Il lavoro dopo i 50 anni: quali errori si fanno nel raccontarsi

over50

Improvvisamente (non tanto) il cinquantesimo anno della esistenza è diventato un momento di riflessione e “un confine simbolo” importante della carriera.

L’allungamento generalizzato delle aspettative di vita degli ultimi decenni in Europa ed in Italia in particolare, il cambiamento delle regole pensionistiche, combinati con mutamenti sostanziali dell’età d’ingresso in azienda delle persone hanno modificato il senso del lavoro dopo i cinquant’anni.

Oggi è intorno a quell’età che passa la linea rossa del “middle- term” della carriera.

Gli otto anni di crisi economica profonda e le novità in tutti i campi della nostra esistenza apportate dalla globalizzazione, alcune delle quali possono definirsi stravolgimenti, rendono più difficile e più urgente un bilancio e una revisione del progetto personale per il futuro.

Oltre all’ ”obbligo” di farlo di cui ho ampiamente scritto nei post precedenti, si sono rarefatte le occasioni in cui bisogna presentarlo ed è decisivo esporlo al meglio.

Nella mia esperienza quotidiana incontro professionisti, la maggior parte della generazione intorno o oltre i 50 anni.

Le loro esperienze nei colloqui erano completamente diverse, erano preceduti da una “caccia”, commissionata dall’offerta/azienda, da head hunters e società di selezione o derivavano da segnalazioni dei reciproci network. Era quindi logico aspettarsi di essere in parte già conosciuti e si era preparati solo a rispondere a domande di approfondimento.

Tutti i candidati erano concentrati sull’ascolto, orgogliosi di essere stati cercati, quasi mai focalizzati sul “cosa offrire”, come presentarsi e sul “cosa dire”.

Essere offerta, parlare di sé, del proprio lavoro, delle proprie capacità, definirsi per i problemi risolti e che si potranno risolvere in futuro era percepita come un’occasione poco interessante e non coerente con l’età matura.

Il passaggio da domanda ad “essere offerta” cambia completamente la direzione dell’incontro. Il centro deve essere “l’altro” (non tu professionista) e la tua presentazione, le tue expertise devono essere dimensionate sulla soluzione dei suoi problemi.

Io ritengo che le persone dai cinquant’anni in su siano la componente decisiva per fermare il declino del nostro paese e ripartire.

Ho 73 anni e la mia esperienza (la parte buona dell’invecchiare) mi fa capire che la continuità di carriera dei 50enni deve essere il centro del nostro interesse.

Ma il punto debolissimo, che ho rilevato nei miei incontri quotidiani è la loro incapacità a rappresentarsi, gli errori che commettono consistono nel rilanciare stereotipi scontati e spostare i contenuti dell’incontro su tematiche improduttive per tutte due le parti.

Mi sento impegnato con il mio lettore nell’aiutarlo a migliorare questi aspetti e gli propongo di inviare su contattaci@ccglobal.it :

  1. le 50 parole (massimo), che rappresentano il fulcro di un ipotetico incontro con il proprio capo per spingere un avanzamento o con l’interlocutore/imprenditore che rappresenta l’azienda con cui si vorrebbe lavorare
  2. un curriculum vitae, un profilo (senza dimenticare l’autorizzazione al trattamento dei dati …)

Risponderò, coinvolgendo anche tutti i miei colleghi, segnalando a ciascuno i primi tre aspetti che non sono efficaci o addirittura controproducenti per una Continuità di Carriera.

Avanti a Gran Carriera

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