga per sempre  bisogna imporsi  un atteggiamento curioso verso il lavoro, non presuntuoso,  non superficiale,  non solitario.

  1. Per poter essere curiosi, bisogna essere interessati; quindi fare un lavoro, che ci è indifferente o peggio che consideriamo inutile, è un gravissimo errore. Restituisce troppo poco nel quotidiano, quando non provoca sofferenza, si perde tempo (non accettabile quando si è giovani, devastante quando si ha esperienza).
  2. La presunzione è un difetto, può diventare un ostacolo al miglioramento della propria conoscenza. Se decreti in anticipo chi ti interessa e chi no, fai un errore. Conviene perdere tempo a relazionarsi con dieci “stupidi”, piuttosto che perdersi uno “intelligente”. In più mettersi in atteggiamento d’ascolto è sempre utile, “chi parla semina, ma chi ascolta raccoglie”.
  3. La superficialità nel lavoro non paga mai. Atteggiamenti di sufficienza precludono l’intensità dei rapporti e non producono risultati interessanti. Si può essere lo stesso leggeri senza essere banali.
  4. I risultati si ottengono solo con una collaborazione a “largo raggio”. Rete o net sono presenti oggi in ogni attività del lavoro e ne sono la caratteristica peculiare. Il solitario è una figura del passato.

Secondo: risolvi problemi. Sempre vengono affidati compiti che vanno oltre le responsabilità della persona; le ragioni per cui questo avviene sono svariate, alcune virtuose altre meno. Capita, anche frequentemente, si venga espropriati della fase finale dell’incarico o che colleghi e responsabili si accollino l’intero merito del buon risultato, mai succede quando questo viene giudicato insufficiente. Queste situazioni sono motivo di amarezza comprensibile, ma fermarsi a questo fase è deprimente e non utile per sé. Deve essere memorizzato e analizzato il fatto, se necessario assimilando la parte che non ci è stata permessa svolgere, per completare il compito.  Dobbiamo dare una misura finale al nostro intervento.  Tutto questo è materiale per il valore al futuro, che serve alla carriera interna, meno probabile di questi tempi, e futura. In ogni caso significa ridurre di almeno un mese i tempi medi dell’inizio di una nuova esperienza.

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Terzo: il livello di mobilità è aumentato, noi ne vediamo oggi le parte più preoccupante: quella della disoccupazione. Ma aumenta e aumenterà sempre di più in futuro quella tra posto e posto. Significa che il curriculum vitae del 2030 ( sempre che non venga sostituito da altro strumento più funzionale ai tempi) racconterà di almeno dieci passaggi.  Avremo un mercato del lavoro che dovrà muovere circa cinque milioni d’individui. Questo sarà possibile con persone, imprese e collettività preparate. Prepararsi è già un vantaggio competitivo e un aiuto per l’oggi.

La sicurezza nel lavoro e nella carriera è garantita solo se ce ne occupiamo individualmente e se siamo pronti ad investire tempo e denaro per essa. Ne vale la pena per il reddito, per lo stile di vita, per le relazioni e per la propria salute.

Avanti a Gran Carriera

 

Certezza e continuità del lavoro: rischi e scenari

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Un manager di “peso” seduto nel mio ufficio alla domanda:

 “Perchè proprio lei con tanto di posizione è venuto a trovarmi?”

Così mi ha risposto:

 “Io governo, tra le tante altre cose, i rischi dell’azienda. Perché si stupisce che cerchi di coprirmi dai miei!”

Questo dialogo mi ha stimolato riflessioni e mi sono posto la domanda: quando un professionista deve cominciare a preoccuparsi? Ho chiesto aiuto ai miei colleghi per costruire e analizzare un campione di storie personali, che fosse ampio e entro un tempo prossimo (820 casi nei primi 10 mesi del 2016), con gradi di omogeneità definiti (tutti middle e top  manager) per trarre indicazioni che possano essere generalizzate. L’obiettivo non è certo quello di dare risposte individuali, ma di consigliare a chi ci legge il grado di alert da esercitare.

La certezza del lavoro è un’aspirazione legittima di ogni persona attiva. Il tempo in cui viviamo e vivremo per un lungo periodo è l’epoca più problematica per questo bisogno.

Altri momenti storici hanno vissuto crisi e disoccupazioni relativamente più devastanti e diffuse, vedi anni 30 del secolo scorso, ma nessuna così articolata e complessa da interpretare e superare.

Abbiamo scelto tre macro tipologie generali: dimensione, nazionalità della proprietà, anni dalla fondazione o dalla presenza in Italia.

Grande impresa/PMI,

Impresa italiana/Proprietà estera,

Impresa con meno di 10 anni di attività in Italia/Impresa con più di 10 anni.

 

  • Chi lavora in una grande impresa italiana con meno di 10 anni di vita deve gestire una situazione con rischi contenuti e urgenze di media intensità. Le dinamiche della sua carriera possono svilupparsi per percorsi conosciuti. Problematicità, che possono cambiare il livello d’urgenza, derivano da fattori esterni. L’attenzione va posta a questi segnali, le informazioni interne sono inaffidabili. C’è tempo per fare una chiacchierata esterna. Identica situazione per grandi imprese estere nate meno di 10 anni fa con un’urgenza un poco più pressante di un incontro esperto.

 

  • Per manager di grande impresa italiana con più di 10 anni di vita il rischio reale è mediamente più basso di quello percepito. Siamo in una situazione che dal punto di vista medico può essere definita: il male è conclamato, ma il metabolismo è lento. L’unico pericolo deriva dal perdere tempo. Più si rimane incerti più si pagheranno prezzi sproporzionati alla gravità del contesto. Una valutazione a parte andrà fatta per i dirigenti pubblici dopo la legge, che ha eliminato il tempo indeterminato, ma la logica è la stessa.

 

  • Grande impresa estera da molti anni nel nostro paese. Il rischio è proporzionalmente aumentato. Il grande nome non è più una sicurezza e anche nella globalizzazione le subsidiaries non hanno lo stesso trattamento della casa madre. E’ urgente costruirsi certezze soggettive esterne.

 

  • Chi è dipendente in una PMI italiana nata poco prima o durante la crisi ha meno probabilità di trovarsi in novità concrete, non già acclarate, preoccupanti. Ma sono aumentati i segnali di stanchezza dell’imprenditoria e il desiderio di passare la mano e capitalizzare. Bisogna evitare di trovarsi in conflitto tra rischi di cambi al vertice con conseguenze prevedibilmente negative e fedeltà a cui non è ragionevole chiedere garanzie. Diventa indispensabile confrontarsi con un esperto esterno.

 

  • La piccola, media azienda italiana con storia e tradizione è un universo molto vasto nel nostro paese. Si trova spesso coinvolta in turnaround generazionali più aggravati che favoriti dai cambiamenti epocali che stiamo vivendo. Coesistono due tipologie di manager con le stesse urgenze di mettere al sicuro la propria carriera: quelli che hanno fatto l’impresa, che rischiano di trovarsi marginalizzati o espulsi  e quelli che sono cresciuti nell’ultimo decennio, hanno maturato molte esperienze, ma pochi riconoscimenti. Muoversi per il proprio futuro con intensità ed urgenza  è un obbligo per tutti e due.

 

  • Le nuove imprese straniere presenti in Italia non possono garantire stabilità certa, rappresentano un’ottima opportunità solo a condizione di saper mettere al sicuro la continuità della propria carriera. Non esistono vincoli a cui appellarsi, nemmeno quello del risultato. Sono stipendi e come tali vanno rispettati, ma la propria crescita e la garanzia del futuro sono completamente di responsabilità individuale. Il paracadute deve essere di rigore. Il senso delle affermazioni iniziali del manager di”peso” devono accompagnarli ogni giorno.

 

  • L’Italia, oltre ad essere un mercato locale interessante, è stato il centro del sud Europa per molte imprese straniere. Questo è sempre meno vero. La geografia è cambiata e gli hub delle attività si stanno spostando o si sono già spostati ad est. Lavorare in una PMI straniera da lungo tempo in Italia è un rischio endemico che va affrontato, non sempre c’è urgenza. Ma il problema esiste e la situazione va messo in sicurezza.

 

La realtà di ciascuno, il proprio modello e stile di vita sono fattori che  possono indurre comportamenti e portare a scelte sbagliate. I tre rischi più insidiosi sono:

  1. Sentirsi appagati della propria carriera e abbinare a questo stato la certezza di essere inattaccabili nella propria posizione lavorativa. (…e chi mi tocca…)
  2. Trovarsi bloccati, da ragioni esterne alla dimensione lavoro, nella propria capacità di investire nella prevenzione e risposta ad eventi presenti e prossimi negativi e già visibili, che hanno e possono avere effetti sulla propria carriera e reddito. (… vorrei, ma non posso …)
  3. Sentirsi superiori o indifferenti al rischio di avvenimenti invalidati l propria dimensione lavorativa. ( ….chi se ne frega….)

 

La propria salute lavorativa dipende più da se stessi che da altri. Governarla ed investirci è la scelta più redditizia e per questo…

…Avanti a Gran Carriera!

LAVORO, CARRIERA AL TEMPO DI TRUMP

Vorrei partire da due citazioni, la prima di Barack Obama, ex presidente USA tra 2 mesi, la seconda di mia madre nel giorno del suo compleanno. Presentare Obama è superfluo, mia madre è una donna dell’Appennino nata cento anni fa.

Obama ha dichiarato: “qualunque cosa succeda, domani il sole sorgerà ancora”, grande!

A mia madre nel giorno della sua festa chiedevamo se avesse avuto paura del terremoto, la sua risposta è stata lapidaria: “ho paura della guerra”. Venti giorni fa pensavo che avesse voluto parlarci di se, del suo vissuto nei 2 conflitti mondiali. Oggi ripensandoci ho compreso che ha parlato per noi al presente.

Donald Trump sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti, non è un cambio da “tran ..tran” normale. Le conseguenze future saranno i cittadini americani a scriverle e viverle in prima persona. Il loro paese non è più né il mercato numero uno della produzione, né del consumo nel mondo. Le sue imprese, che prima monopolizzavano  tutti primi posti delle classifiche di settore, ora convivono, pur rimanendo importanti, le posizioni con aziende del Far East, prevalentemente cinesi.

Le scelte della politica di Trump, che si presume seguiranno le linee dettate dalla campagna elettorale (sembra ad esempio guardare a Putin), scuoteranno l’equilibrio  già instabile su cui sta marciando la globalizzazione nei vari paesi, renderanno ancor più insicure previsioni e progetti delle imprese di tutto il mondo, italiane comprese, con ricadute non facilmente gestibili da lavoratori interessati alla sicurezza e alle proprie carriere.

Nel periodo dei due mandati presidenziali di Obama si era accelerata l’internazionalizzazione del “modello americano”; più di 3 miliardi di persone, oltre cittadine e cittadini USA, avevano e ancora hanno fatto propria l’idea che il domani possa essere meglio dell’oggi, il “Change! You can belive in” di Barack. Questo percorso ha trovato negli Stati Uniti nel tempo molti ostacoli che ne hanno frenato i successi. I risultati di queste elezioni ne sono probabilmente la conseguenza.

Ma quest’aggravamento derivato dall’incertezza aumenterà flussi migratori, transiti e richiedenti asilo, nemmeno sopirà i crescenti focolai di guerra sempre più prossimi ai nostri confini, non incrementerà il commercio mondiale e non renderà più sicuro  il movimento di merci e persone.

In queste condizioni risultano improbabili, scarsamente efficaci e molto costose politiche interne del nostro paese di sostegno del potere d’acquisto dei redditi bassi, di ricupero delle emergenze, dell’accoglienza. Dobbiamo contemporaneamente far ri-partire la “macchina”, anche per avere le risorse per quanto di doveroso va fatto sui temi appena elencati. Cominciamo a sostenere, come priorità, le persone attive che hanno progetti, i singoli lavoratori nella loro capacità di risolvere problemi, i professionisti che cercano modalità per servire a questa parte viva del paese, l’Italia delle PMI che vogliono e ad oggi  non possono o trovano difficoltà ad espandersi nei mercati mondiali.

Questo composito aggregato è la stragrande maggioranza della forza presente e ancora di più futura del nostro paese, è la forza vincente. Scommetterci c’è solo da guadagnarci.

Incertezza, instabilità, rischio, che sono la caratteristica del quotidiano del mondo presente oggi  2016-11-10, sono più gestibili con questo modello di “esercito” più dinamico.

Non è la teoria del “piccolo è bello”, affascinante, romantica, ma quella del “pesce veloce che prima o poi mangerà il pesce grande” e che sa cosa può fare. Sa “attaccare velocemente” dove più facile, “ritirarsi e cambiare velocemente direzione” quando serve, ritornare sull’obiettivo al “momento giusto”.

Il nostro lavoro e il nostro contributo è aiutare gli individui ad identificare, selezionare competenze capaci di risolvere problemi, a presentarle e a scegliere dove e con chi farlo. Queste attività necessitano di tutte le professionalità specialistiche disponibili e di un sistema che sappia adattarsi alla particolarità singola.

Il meglio dell’Italia sta puntando sulle start-up ed è importante come messaggio per tutti. Ma dobbiamo allargare moltissimo questo concetto, se vogliamo ottenere grandi risultati e non rimanere solo sull’innovazione di prodotto.

Un nostro cliente esperto del mondo automotive elettrica, alla mia domanda/chiacchera sul grafene mi ha risposto che quel settore predilige il semplice, se possibile facilmente applicabile. Solo in questa logica l’innovazione fa i grandi numeri, la numerosa ed interessante occupazione, utili in tempi ragionevolmente veloci.

Impegnarsi avendo chiari questo quadro e queste condizioni è produttivo e realizzante per il lavoro e singolarmente per la propria carriera. Le condizioni di partenza diventano in questo sistema un fattore di cui tenere conto e non limiti che ci bloccano.

Avanti a Gran Carriera

Fare carriera nel continente della ricchezza

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Si cominciano ad intravedere i grandi cambiamenti provocati dalla globalizzazione e dalle innovazioni. E’ emerso un”nuovo continente” che raccoglie poco meno dell’ 60% dell’umanità. E’ il continente delle connessioni e delle grandi città, ha l’80% del PIL mondiale, attrae quindi molte più risorse e può essere definito il “continente della ricchezza”.

Muoversi fisicamente tra i vari punti di questo territorio è diventato più veloce: si impiega molto meno tempo tra le stazioni di Milano P.G. e Torino P.S., che tra i capolinea della linea metropolitana più breve delle due le città. Le vere distanze non si misurano più in km, ma in ore. In tutto questo continente ogni punto e alla portata del più lontano in un giorno. Questo significa che le merci, se necessario, sono sempre disponibili.

Per le attività produttive non sono quasi più necessarie le movimentazioni delle persone, con una conference call ci si confronta in tempo reale con gli interlocutori che interessano in tutti i luoghi. Le funzioni di un’impresa hanno già la possibilità di svolgere parti importanti delle loro attività in quei punti di questo “continente”, che offrano costi più bassi, qualità e rapidità di risposta più elevati. Il concetto “slim” non riguarda solo più la produzione, ma arriverà fino agli headquarter.

Innovare è più facile, oltre che necessario, le informazioni sono  a disposizione, ma la competizione è sempre più elevata ed impossibile da prevedere. La storia aziendale  passata conta, ma non può garantire il futuro; solo se si è in grado di ripetersi ai livelli più alti si ha qualche sicurezza.

Per sopravvivere nelle imprese, e poter godere al massimo di tutte le opportunità, che questo “continente” offre nei punti connessi del nostro paese, la persona deve essere iperspecializzata. Questa definizione nel significato accettato oggi si sta evolvendo. Non è più solo  avere una laurea, un master, ma sempre più conta saper risolvere problemi. Le certificazioni di altri, qualunque sia l’autorità da cui provengono, hanno perso molto del loro valore; possono essere solo un indizio da verificare.

Non si è ancora abituati ed attrezzati a questa situazione, perchè fino ad oggi è stato molto più conveniente rientrare nella categoria “middle skilled”. Una miglior difesa degli stipendi di questo “gruppone” non ha avuto bisogno di più impegno, migliore qualità e più alta performance.

Le conseguenze di questa situazione sono state la perdita di competitività e di produttività del nostro paese. Per ricuperarle sono indispensabili gli “high skilled”.

Il mercato del lavoro ufficiale ha ancora troppi elementi e logiche del periodo passato e cerca di rispondere a queste problematiche legandosi al prezzo e non al valore. Si rischiano così comportamenti al limite del comico, se non avessero conseguenze deprimenti. Offerte del tipo “giovani ingegneri con lunga esperienza” sono troppo frequenti.

La persona deve prepararsi ad essere offerta di soluzione dei problemi dell’azienda in cui si presenta.

Bisogna  scegliere il mercato che corrisponde al proprio valore, che noi e la nostra storia garantiamo valido anche per il futuro. Abbiamo bisogno di un posizionamento, che ci aiuti a soddisfare il nostro valore  e a mantenere il nostro modello di vita.

Questo per-corso non è complesso, ma va preparato molto bene. Essere offerta è molto più impegnativo di “a domanda risponde”. Bisogna essere precisi non solo su se stessi, ma anche conoscere al meglio l’impresa, i suoi problemi e i suoi comportamenti.

Ottenere il risultato a queste condizioni è sicuro  e rapido, solo più impegnativo e costoso.

Buona giornata e….. Avanti a Gran Carriera!

PS: il mio amico Vinicio vi aspetta su un altro social per continuare a raccontare in maniera molto più divertente questo strano mondo!