Ho perso valore sul mercato del lavoro?

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I dati sul lavoro continuano ad essere negativi, non siamo di fronte ad alcuna svolta: la disoccupazione rimane quella di un paese in crisi, la precarietà aumenta e il cluster giovani senza lavoro è in crescita.
Oltre ai dati ufficiali c’è una diffusa incertezza e malessere nel mondo del lavoro, anche gli occupati sentono l’instabilità come un pericolo latente.
Pur con dati economici non negativi tutto resta come prima. Bisogna trarne le debite conseguenze: è il vecchio mercato del lavoro che non funziona più.
Dobbiamo agirne uno nuovo che tenga conto di tutti i cambiamenti in cui siamo precipitati. Da questi dobbiamo partire per muoverci con nuove logiche e nuove regole, a colpo sicuro.
Il vecchio mercato, ancora oggi vivo ma prossimo al decesso, è stato costruito e ha prosperato in un mondo molto più circoscritto, che era improntato alla stabilità. Erano chiari i confini, i protagonisti erano sempre gli stessi e le regole erano conosciute e accettate da tutti. Le aziende erano l’offerta e le persone la domanda. E’ stato il periodo dello sviluppo del cosiddetto ”primo mondo”, delle multinazionali. In Europa abbiamo avuto un aumento del reddito di ciascuno e contemporaneamente della disponibilità di servizi sociali (ma anche il formarsi del “terno secco” della UE, 7 25 50, % su popolazione mondiale – reddito – spesa sociale che dobbiamo difendere e migliorare).
In questo lasso di tempo la durata della vita delle aziende era maggiore della vita lavorativa delle persone e veniva premiata la fedeltà. Il mercato trattava ruoli che erano ben chiari per le aziende. Gli stipendi erano in crescita, dovevano difendersi solo dall’inflazione. Il tempo di lavoro diminuiva come pure gli anni necessari per arrivare alla pensione, sia pure con forti sperequazioni tra i diversi settori.
L’economia aveva le sue crisi, che per intensità erano anche pesanti, ma duravano poco ed erano crisi di crescita. Infatti quando c’era la ripartenza il lavoro tornava subito abbondante. Anche in paesi come l’Italia erano frequenti, più per il nord, periodi di sostanziale piena occupazione.
Nella seconda parte di questa epoca che possiamo indicare nella fine del 20° secolo e l’inizio del 21°, sono maturati cambiamenti radicali: la tecnologia, in particolare la sua parte applicativa, ha prodotto effetti sempre più profondi e universali, gli equilibri del mondo sono rapidamente cambiati facendo emergere nuovi protagonisti e allargando in maniera esponenziale il cluster delle nazioni che contano nella politica, nell’economia e influenzano oggi tutta la nostra quotidianità compreso il lavoro.
Velocemente tutte le modalità, le regole, le strumentazioni, i modelli di pensiero hanno cominciato ad andare in crisi per poi progressivamente sgretolarsi con il procedere impetuoso dei cambiamenti.
Nel lavoro si è reagito prima in maniera sbagliata, pensando che “noi” comunque ce la saremmo ”cavata anche questa volta” , poi presi dal panico si sono susseguite risposte confuse, incerte ed il più delle volte sbagliate.
Emblematica è la riforma delle pensioni. Era evidente che andavano fatte modifiche radicali ed anche problematiche, ma non si è tenuto conto del contesto in cui queste avrebbero agito su un mercato del lavoro.
Questi aveva come oggetto centrale i ruoli ed è sempre cresciuto su tre filoni: la sostituzione, la duplicazione e il nuovo. Sostituzione di collaboratori, che prevalentemente andavano in pensione; duplicazione per l’apertura di nuove sedi, filiali, stabilimenti; nuove professioni, che derivavano dall’irruzione sul mercato di nuovi prodotti e servizi.
Entrati nella crisi/cambiamento del 2008 è stato subito chiaro che i canali forti dell’offerta, duplicazione e nuove professioni avevano frenato bruscamente per mancanza di capitali e diminuita propensione al rischio degli imprenditori. Decidere un pesante allungamento dell’età pensionabile è stato un suicidio, il fiume che aveva sempre portato ricchezza e ordine sociale è stato trasformato in un acquitrino maleodorante e dannoso.
Oltre ad essersi decisamente ridotto Il mercato si è involuto sul prezzo più basso.
L’esperienza ha perso valore ed è stata percepita abbinata ad un costo più alto e quindi quasi considerata un ostacolo. Le conseguenze per le persone sono evidenti, ma altrettanto gravi sono quelle per le imprese: si è indebolito l’insieme del fattore decisivo e più adattabile nella concorrenza globale, la risorsa umana.
Venerdì prossimo vi rappresenterò la strada per rovesciare come persone e professionisti questa situazione. Cosa e come fare per vivere le positività della realtà attuale e per aggirarne gli ostacoli, che sono tanti e che ci bloccano nel nostro agire.
E’ cambiato moltissimo e non dobbiamo accettare di prendere solo il peggio del nuovo. Regole, strumentazioni, modelli di pensiero devono essere piegate alle nostre esigenze. Come renderle a nostro favore sono gli argomenti del prossimo articolo.
Avanti a Gran Carriera

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