Certezza e continuità del lavoro: rischi e scenari

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Un manager di “peso” seduto nel mio ufficio alla domanda:

 “Perchè proprio lei con tanto di posizione è venuto a trovarmi?”

Così mi ha risposto:

 “Io governo, tra le tante altre cose, i rischi dell’azienda. Perché si stupisce che cerchi di coprirmi dai miei!”

Questo dialogo mi ha stimolato riflessioni e mi sono posto la domanda: quando un professionista deve cominciare a preoccuparsi? Ho chiesto aiuto ai miei colleghi per costruire e analizzare un campione di storie personali, che fosse ampio e entro un tempo prossimo (820 casi nei primi 10 mesi del 2016), con gradi di omogeneità definiti (tutti middle e top  manager) per trarre indicazioni che possano essere generalizzate. L’obiettivo non è certo quello di dare risposte individuali, ma di consigliare a chi ci legge il grado di alert da esercitare.

La certezza del lavoro è un’aspirazione legittima di ogni persona attiva. Il tempo in cui viviamo e vivremo per un lungo periodo è l’epoca più problematica per questo bisogno.

Altri momenti storici hanno vissuto crisi e disoccupazioni relativamente più devastanti e diffuse, vedi anni 30 del secolo scorso, ma nessuna così articolata e complessa da interpretare e superare.

Abbiamo scelto tre macro tipologie generali: dimensione, nazionalità della proprietà, anni dalla fondazione o dalla presenza in Italia.

Grande impresa/PMI,

Impresa italiana/Proprietà estera,

Impresa con meno di 10 anni di attività in Italia/Impresa con più di 10 anni.

 

  • Chi lavora in una grande impresa italiana con meno di 10 anni di vita deve gestire una situazione con rischi contenuti e urgenze di media intensità. Le dinamiche della sua carriera possono svilupparsi per percorsi conosciuti. Problematicità, che possono cambiare il livello d’urgenza, derivano da fattori esterni. L’attenzione va posta a questi segnali, le informazioni interne sono inaffidabili. C’è tempo per fare una chiacchierata esterna. Identica situazione per grandi imprese estere nate meno di 10 anni fa con un’urgenza un poco più pressante di un incontro esperto.

 

  • Per manager di grande impresa italiana con più di 10 anni di vita il rischio reale è mediamente più basso di quello percepito. Siamo in una situazione che dal punto di vista medico può essere definita: il male è conclamato, ma il metabolismo è lento. L’unico pericolo deriva dal perdere tempo. Più si rimane incerti più si pagheranno prezzi sproporzionati alla gravità del contesto. Una valutazione a parte andrà fatta per i dirigenti pubblici dopo la legge, che ha eliminato il tempo indeterminato, ma la logica è la stessa.

 

  • Grande impresa estera da molti anni nel nostro paese. Il rischio è proporzionalmente aumentato. Il grande nome non è più una sicurezza e anche nella globalizzazione le subsidiaries non hanno lo stesso trattamento della casa madre. E’ urgente costruirsi certezze soggettive esterne.

 

  • Chi è dipendente in una PMI italiana nata poco prima o durante la crisi ha meno probabilità di trovarsi in novità concrete, non già acclarate, preoccupanti. Ma sono aumentati i segnali di stanchezza dell’imprenditoria e il desiderio di passare la mano e capitalizzare. Bisogna evitare di trovarsi in conflitto tra rischi di cambi al vertice con conseguenze prevedibilmente negative e fedeltà a cui non è ragionevole chiedere garanzie. Diventa indispensabile confrontarsi con un esperto esterno.

 

  • La piccola, media azienda italiana con storia e tradizione è un universo molto vasto nel nostro paese. Si trova spesso coinvolta in turnaround generazionali più aggravati che favoriti dai cambiamenti epocali che stiamo vivendo. Coesistono due tipologie di manager con le stesse urgenze di mettere al sicuro la propria carriera: quelli che hanno fatto l’impresa, che rischiano di trovarsi marginalizzati o espulsi  e quelli che sono cresciuti nell’ultimo decennio, hanno maturato molte esperienze, ma pochi riconoscimenti. Muoversi per il proprio futuro con intensità ed urgenza  è un obbligo per tutti e due.

 

  • Le nuove imprese straniere presenti in Italia non possono garantire stabilità certa, rappresentano un’ottima opportunità solo a condizione di saper mettere al sicuro la continuità della propria carriera. Non esistono vincoli a cui appellarsi, nemmeno quello del risultato. Sono stipendi e come tali vanno rispettati, ma la propria crescita e la garanzia del futuro sono completamente di responsabilità individuale. Il paracadute deve essere di rigore. Il senso delle affermazioni iniziali del manager di”peso” devono accompagnarli ogni giorno.

 

  • L’Italia, oltre ad essere un mercato locale interessante, è stato il centro del sud Europa per molte imprese straniere. Questo è sempre meno vero. La geografia è cambiata e gli hub delle attività si stanno spostando o si sono già spostati ad est. Lavorare in una PMI straniera da lungo tempo in Italia è un rischio endemico che va affrontato, non sempre c’è urgenza. Ma il problema esiste e la situazione va messo in sicurezza.

 

La realtà di ciascuno, il proprio modello e stile di vita sono fattori che  possono indurre comportamenti e portare a scelte sbagliate. I tre rischi più insidiosi sono:

  1. Sentirsi appagati della propria carriera e abbinare a questo stato la certezza di essere inattaccabili nella propria posizione lavorativa. (…e chi mi tocca…)
  2. Trovarsi bloccati, da ragioni esterne alla dimensione lavoro, nella propria capacità di investire nella prevenzione e risposta ad eventi presenti e prossimi negativi e già visibili, che hanno e possono avere effetti sulla propria carriera e reddito. (… vorrei, ma non posso …)
  3. Sentirsi superiori o indifferenti al rischio di avvenimenti invalidati l propria dimensione lavorativa. ( ….chi se ne frega….)

 

La propria salute lavorativa dipende più da se stessi che da altri. Governarla ed investirci è la scelta più redditizia e per questo…

…Avanti a Gran Carriera!

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