Lavoro all’estero: come affrontarlo?

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Capita sempre più spesso che professionisti amici e non solo mi trasferiscano i loro dubbi e le loro incertezze su opportunità estere, possibili o da cercare, per se stessi o per i loro figli.

L’Italia non è percepita, al momento, come un paese in grado di favorire lo sviluppo di carriere, una sicurezza dei posti di lavoro; né il suo mercato è tale da incoraggiare transizioni o recuperi veloci per chi si trova senza o è a rischio occupazionale.

Non è un paese per giovani, ma nemmeno dinamico e attrattivo per chi vuole o deve migliorare le proprie posizioni, qualunque sia la sua fascia d’età.

E’ controllato dalla cultura del “meglio star fermi piuttosto che rischiare”: per le società è dominante “prima risparmiare, poi … se ne vale la pena … forse …”, per le persone è diffuso il piangersi addosso, l’attribuire ad altri problemi e responsabilità, che in parte sono anche proprie, l’ “aspettiamo di vedere come va a finire”.

Elenco alcuni casi tipo, oltre al cosa consigliare ai propri figli.

Ci sono le aziende italiane che scelgono di spostarsi e crescere all’estero, che hanno bisogno di duplicare posizioni di responsabilità in altri paesi, altri mercati. Queste imprese cercano ovviamente al proprio interno professionisti in grado di gestire per tempi, mai sufficientemente  definiti, queste situazioni.

Non frequentemente questa ricerca si rivolge all’esterno attraverso sia i canali ufficiali che quelli informali.

In certi settori il declino della presenza italiana obbliga professionisti a prendere in esame la possibilità di trasferimento in realtà estere.

A ciascuna di queste fattispecie vanno poi aggiunte le peculiarità individuali sia professionali che personali per poter dare consigli assennati e vincenti. Ma posso arrischiarmi di indicare risposte diverse per le tipologie sopra indicate.

I manager con forti specializzazioni di prodotto, che sono timorosi o non credono alle possibilità di estendere il proprio ruolo preferendo salvaguardare l’area di confort della competenza specifica e pensano di avere opportunità in gruppi concorrenti esteri, devono prima di ogni altra cosa affinare la propria capacità linguistica. Dialogare con altri componenti di un team che rispondono ad altre società è differente che rapportarsi con il proprio capo in lingua madre o sapersi districare in regole e comportamenti di un altro paese. Se ruggine c’è (spesso è così), bisogna toglierla prima.

La carriera come immigrato, anche se di “lusso”, non è così frequente. Un altro paese vale per la garanzia del quotidiano, non per le prospettive.

Queste bisogna prepararsele in proprio sia mettendole nel conto di quello che si deve tirar fuori dalla nuova esperienza, sia trovando la modalità giusta a cui affidare il mantener aperto il canale di continuità di carriera nel proprio territorio.

Quando la tua o nuova azienda ti chiede di trasferirti in un altro paese è certo un’occasione con due aspetti molto importanti da governare.

Il primo personale: quanto questo incide sul tuo stile di vita e sui tuoi compromessi famigliari e personali e quali azioni pensi di operare per mantenerli al livello di sicurezza che ti è necessario.

Il secondo di carriera: quell’esperienza che ti accingi a vivere, per quanto abbia una durata e condizioni definite, è sempre a rischio. Non esiste garanzia possibile per evitare che al tuo rientro, già definito o anticipato perché l’hai richiesto, tu sia sicuro di ritrovare il tuo posto o un altro equivalente.

I vaccini per prevenire la malattia sono gli stessi del caso precedente. Solo così quell’esperienza sarà una spinta alla tua carriera anche al di fuori dell’azienda che te l’ha offerta.

Pensare di trasferirsi all’estero quando ci si convince che non ci siano più opportunità nel proprio mercato non è mai una buona scelta. Una simile decisione è troppo importante per non essere vista e rivista mille volte.

Le nostre convinzioni sono di norma condizionate dal nostro modo di intendere e affrontare le problematicità della vita e del lavoro. C’è sempre un modo diverso da imparare ed agire. Prima di fare scelte così rischiose vale farsi aiutare e investire in consigli esperti e azioni mirate.

Nel caso di giovani neolaureati non mi sento di consigliare l’estero per il primo impatto con il lavoro.

Sono troppo convinto della teoria etologica dell’imprinting, per cui credo che sia meglio che il cucciolo veda per primo un animale della propria specie piuttosto che uno diverso.

Perché il costo famigliare e personale di un lavoro all’estero venga trasformato in alta probabilità di investimento redditizio è utile farlo in seconda battuta e che questa stia in un percorso definito che abbia già avuto una parziale verifica: “serve a quello che voglio fare da grande”.

La morale dei miei suggerimenti è: quando si parte è sempre meglio preparare prima un biglietto d’andata e ritorno! Se il costo è ridotto ne vale la pena.

Avanti a Gran carriera

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