La carriera deve avere un inizio

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In questo mercato del lavoro la realtà è difficile per tutti.
Per coloro che, avendo esperienza e valore, vogliono cambiare e migliorare, per quelli che incappano in problematicità più o meno gravi di vita aziendale, ampliare i propri orizzonti lavorativi è arduo.
Ma ancora più grave è la situazione di chi la carriera deve iniziarla.
La disoccupazione giovanile è altissima e non accenna a diminuire. Paradossalmente è più pesante nel cluster dei laureati rispetto agli altri gruppi (rischia di portarti a domande stupide quali: cosa mi è servito studiare?!).
I dati sono diversi per aree geografiche e tipologia di laurea. Ma anche nelle migliori zone, con lauree e master interessanti, molti, troppi giovani, se non sono disoccupati, hanno lavori precari.
Queste occupazioni non solo danno redditi insufficienti (all’inizio ci può stare), ma moltissimi non hanno alcuna coerenza con il pur breve passato della persona e sono deleteri per progettare e costruire un futuro professionale interessante.
Il mito dello “strillone di giornali”, che diventa ricchissimo proprietario pur non essendo più del nostro tempo, Kirk Kerkorian (vedi Kirk Kerkorian MGMT) è ancora un modello per la sua forza di rialzarsi dopo un fallimento, che lo ha portato a diventare tra i più ricchi d’America (e dico io, tra i miliardari più felici) .
Ma, se nel nostro paese vuoi avere opportunità, devi preparartele in anticipo. Un buon inizio è la garanzia di successo.
Entrare nel progetto Erasmus, laurearsi, seguire un master, oggi quando sono scelti bene, formano, danno competenze e conoscenze, che abbinate a qualità, impegno e ad un metodo vincente, sono importanti. Ma quasi nulla insegnano su come si fa carriera, come ci si garantisce sicurezza futura e mai ti seguono nel percorso per realizzarle.
Nel passato, in un mondo, che visto con gli occhi di oggi possiamo definire stabile e ordinato, si sapeva cosa fare: perché i padri trasferivano ai figli modelli funzionanti e conoscenze, chi non era in grado di farlo sapeva sempre a quale “santo “ rivolgersi. Il mercato del lavoro girava e i momenti no erano pochi e brevi.
Prepararsi ed agire il migliore Inizio di Carriera è insolito, non impossibile.
Ma ora tutto è più “fluido”, anche le opportunità necessitano di aiuto per essere afferrate e trasformate in certezze.
Difficilmente una persona esperta riesce a districarsi senza una guida, deve rivedere abitudini, mettere in discussioni aree che sono state e sembrano ancora di confort, ridare nuove direzioni a valori antichi, rigenerarne la forza e definire obiettivi a breve di nuova redditività. Ha due compiti, entrambi identicamente complessi: resettare le sue convinzioni e certezze e reimpostare il suo agire sul mercato.
Per un giovane neo laureando/laureato, per chi da pochissimo è entrato nel mondo del lavoro c’è moltissimo da imparare, ma pochissimo da smantellare. La fatica dell’esperienziato, che deve cambiare abitudini, strade, modelli e che non a tutti riesce gli è risparmiata.
E’ più facile preparare e dipingere una tela bianca, piuttosto che modificare un quadro già colorato.
Queste riflessioni sono patrimonio di pochi, ma nella loro semplicità possono migliorare, se agite, la vita presente e futura di molti individui e di una nazione.
Il nostro paese non può permettersi di perdere nessuna generazione, quella dell’esperienza e quella dei “millennials” se vuole avere un futuro.
Così come possiamo sostenere la Continuità della Carriera è necessario operare il migliore Inizio di Carriera.
Il più prezioso regalo per un giovane è inserirlo in un percorso virtuoso che gli permetta di entrare, restare e migliorare la sua posizione e costruirsi la sua autosufficienza.
Tutto comincia con un buon Inizio di Carriera.
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Andiamo a vincere nel mercato del lavoro

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“Il mercato del lavoro non funziona più”, questa evidenza è sotto gli occhi di tutti e comporta effetti negativi in generale. Coinvolge i disoccupati e i giovani che sono in cerca di lavoro e ha riflessi pericolosi sulla vita delle famiglie. Coloro che il lavoro ce l’hanno e vogliono migliorare la propria posizione e quelli che l’hanno appena trovato ne pagano anche loro le conseguenze.
Tutti, dal collaboratore che vuole sentirsi riconosciuto il valore espresso al professionista che patisce il blocco della sua carriera, ricevono, quando va bene, vaghe promesse, accompagnate sempre da una raccomandazione un poco inquietante “…il momento non è quello giusto, pensi a garantirsi quello che ha…”.
Anche le aziende alla lunga sono danneggiate da questa realtà: a fronte di un ridotto risparmio sui costi, che potrebbe facilmente essere ottenuto per altre strade, si hanno performance inferiori all’auspicabile, crescenti incapacità a reagire alla concorrenza e non si vive al meglio la variabilità che caratterizza questa epoca appena iniziata.
Un professionista in gamba, ieri sera, mi descriveva come una grande fortuna avere trovato una sua conoscenza che l’aveva recuperato da un’azienda a rischio ad una retribuzione poco più bassa.
Uscire da questa trappola in cui ci cacciamo è essenziale per il nostro futuro.
Dobbiamo rivedere le nostre convinzioni, sostituirle con una lettura appropriata della nuova realtà e poi utilizzare le nostre abilità per trarre il giusto ritorno di reddito, carriera e sicurezza da tutti i cambiamenti consolidati e in corso.
Se il mondo precedente era centrato sulla sostanziale stabilità, in quello attuale domina la variabilità.
Le certezze su cui puoi fare affidamento stanno sempre più al nostro interno.
Cosa succede fuori dalla nostra portata? O ci si trova coinvolti nel medio e lungo termine oppure non è influenzabile. Nel primo caso c’è il tempo per intervenire, nel secondo è sprecato attivarsi.
Non solo il vecchio mercato ci interessa poco perché non funziona, ma è anche l’oggetto centrale trattato, “i ruoli”, che è scarsamente utile per muoversi con successo.
Dobbiamo porre al centro del nostro interesse i “mal di pancia” delle aziende.
Come la persona, anche l’impresa ha i suoi “mal di pancia”; sono tutti gli irrisolti, quello che è stato affrontato male, ma per cui non si possiedono soluzioni soddisfacenti. Questi spesso possono essere endemici, arrivare dal passato, rimasti sotto traccia per lunghi periodi, ma possono evidenziarsi anche all’improvviso derivati da cambiamenti esterni.
A differenza dei ruoli ricercati nel vecchio mercato, che sono pochi e poco attraenti, i “mal di pancia” sono tanti, presenti in ogni impresa ed hanno una capacità di riprodursi, al momento, infinita.
Il vero ed indiscutibile valore professionali della persona è legato alle soluzioni di problemi agite nel passato e all’essere confidenti di poterle replicare ancora per risolvere situazioni simili.
Porre al centro del mercato i “mal di pancia” significa riaprirlo a nuovi e rinnovati protagonisti, renderlo più attraente per tutti. I lavoratori, che così non sono mano d’opera, ma solutori di problemi e le imprese che possono trovare risposte alle proprie criticità.
Il problema della concorrenza, che nel vecchio mercato è defaticante sia per persone che per le aziende, non esiste. Il possibile conflitto tra chi sceglie e chi vuole essere scelto è sfumato. Tutto discende da un dato oggettivo: hai proposto o meno soluzioni adeguate e sei o meno risultato credibile nel proporle.
Nel nuovo mercato si invertono i ruoli: il professionista è offerta, l’impresa è domanda.
Il vecchio mercato si muove sulle posizioni non coperte, nel nuovo l’oggetto è diverso e tutte le posizioni possono essere coinvolte.
La vecchia piazza si muove oggi sul prezzo più basso, nel nuovo mercato si rivaluta il valore e il prezzo non è predefinito, ma deriva da quanto vale la soluzione di quel “mal di pancia”.
Il colloquio non è più di selezione, ma è un colloquio di vendita/assunzione. La parola spetta alla persona, come pure la gestione dell’interview deve essere pensata di sua competenza.
Nel vecchio mercato tutto ruota intorno alla conoscenza del candidato per confrontarlo con il profilo definito nella selezione, nel nuovo quello che conta è approcciare il “mal di pancia” dell’impresa ed essere adesi alle sue logiche.
Ora smettiamo di accusare il fato, il sistema, la crisi, il mercato, la Fornero ed iniziamo a lavorare su noi stessi, sul cambiamento che dobbiamo apportare per tornare ad essere i numeri Uno nel lavoro, come lo eravamo ieri, aiutati da professionisti che lavorano tutti i giorni per creare le condizioni del successo.
Al prossimo post di martedì 14 altri approfondimenti.
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Ho perso valore sul mercato del lavoro?

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I dati sul lavoro continuano ad essere negativi, non siamo di fronte ad alcuna svolta: la disoccupazione rimane quella di un paese in crisi, la precarietà aumenta e il cluster giovani senza lavoro è in crescita.
Oltre ai dati ufficiali c’è una diffusa incertezza e malessere nel mondo del lavoro, anche gli occupati sentono l’instabilità come un pericolo latente.
Pur con dati economici non negativi tutto resta come prima. Bisogna trarne le debite conseguenze: è il vecchio mercato del lavoro che non funziona più.
Dobbiamo agirne uno nuovo che tenga conto di tutti i cambiamenti in cui siamo precipitati. Da questi dobbiamo partire per muoverci con nuove logiche e nuove regole, a colpo sicuro.
Il vecchio mercato, ancora oggi vivo ma prossimo al decesso, è stato costruito e ha prosperato in un mondo molto più circoscritto, che era improntato alla stabilità. Erano chiari i confini, i protagonisti erano sempre gli stessi e le regole erano conosciute e accettate da tutti. Le aziende erano l’offerta e le persone la domanda. E’ stato il periodo dello sviluppo del cosiddetto ”primo mondo”, delle multinazionali. In Europa abbiamo avuto un aumento del reddito di ciascuno e contemporaneamente della disponibilità di servizi sociali (ma anche il formarsi del “terno secco” della UE, 7 25 50, % su popolazione mondiale – reddito – spesa sociale che dobbiamo difendere e migliorare).
In questo lasso di tempo la durata della vita delle aziende era maggiore della vita lavorativa delle persone e veniva premiata la fedeltà. Il mercato trattava ruoli che erano ben chiari per le aziende. Gli stipendi erano in crescita, dovevano difendersi solo dall’inflazione. Il tempo di lavoro diminuiva come pure gli anni necessari per arrivare alla pensione, sia pure con forti sperequazioni tra i diversi settori.
L’economia aveva le sue crisi, che per intensità erano anche pesanti, ma duravano poco ed erano crisi di crescita. Infatti quando c’era la ripartenza il lavoro tornava subito abbondante. Anche in paesi come l’Italia erano frequenti, più per il nord, periodi di sostanziale piena occupazione.
Nella seconda parte di questa epoca che possiamo indicare nella fine del 20° secolo e l’inizio del 21°, sono maturati cambiamenti radicali: la tecnologia, in particolare la sua parte applicativa, ha prodotto effetti sempre più profondi e universali, gli equilibri del mondo sono rapidamente cambiati facendo emergere nuovi protagonisti e allargando in maniera esponenziale il cluster delle nazioni che contano nella politica, nell’economia e influenzano oggi tutta la nostra quotidianità compreso il lavoro.
Velocemente tutte le modalità, le regole, le strumentazioni, i modelli di pensiero hanno cominciato ad andare in crisi per poi progressivamente sgretolarsi con il procedere impetuoso dei cambiamenti.
Nel lavoro si è reagito prima in maniera sbagliata, pensando che “noi” comunque ce la saremmo ”cavata anche questa volta” , poi presi dal panico si sono susseguite risposte confuse, incerte ed il più delle volte sbagliate.
Emblematica è la riforma delle pensioni. Era evidente che andavano fatte modifiche radicali ed anche problematiche, ma non si è tenuto conto del contesto in cui queste avrebbero agito su un mercato del lavoro.
Questi aveva come oggetto centrale i ruoli ed è sempre cresciuto su tre filoni: la sostituzione, la duplicazione e il nuovo. Sostituzione di collaboratori, che prevalentemente andavano in pensione; duplicazione per l’apertura di nuove sedi, filiali, stabilimenti; nuove professioni, che derivavano dall’irruzione sul mercato di nuovi prodotti e servizi.
Entrati nella crisi/cambiamento del 2008 è stato subito chiaro che i canali forti dell’offerta, duplicazione e nuove professioni avevano frenato bruscamente per mancanza di capitali e diminuita propensione al rischio degli imprenditori. Decidere un pesante allungamento dell’età pensionabile è stato un suicidio, il fiume che aveva sempre portato ricchezza e ordine sociale è stato trasformato in un acquitrino maleodorante e dannoso.
Oltre ad essersi decisamente ridotto Il mercato si è involuto sul prezzo più basso.
L’esperienza ha perso valore ed è stata percepita abbinata ad un costo più alto e quindi quasi considerata un ostacolo. Le conseguenze per le persone sono evidenti, ma altrettanto gravi sono quelle per le imprese: si è indebolito l’insieme del fattore decisivo e più adattabile nella concorrenza globale, la risorsa umana.
Venerdì prossimo vi rappresenterò la strada per rovesciare come persone e professionisti questa situazione. Cosa e come fare per vivere le positività della realtà attuale e per aggirarne gli ostacoli, che sono tanti e che ci bloccano nel nostro agire.
E’ cambiato moltissimo e non dobbiamo accettare di prendere solo il peggio del nuovo. Regole, strumentazioni, modelli di pensiero devono essere piegate alle nostre esigenze. Come renderle a nostro favore sono gli argomenti del prossimo articolo.
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