Nel lavoro cosa fare: ruolo unico o multitasking

nel lavoro cosa fare

I cambiamenti della nostra vita si susseguono toccandone tutti gli aspetti. Nel lavoro sono molti e, per il nostro paese, pochi sono piacevoli. Ma alcuni possono diventare opportunità di miglioramento e sicurezza del futuro a condizione che siano ben compresi e gestiti.

Il ruolo è coinvolto da una mutazione strisciante, procede in più direzioni, che possono essere piegate a favore della persona, del suo valore, del suo prezzo e contribuire ad una ripresa del benessere generale.

Questa metamorfosi è una derivata diretta della “nuova società”in cui siamo entrati e degli architravi a cui s’ispira: velocità, globalizzazione, flessibilità, superficialità.

  • Velocità: tutto avviene in tempi più brevi, passiamo da “il tempo è denaro” al “meno tempo è valore”. Non devi fare le cose più veloci perche risparmi, ma perché sono considerate migliori. Oggi affermare che quel prodotto costa e vale di più perché è stata messa più attenzione, più cura e quindi più tempo fa perdere clienti non guadagnarli. La velocità, se riflettiamo, si è sganciata dal tempo; è un unico gesto in progressione che contiene più movimenti e, qui sta la novità, ciascuno di questi produce energia per il successivo fino al raggiungimento dell’unico risultato accettato. Velocità è energia, non meno tempo!

 

  • Globalizzazione: oggi pianificare e conoscere il mercato e i suoi protagonisti, i concorrenti è già impresa difficile nel breve periodo, ma impossibile nel medio e lungo. Questo significa che bisogna essere sempre pronti a reagire e quindi più attenti alla risorsa che può adattarsi più velocemente. Solo gli individui hanno questa capacità e nessun altro fattore può gestire l’imprevedibile.

 

  • Flessibilità: l’attuale vecchio mondo che volge alla fine ha avuto bisogno di rigidità, nella produzione, nel sociale, nel pensiero. Tutto era fondato sul molteplice, sulla riproduzione del campione. Nell’organizzazione, nella vita di tutti i giorni nelle scienze, persino nell’arte si è privilegiato di fatto il “pensiero unico”. La flessibilità era o un cedimento o una imperfezione da sanare. Se riflettiamo, ragionare flessibile è oggi più conveniente apre a più possibilità e permette di scegliere e di “contrattare” un allargamento delle scelte.. Attualmente il modo rigido è sempre perdente, per il breve è possibile sia solo per una parte, ma per il medio/lungo è perdente per tutti. Oggi  flessibile è sinonimo di qualità. Il pensiero flessibile sa affrontare la continua varianza della realtà. Essere flessibili è un valore e una precondizione delle nuove competenze e del self learning.

 

  • Superficialità: non intesa come disinteresse od approssimazione, ma come capacità di comprendere in un unico sguardo tutto l’oggetto del nostro agire. E’ scostato dall’approfondimento, è il sinonimo di essenzialità; solo esclusivamente quello che serve allo scopo. Non accetta deviazioni o rimandi, perché creano confusione e depotenziano la ragione del gesto. La superficialità permette visioni più ampie. L’energia scorre senza ostacoli.

 

Il ruolo sta individualizzandosi. Acquisisce caratteristiche indotte dalla realtà aziendale in cui ha lavorato e si modella sui differenti bisogni. Le mansioni di cui si compone tendono ad una  estensione e ad avvicinarsi progressivamente ad altri ruoli aziendali. Questo diventa competenza dalla persona e la rende unica.

Il passaggio dal ruolo ingabbiato ad un abbozzo di multitasking ha più aspetti interessanti: permette una migliore comprensione dell’insieme del  compito. Questo si fonda sempre sulla sua base tecnica, ma allarga ad altri saperi e influenza in positivo il risultato. Questa unicità emerge chiara nelle riunioni di board ed è molto apprezzata dai vertici. Se poi si acquisiscono modalità di relazione positive, aiuta in un percorso per la  leadership e concorre all’obiettivo generale dell’impresa.

Quello che ne viene fuori non è un centauro mostruoso, ma il citizen del mondo oggi  e la base su cui continuerà questa mutazione.

Ci si deve preparare seguendo queste regole e misurarsi con queste situazioni. Fare tutto da soli è più difficile e non aggiunge nulla al contenuto. E’ più veloce e più produttivo farsi aiutare.

Condividi le tue riflessioni, ne parleremo durante il colloquio: prenotati cliccando sul link sottostante, che ti permette di fissarti il giorno, l’ora e il modo per potere discutere del tuo particolare.

 

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A Gran Carriera!

Mario Piccoli

 

 

 

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Le 3 regole d’oro per un colloquio vincente

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Tutti stiamo molto attenti alle notizie sul mercato del lavoro per cercare di capire se è cessato “l’allarme rosso” e possiamo togliere l’occupazione dal primo posto tra le nostre preoccupazioni.

Chi dice non è peggio di prima, quindi male e chi con prudenza sembra lasciare intravedere qualche timido segnale di ripresa.
“E pur si muove” afferma qualche novello “Galileo Galilei”. In ogni caso poca offerta, pochissime opportunità interessanti.

Poche o tante che siano vanno sfruttate meglio!

Raccontare la propria storia professionale, quello che siamo, quello che abbiamo realizzato nei diversi momenti della nostra carriera, la nostra esperienza, è molto più difficile di quanto si creda.

Non sono così tante le persone che sanno descriversi e poche quelle che lo sanno fare nella modalità che all’altro interessi.

Per prima cosa smontiamo luoghi comuni, direi consolatori, molto diffusi:
● non ha mostrato interesse e non ho capito perché ero lì
● la persona che mi ha colloquiato non aveva le competenze per capirmi

Ogni colloquio di selezione è un costo per chi lo fa, nessuno ha voglia di buttar via il proprio tempo, non il selezionatore e nemmeno la persona che si presenta.

Regola numero uno: “Conta la comunicazione più dell’espressione”

Al tempo d’oggi il messaggio che convince è quello che ha una rappresentazione che tiene conto dell’altro, allineando il contenuto che si vuole trasmettere sulla sua onda emotiva.
Solo quella è comunicazione!
Il resto, anche se forbito e pieno di descrizioni, è mera espressione, si preoccupa solo del sé e non di quanto passa dall’orecchio al cervello dell’altro.
Approfondire, durante il colloquio, cosa si vuole esprimere è sempre un’operazione perdente, se non richiesta. Si rischia di creare fastidi e disorientamenti.

Regola numero due: “Il molteplice non vale, abbiamo di fronte l’uno”                                 
Head hunter, consulenti di selezione interni alle imprese, direttori del personale, imprenditori praticano, ognuno a modo suo, la stessa attività, ma ciascuna di queste categorie ha peculiarità proprie.
Quando abbiamo di fronte l’altro non è facile conoscerne tutte le caratteristiche, ma alcune sono identificabili perché legate al ruolo. In più, se abbiamo imparato ad usare bene la tecnologia che questo “nuovo” mondo ci mette a disposizione, se non ci fermiamo ad un primitivo utilizzo dei social, ma siamo bravi o ci facciamo aiutare da chi lo è, otterremo una quantità sorprendente di informazioni utili.
Fare surfing (classica tecnica social) ci permette di costruire una sequenza che comprenda un risultato positivo ad ogni colloquio.

Regola numero tre: “Dare spettacolarità al racconto delle nostre realizzazioni e della nostra esperienza”                                                                                                                                   
Dobbiamo abbandonare un retaggio culturale che ci porta fuori strada: “io sono bravo, lo sanno già” oppure “se mi mettono alla prova lo dimostrerò come ho sempre fatto nel mio passato” come partenza per una comunicazione converrete è indecente.
Se teniamo conto dalle due regole precedenti possiamo fare molto meglio.
Scegliamo tra i diversi contenuti delle nostre esperienze quelle che possono essere più coerenti con gli obiettivi dell’altro e meglio comprese. Diamo movimento al nostro veloce racconto intorno a questi temi e prepariamoci a rispondere ad eventuali approfondimenti richiesti.
Seguire queste tre regole ci aiuta ad ottenere in ogni caso un risultato e, se oltre che bravi siamo anche fortunati, a fare l’en plein. Comunque sempre faremo un passo in avanti, misurandoci e ben seminando, per il raggiungimento dell’obiettivo.

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Carriera o sicurezza?

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Se accettiamo la mutazione come lettura autentica di quello che stiamo vivendo aspettiamoci che questa si riferisca con modalità originali a tutti gli aspetti del lavoro.

Partiamo dal ruolo; se è definito come negli standard, ha una vitalità estremamente povera. Permette poco movimento ai protagonisti, siano aziende o persone; è poco più di un banale ”passa, non passa”, utile nel tempo passato per la massificazione dei prodotti e, se mi è permesso, degli individui. Contribuiva alla produzione di grandi volumi e ad una più veloce disponibilità degli operatori necessari.

Oggi quando il professionista decide o deve cambiare o anche solo vedere ipoteticamente la sua possibilità di farlo, deve pensare in modo nuovo, pena un deprimente risultato della sua ricerca.

Bisogna rifiutare la rigidità del molteplice, come espressione di un tempo al tramonto, che non produce più effetti. Ad esempio ricercare un contabile ha un sottotesto che per l’azienda è altrettanto importante: “voglio il contabile perfetto oggi per la mia impresa”.

E’ necessario ispirarsi ai criteri che regolano il mercato globale, più le azioni personali ne sono in sintonia, maggiore sarà il successo.

Le caratteristiche del nuovo che sta mutando sono:

1. La disponibilità di quello che si cerca possiamo considerarla praticamente assicurata. A questo concorrono le nuove tecnologie, l’ allargamento degli ambiti geografici, del numero di consumatori, delle quasi infinite variazione della domanda che esprimono. Il mondo non accetta più il “non c’è”.
2. La necessità di una rappresentazione ampliata del prodotto/servizio. Marketing, spettacolarizzazione dell’offerta, uso massificato dei servizi di ricerca, si aggiungono al “che cosa” e ne espandono il contenuto.
3. La velocità, per l’offerta, è un imperativo. Questa non riguarda solo il fattore tempo, non è solo il “quando e quanto”, ma irrompe il “come”.

Oggi per ottenere questi esiti non bastano modelli organizzativi e organigrammi migliori, serve la persona giusta per quella situazione per ottenere il raggiungimento degli obiettivi. Questo è una conseguenza della “mutazione”.

Da un percorso su se stessi, solitari o meglio aiutati, il ruolo si colora sempre più di individuale.

Si oltrepassa il mercato in generale verso il proprio mercato, da tanti tentati colloqui a “buono il primo”, da una concorrenza vasta e varia “al posto per te”, dal parlare di “se” al parlare del e con l’altro. Così il proprio valore può essere validato e sganciato dalla logica oggi deprimente del prezzo.

Il “non c’è offerta” o “mancano i profili giusti” non esiste. Ci sono solo difficoltà a comprendere quello che sta cambiando in noi tutti e le resistenze che opponiamo alla realtà che sta mutando.

Sull’argomento ruolo, profilo, professioni c’è molta confusione. E’ ricorrente l’affermazione “…il 50% dei lavori che ci saranno tra 5 anni, oggi non sono ancora stati inventati”. Se sei nella fascia d’età tra i 40 e i 60 anni potresti rischiare il panico!

La realtà sarà sicuramente diversa: vista come importanti mutazioni dei ruoli attuali, la percentuale sarà molto maggiore, ma se intesa come nuove professioni non supereremo il 15%.

Lavorare, a partire dal presente, per riaggregare le proprie esperienze ed estenderle a scenari futuri intravisti, cercare realtà che possano permettere oltrepassamenti delle rigidità dell’esperienza presente, significa garanzia di sicurezza domani.

Questa MUTAZIONE non dice che dobbiamo lasciare tutto il nostro passato di ruolo, che è la nostra ricchezza. Dobbiamo portarci dietro quello che ci interessa, rigenerarlo nelle regole della mutazione stessa. Così diamo rinnovata forza alla nostra esperienza e abbiamo un valore in più da spendere e far rendere nel quotidiano e per il futuro.

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Arrivare al lavoro che vorresti

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Si è vissuta la crisi economica più lunga della storia e da più di un anno ci raccontano che è finita.

Vorremmo crederci, ma per l’occupazione, per pari o migliori condizioni di vita, sia di chi lavora, di chi vorrebbe lavorare e di chi non lavora più, la percezione è di essere ancora nei “problemi”  e ben lontani dalla loro soluzione.

Siamo noi che “non capiamo” o ci  stanno raccontando delle “frottole”?

La risposta è questa volta molto complessa, ma ha il merito, se ben gestita, di avviarci in un percorso interessante.

Anche se non siamo economisti o finanzieri dobbiamo partire dalla lettura della crisi ed interpretarla correttamente. Averci “navigato” quasi 10 anni ci ha fiaccato, ma il rifletterci sopra offre risposte per tirar fuori consapevolezza e risorse sufficienti per il raggiungimento degli obiettivi a tutti.

Abbiamo vissuto e continuiamo a vivere male questo nostro tempo non per una crisi economica e nemmeno per una crisi di sistema (parolona che gli esperti usano quando non sanno cosa dire). Tutti gli indicatori che sono stati utilizzati per monitorare la situazione ci hanno sempre portato fuori strada e non hanno aggiunto nulla a quanto poteva dirci la famosa “sciura Maria”.

Per poco tempo è stata crisi e solo nell’occidente del mondo, poi hanno prevalso le inadeguatezze, diverse da paese a paese, a gestire la MUTAZIONE che stiamo vivendo.

Questa è la ragione dei nostri guai, come persone, come imprese e come Italia.

Mutazione che ha inciso su tutti gli aspetti della nostra vita compreso il lavoro. Anche solo 20 anni fa se volevi cambiarlo avevi percorsi formali ed informali consolidati che funzionavano. Le difficoltà, i momenti di stagnazione del mercato erano gestiti e c’erano sempre soluzioni che garantivano percorsi e tempi ragionevolmente certi. Se cercavi per la prima volta lavoro le reti famigliari erano di norma sufficienti ad indirizzarti. Era inconsueto e non sempre apprezzato motivo d’orgoglio “il lavoro me lo sono trovato da solo”.

Le garanzie che offrivano le aziende si pensava fossero esigibili. I tuoi “vecchi” ti spronavano: “intanto entra, poi vedrai che tutto funzionerà”. E facevano di tutto per favorire questo ingresso. La media dei passaggi lavorativi di un’intera vita era di poco superiore all’unità. Chi cambiava era giudicato “strano”, l’anzianità aziendale era un valore.

Se vogliamo un esempio di cos’è la “mutazione” in atto pensiamo al percorso fatto dall’anzianità aziendale: da valore a quasi negatività.

Anzianità significava profondità, conoscere bene impresa, prodotto, mercato. Tutto questo significa tempo e concentrarsi esclusivamente sui compiti di tua responsabilità. Interessarsi al proprio mercato diventava, per molti tale resta oggi, un’azione faticosa e da farsi eccezionalmente o quando non ti eri strastancato del compito o quando casi personali o eventi aziendali ti obbligavano spaurito a guardarti intorno.

Ma oggi chi ha 20 anni d’azienda (e spesso ne rimangono altrettanti di  attività prima della pensione) deve preoccuparsi di giustificare, se si muove sul mercato, il perché di questo tempo.

Cercare tutti gli spunti per descrivere il suo percorso interno come un unico “gesto” in cui le varie tappe hanno dato energia per arrivare ad essere quello che può risolvere il bisogno espresso o nascosto dell’interlocutore.

Nella logica della “mutazione in atto” le certezze sono molto relative, ma è evidente che la velocità e l’energizzazione prodotta da ciascuna tappa per il raggiungimento del risultato sono diventati i valori più importanti. Ogni azione deve produrre “energia” e solo così è convincente e riconosciuta valida per il tempo attuale.

Questi sono solo alcuni degli esempi di mutazione riguardanti il tema lavoro.

I percorsi per carriera, ruoli, garanzie, sicurezza, reddito, nuove opportunità, se li vogliamo  efficaci, devono attraversare i contenuti personali e collettivi della mutazione in atto e navigare al suo interno.

Molto può essere rigenerato e altro di positivo felicemente scoperto, ma è necessario riconoscerlo ed accettarlo.

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La carriera deve avere un inizio

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In questo mercato del lavoro la realtà è difficile per tutti.
Per coloro che, avendo esperienza e valore, vogliono cambiare e migliorare, per quelli che incappano in problematicità più o meno gravi di vita aziendale, ampliare i propri orizzonti lavorativi è arduo.
Ma ancora più grave è la situazione di chi la carriera deve iniziarla.
La disoccupazione giovanile è altissima e non accenna a diminuire. Paradossalmente è più pesante nel cluster dei laureati rispetto agli altri gruppi (rischia di portarti a domande stupide quali: cosa mi è servito studiare?!).
I dati sono diversi per aree geografiche e tipologia di laurea. Ma anche nelle migliori zone, con lauree e master interessanti, molti, troppi giovani, se non sono disoccupati, hanno lavori precari.
Queste occupazioni non solo danno redditi insufficienti (all’inizio ci può stare), ma moltissimi non hanno alcuna coerenza con il pur breve passato della persona e sono deleteri per progettare e costruire un futuro professionale interessante.
Il mito dello “strillone di giornali”, che diventa ricchissimo proprietario pur non essendo più del nostro tempo, Kirk Kerkorian (vedi Kirk Kerkorian MGMT) è ancora un modello per la sua forza di rialzarsi dopo un fallimento, che lo ha portato a diventare tra i più ricchi d’America (e dico io, tra i miliardari più felici) .
Ma, se nel nostro paese vuoi avere opportunità, devi preparartele in anticipo. Un buon inizio è la garanzia di successo.
Entrare nel progetto Erasmus, laurearsi, seguire un master, oggi quando sono scelti bene, formano, danno competenze e conoscenze, che abbinate a qualità, impegno e ad un metodo vincente, sono importanti. Ma quasi nulla insegnano su come si fa carriera, come ci si garantisce sicurezza futura e mai ti seguono nel percorso per realizzarle.
Nel passato, in un mondo, che visto con gli occhi di oggi possiamo definire stabile e ordinato, si sapeva cosa fare: perché i padri trasferivano ai figli modelli funzionanti e conoscenze, chi non era in grado di farlo sapeva sempre a quale “santo “ rivolgersi. Il mercato del lavoro girava e i momenti no erano pochi e brevi.
Prepararsi ed agire il migliore Inizio di Carriera è insolito, non impossibile.
Ma ora tutto è più “fluido”, anche le opportunità necessitano di aiuto per essere afferrate e trasformate in certezze.
Difficilmente una persona esperta riesce a districarsi senza una guida, deve rivedere abitudini, mettere in discussioni aree che sono state e sembrano ancora di confort, ridare nuove direzioni a valori antichi, rigenerarne la forza e definire obiettivi a breve di nuova redditività. Ha due compiti, entrambi identicamente complessi: resettare le sue convinzioni e certezze e reimpostare il suo agire sul mercato.
Per un giovane neo laureando/laureato, per chi da pochissimo è entrato nel mondo del lavoro c’è moltissimo da imparare, ma pochissimo da smantellare. La fatica dell’esperienziato, che deve cambiare abitudini, strade, modelli e che non a tutti riesce gli è risparmiata.
E’ più facile preparare e dipingere una tela bianca, piuttosto che modificare un quadro già colorato.
Queste riflessioni sono patrimonio di pochi, ma nella loro semplicità possono migliorare, se agite, la vita presente e futura di molti individui e di una nazione.
Il nostro paese non può permettersi di perdere nessuna generazione, quella dell’esperienza e quella dei “millennials” se vuole avere un futuro.
Così come possiamo sostenere la Continuità della Carriera è necessario operare il migliore Inizio di Carriera.
Il più prezioso regalo per un giovane è inserirlo in un percorso virtuoso che gli permetta di entrare, restare e migliorare la sua posizione e costruirsi la sua autosufficienza.
Tutto comincia con un buon Inizio di Carriera.
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Andiamo a vincere nel mercato del lavoro

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“Il mercato del lavoro non funziona più”, questa evidenza è sotto gli occhi di tutti e comporta effetti negativi in generale. Coinvolge i disoccupati e i giovani che sono in cerca di lavoro e ha riflessi pericolosi sulla vita delle famiglie. Coloro che il lavoro ce l’hanno e vogliono migliorare la propria posizione e quelli che l’hanno appena trovato ne pagano anche loro le conseguenze.
Tutti, dal collaboratore che vuole sentirsi riconosciuto il valore espresso al professionista che patisce il blocco della sua carriera, ricevono, quando va bene, vaghe promesse, accompagnate sempre da una raccomandazione un poco inquietante “…il momento non è quello giusto, pensi a garantirsi quello che ha…”.
Anche le aziende alla lunga sono danneggiate da questa realtà: a fronte di un ridotto risparmio sui costi, che potrebbe facilmente essere ottenuto per altre strade, si hanno performance inferiori all’auspicabile, crescenti incapacità a reagire alla concorrenza e non si vive al meglio la variabilità che caratterizza questa epoca appena iniziata.
Un professionista in gamba, ieri sera, mi descriveva come una grande fortuna avere trovato una sua conoscenza che l’aveva recuperato da un’azienda a rischio ad una retribuzione poco più bassa.
Uscire da questa trappola in cui ci cacciamo è essenziale per il nostro futuro.
Dobbiamo rivedere le nostre convinzioni, sostituirle con una lettura appropriata della nuova realtà e poi utilizzare le nostre abilità per trarre il giusto ritorno di reddito, carriera e sicurezza da tutti i cambiamenti consolidati e in corso.
Se il mondo precedente era centrato sulla sostanziale stabilità, in quello attuale domina la variabilità.
Le certezze su cui puoi fare affidamento stanno sempre più al nostro interno.
Cosa succede fuori dalla nostra portata? O ci si trova coinvolti nel medio e lungo termine oppure non è influenzabile. Nel primo caso c’è il tempo per intervenire, nel secondo è sprecato attivarsi.
Non solo il vecchio mercato ci interessa poco perché non funziona, ma è anche l’oggetto centrale trattato, “i ruoli”, che è scarsamente utile per muoversi con successo.
Dobbiamo porre al centro del nostro interesse i “mal di pancia” delle aziende.
Come la persona, anche l’impresa ha i suoi “mal di pancia”; sono tutti gli irrisolti, quello che è stato affrontato male, ma per cui non si possiedono soluzioni soddisfacenti. Questi spesso possono essere endemici, arrivare dal passato, rimasti sotto traccia per lunghi periodi, ma possono evidenziarsi anche all’improvviso derivati da cambiamenti esterni.
A differenza dei ruoli ricercati nel vecchio mercato, che sono pochi e poco attraenti, i “mal di pancia” sono tanti, presenti in ogni impresa ed hanno una capacità di riprodursi, al momento, infinita.
Il vero ed indiscutibile valore professionali della persona è legato alle soluzioni di problemi agite nel passato e all’essere confidenti di poterle replicare ancora per risolvere situazioni simili.
Porre al centro del mercato i “mal di pancia” significa riaprirlo a nuovi e rinnovati protagonisti, renderlo più attraente per tutti. I lavoratori, che così non sono mano d’opera, ma solutori di problemi e le imprese che possono trovare risposte alle proprie criticità.
Il problema della concorrenza, che nel vecchio mercato è defaticante sia per persone che per le aziende, non esiste. Il possibile conflitto tra chi sceglie e chi vuole essere scelto è sfumato. Tutto discende da un dato oggettivo: hai proposto o meno soluzioni adeguate e sei o meno risultato credibile nel proporle.
Nel nuovo mercato si invertono i ruoli: il professionista è offerta, l’impresa è domanda.
Il vecchio mercato si muove sulle posizioni non coperte, nel nuovo l’oggetto è diverso e tutte le posizioni possono essere coinvolte.
La vecchia piazza si muove oggi sul prezzo più basso, nel nuovo mercato si rivaluta il valore e il prezzo non è predefinito, ma deriva da quanto vale la soluzione di quel “mal di pancia”.
Il colloquio non è più di selezione, ma è un colloquio di vendita/assunzione. La parola spetta alla persona, come pure la gestione dell’interview deve essere pensata di sua competenza.
Nel vecchio mercato tutto ruota intorno alla conoscenza del candidato per confrontarlo con il profilo definito nella selezione, nel nuovo quello che conta è approcciare il “mal di pancia” dell’impresa ed essere adesi alle sue logiche.
Ora smettiamo di accusare il fato, il sistema, la crisi, il mercato, la Fornero ed iniziamo a lavorare su noi stessi, sul cambiamento che dobbiamo apportare per tornare ad essere i numeri Uno nel lavoro, come lo eravamo ieri, aiutati da professionisti che lavorano tutti i giorni per creare le condizioni del successo.
Al prossimo post di martedì 14 altri approfondimenti.
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Ho perso valore sul mercato del lavoro?

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I dati sul lavoro continuano ad essere negativi, non siamo di fronte ad alcuna svolta: la disoccupazione rimane quella di un paese in crisi, la precarietà aumenta e il cluster giovani senza lavoro è in crescita.
Oltre ai dati ufficiali c’è una diffusa incertezza e malessere nel mondo del lavoro, anche gli occupati sentono l’instabilità come un pericolo latente.
Pur con dati economici non negativi tutto resta come prima. Bisogna trarne le debite conseguenze: è il vecchio mercato del lavoro che non funziona più.
Dobbiamo agirne uno nuovo che tenga conto di tutti i cambiamenti in cui siamo precipitati. Da questi dobbiamo partire per muoverci con nuove logiche e nuove regole, a colpo sicuro.
Il vecchio mercato, ancora oggi vivo ma prossimo al decesso, è stato costruito e ha prosperato in un mondo molto più circoscritto, che era improntato alla stabilità. Erano chiari i confini, i protagonisti erano sempre gli stessi e le regole erano conosciute e accettate da tutti. Le aziende erano l’offerta e le persone la domanda. E’ stato il periodo dello sviluppo del cosiddetto ”primo mondo”, delle multinazionali. In Europa abbiamo avuto un aumento del reddito di ciascuno e contemporaneamente della disponibilità di servizi sociali (ma anche il formarsi del “terno secco” della UE, 7 25 50, % su popolazione mondiale – reddito – spesa sociale che dobbiamo difendere e migliorare).
In questo lasso di tempo la durata della vita delle aziende era maggiore della vita lavorativa delle persone e veniva premiata la fedeltà. Il mercato trattava ruoli che erano ben chiari per le aziende. Gli stipendi erano in crescita, dovevano difendersi solo dall’inflazione. Il tempo di lavoro diminuiva come pure gli anni necessari per arrivare alla pensione, sia pure con forti sperequazioni tra i diversi settori.
L’economia aveva le sue crisi, che per intensità erano anche pesanti, ma duravano poco ed erano crisi di crescita. Infatti quando c’era la ripartenza il lavoro tornava subito abbondante. Anche in paesi come l’Italia erano frequenti, più per il nord, periodi di sostanziale piena occupazione.
Nella seconda parte di questa epoca che possiamo indicare nella fine del 20° secolo e l’inizio del 21°, sono maturati cambiamenti radicali: la tecnologia, in particolare la sua parte applicativa, ha prodotto effetti sempre più profondi e universali, gli equilibri del mondo sono rapidamente cambiati facendo emergere nuovi protagonisti e allargando in maniera esponenziale il cluster delle nazioni che contano nella politica, nell’economia e influenzano oggi tutta la nostra quotidianità compreso il lavoro.
Velocemente tutte le modalità, le regole, le strumentazioni, i modelli di pensiero hanno cominciato ad andare in crisi per poi progressivamente sgretolarsi con il procedere impetuoso dei cambiamenti.
Nel lavoro si è reagito prima in maniera sbagliata, pensando che “noi” comunque ce la saremmo ”cavata anche questa volta” , poi presi dal panico si sono susseguite risposte confuse, incerte ed il più delle volte sbagliate.
Emblematica è la riforma delle pensioni. Era evidente che andavano fatte modifiche radicali ed anche problematiche, ma non si è tenuto conto del contesto in cui queste avrebbero agito su un mercato del lavoro.
Questi aveva come oggetto centrale i ruoli ed è sempre cresciuto su tre filoni: la sostituzione, la duplicazione e il nuovo. Sostituzione di collaboratori, che prevalentemente andavano in pensione; duplicazione per l’apertura di nuove sedi, filiali, stabilimenti; nuove professioni, che derivavano dall’irruzione sul mercato di nuovi prodotti e servizi.
Entrati nella crisi/cambiamento del 2008 è stato subito chiaro che i canali forti dell’offerta, duplicazione e nuove professioni avevano frenato bruscamente per mancanza di capitali e diminuita propensione al rischio degli imprenditori. Decidere un pesante allungamento dell’età pensionabile è stato un suicidio, il fiume che aveva sempre portato ricchezza e ordine sociale è stato trasformato in un acquitrino maleodorante e dannoso.
Oltre ad essersi decisamente ridotto Il mercato si è involuto sul prezzo più basso.
L’esperienza ha perso valore ed è stata percepita abbinata ad un costo più alto e quindi quasi considerata un ostacolo. Le conseguenze per le persone sono evidenti, ma altrettanto gravi sono quelle per le imprese: si è indebolito l’insieme del fattore decisivo e più adattabile nella concorrenza globale, la risorsa umana.
Venerdì prossimo vi rappresenterò la strada per rovesciare come persone e professionisti questa situazione. Cosa e come fare per vivere le positività della realtà attuale e per aggirarne gli ostacoli, che sono tanti e che ci bloccano nel nostro agire.
E’ cambiato moltissimo e non dobbiamo accettare di prendere solo il peggio del nuovo. Regole, strumentazioni, modelli di pensiero devono essere piegate alle nostre esigenze. Come renderle a nostro favore sono gli argomenti del prossimo articolo.
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Il sentiero per la sicurezza del posto di lavoro

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Ieri, tra i colloqui fatti, ho incontrato un ingegnere ben strutturato con un percorso professionale interessante che ha ricoperto ruoli importanti in realtà significative. Nella sua lunga carriera ha operato in Italia, ma anche in differenti altri paesi di lingua, cultura e tradizione diverse. Quindi un personaggio con tutte le carte in regola. Aveva, a suo dire, un difetto: stava per compiere 58 anni. Devo riconoscere che ho iniziato il colloquio un poco sospettoso, “questo non me la racconta giusta, deve esserci qualcos’altro…”, mi sono fatto raccontare la sua vita lavorativa, nulla di anomalo, e poi, nel dettaglio, il perché della sua affermazione sull’età. Il lavoro è già complicato se devi superare questo stereotipo negli influencers che s’incontrano, diventa impossibile se questo è fortemente radicato nella testa del nostro “cliente”.

La storia che mi ha raccontato ve la riporto integralmente.

“Circa 18 mesi fa, per ragioni prevalentemente finanziarie, l’azienda in cui svolgevo la mia funzione apicale ha cessato le attività, meglio, io per ultimo ho chiuso la porta. Da allora ho utilizzato 2 servizi strutturati (ricollocazione professionale), presentati come adatti ad affrontare casi come il mio e un terzo più personalizzato con un esperto (coaching). Ho fatto 700 invii del mio CV, che avevo preparato e corretto successivamente con ciascun esperto, ho risposto a 250 inserzioni. I risultati sono stati: un colloquio significativo, peraltro ottenuto con il mio network e un altro disallineato per ruolo ed esperienza. Sono disperato, mi faccia fare i colloqui giusti, per favore”.

Mi è dispiaciuto dovergli spiegare che i colloqui non sono oggetto di “vendita”, che quando vengono fatti perché sollecitati, sono quasi sempre improduttivi, che quello che aveva agito in questi 18 mesi, così come me lo aveva rappresentato, era più dannoso che inutile.

Mi ha poi parlato di incontri di gruppo, di liste d’aziende, di head hunter e di ricerche che gli hanno fornito e da cui ha tratto indirizzi e nomi a cui ha inviato il suo CV e risposto alle 250 inserzioni.

Trovarsi nella situazione di dover cercare il lavoro, perché l’hai perso o perché quello che stai svolgendo è diventato troppo stretto o a rischio per te, non è la conseguenza di una colpa, di un tuo comportamento sbagliato.

Non sei e non hai nulla in comune con un “alcolista anonimo”, il gruppo non ti può aiutare e i tempi per uscire dal tuo disagio devono e possono essere molto più brevi.

Ciascuno di noi è unico e la sua unicità aumenta con il “far esperienza” (quindi anche con il passare del tempo).

L’esperienza è legata ad un ruolo svolto, ufficiale o meno, ma è meno interessante dove l’hai praticata.

Quello che hai realizzato è importantissimo; l’azienda dove hai operato e il contesto in cui hai agito serve solo se rende più chiaro, per il tuo interlocutore, quello che hai fatto.

Come noi non siamo il cibo che mangiamo, tanto meno siamo l’azienda in cui abbiamo lavorato. Anche perché, solo molto raramente, sarà quella in cui lavoreremo.

Trovare o cambiare lavoro è oggi più difficile, ma si ha successo solo se vendi bene te stesso e la tua esperienza.

Essere più avanti con gli anni è un ostacolo che deve essere compensato con più esperienza, più realizzazioni, più valore apportato alle aziende. Bisogna essere guidati a farlo emergere e imparare a raccontarlo nel modo migliore e più adeguato ai diversi interlocutori.

Il tuo valore e le tue realizzazioni ti aiutano a individuare a chi proporti. Ma non devi credere che il “come proporti” sia una modalità buona per tutti. Anche le imprese, tuoi target, sono ciascuna unica e per ciascuna devi trovare la risposta giusta.

700 invii, ciascuno dei quali dovrebbe diventare un’azione mirata e strutturata, sono impossibili in una ricerca di nuove opportunità; selezionare e mirare meglio è la chiave del successo, qualunque siano le condizioni di partenza.

Avanti a Gran Carriera

PS: la prossima “puntata” sarà NON POSSO SBAGLIARE SENTIERO: IL TEMPO E’ DENARO

Posto di lavoro certo? Ecco la garanzia

aaaaI tempi che da qualche anno stiamo vivendo non contemplano più la sicurezza del lavoro come una certezza a basso costo su cui contare.

Per tre generazioni il lavoro poteva essere, a secondo dei momenti, un bene più o meno difficile da reperire, ma non complesso da mantenere.

Le preoccupazioni dei genitori, a loro era delegato l’assillo e la pianificazione del futuro lavorativo dei figli, erano: cosa e come devo fare, a chi posso chiedere aiuto per “sistemarli” (il femminile, come genere, era scarsamente considerato).

Per la prima di queste generazioni di padri, quella che usciva dalla seconda guerra mondiale, il da farsi era chiaro: devo dargli un’istruzione adeguata, “sputare sangue” (qui le madri c’entravano eccome!), ma dargli il benedetto “pezzo di carta”, poi tutto il resto sarebbe stato più facile.

A questo punto entravano in gioco fortuna, impegno e caratteristiche individuali, ma il più era fatto e avrebbe garantito alla totalità statistica delle persone, pur con gli alti e bassi della vita, di arrivare alla pensione.

La società era rigida, quindi garantista al ribasso: se nascevi in una famiglia operaia saresti stato operaio pure tu, contadina eri contadino, di panettieri eri panettiere.

La scuola imponeva ai genitori, alla fine delle elementari, di scegliere cosa avresti fatto nella vita (non eri certo tu a 10 anni a decidere). Infatti c’erano tre tipologie di post-elementari (i 3 anni): avviamento, commerciali e medie. Alle prime due accedevi con il solo esame di quinta elementare (te lo facevano le tue maestre), per le medie invece dovevi fare un altro esame con tre professori a te sconosciuti e fuori dalla tua scuola. Però con le prime due era già deciso quando la tua istruzione (e la tua sorte lavorativa) si sarebbe arrestata, solo con le medie potevi continuare e arrivare alla laurea.

Laurea o anche solo maturità (per tutte due dovevi avere le medie) significavano negli impieghi, privati o pubblici che fossero, avere ruoli di responsabilità garantiti.

Ecco spiegata la dedizione “eroica” di quella generazione di genitori per il “pezzo di carta” dei figli.

Nel frattempo il nostro paese ha avuto grandi “terremoti sociali”: lo sviluppo impetuoso dell’industria al Nord, la migrazione,”biblica”, per quantità e conseguenze individuali e collettive, dal Sud al Settentrione, dalla campagna alle città.

Tutto questo è stato scandito da grandi cambiamenti che hanno coinvolto l’individuo. Sicuramente il rapporto complessivo tra tempo di lavoro e il tempo di vita si è molto modificato, le barriere sociali sono diventate più permeabili e il reddito medio, anche in valore reale, è aumentato. Ma le certezze, che negli ultimi 30/40 anni si erano consolidate, fino a diventare una sorta di diritti, stanno progressivamente franando.

Non c’è più garanzia credibile del posto di lavoro e del luogo dove si svolgerà.  Anche superati i 45/50 anni le preoccupazioni da affrontare per prime riguardano i rischi di continuità e di percorso professionale (cosa faccio oggi per mettermi in sicurezza), piuttosto che quelli della sfera parentale e dello stile di vita (come aiuto figli e genitori per la loro vita futura e come costruisco per noi un sereno terzo tempo).

In questo modo, se si investe sul potenziamento della carriera, è possibile gestirli entrambi e depotenziarne i pericoli, ma partendo prima dal rischio lavoro.

Come in molte altre situazioni della vita e delle imprese è conveniente agire in anticipo, prevenire.

Se ti sei appena consolidato è il momento migliore per pensare a potenziare il tuo valore non solo nell’azienda (questo non hai bisogno che qualcuno te lo suggerisca), ma sul mercato. Non hai tempo e scarsi stimoli; per gli stimoli devi trovare chi te li fa venire, il tempo devi probabilmente comprartelo.

Sei nelle condizioni migliori per farlo: basso stato d’ansia, qualche risorsa disponibile e buona salute psichica.

Aspettare non paga, anzi ti indebolisce sia nella performance lavorativa e pure nelle tue certezze quotidiane personali e famigliari.

Occuparsi della continuità della tua carriera è un dovere permanente e non deve essere un ricovero in “pronto soccorso”, perché qualcosa si può tamponare, ma quanta fatica e troppe incertezze.

L’ingresso nel mondo della “variabilità” provenendo da quello della “continuità” è tutto qui. Dobbiamo avere una “continuità” personale che percorre con tranquillità “variabilità” esterne sempre maggiori.

Per questo Avanti a Gran Carriera

Mario Piccoli

Over 50, un mercato che non funziona

OVER 50

I dati ISTAT del mese di marzo indicano in 567.000 le persone over 50 in cerca di lavoro. Nessuna impennata improvvisa, ma l’accentuazione di un trend che vede crescere di ben 103.000 unità la disoccupazione nella fascia 50-64 anni dall’inizio dell’anno.

Visto in questo modo sembrerebbe che nel nostro paese, per le imprese che  producono ricchezza, non ci sia più bisogno di loro: sono obsoleti, refrattari al nuovo, poco flessibili e costano cari.

Niente di tutto questo ha un minimo di senso.

Gli italiani, come popolo sono, immigrati compresi, poco più dello 0,8% del mondo su una superficie pari allo 0,22% delle terre emerse e valgono poco meno del 2% della sua economia.

Non siamo certamente messi male, forse un poco strettini, ma non abbiamo deserti e viviamo in un territorio che nonostante i nostri sforzi per peggiorarlo è tra i più piacevoli del mondo (chiedere per conferma a Sting, Blair, Clooney, Merkel e tantissimi altri vip).

Ci raccontiamo spesso alcune frottole sui nostri meriti e gli altri ci affibbiano difetti e caratteristiche; sia nel primo che nel secondo caso c’è del vero insieme a molti stereotipi.

Però una competenza nella produzione ci è riconosciuta universalmente: un guasto in linea la blocca in ogni parte del mondo meno che in Italia. Siamo i più bravi “riparatori” dell’universo. Capitan Han Solo in Star Wars, con il suo Millenium Falcon, non poteva che essere un immigrato italiano.

Ma per essere capace devi frequentare buoni maestri e poi avere esperienza. Solo tra gli over 50 puoi essere sicuro di trovare simili individui.

Abbandonare gli over 50 non è liberarsi di un pezzo ormai ingombrante del passato, ma rischia di diventare “perdersi futuro”.  

Non è la generazione che sta franando, ma è questo mercato che si dimostra sempre più dannoso, che si fonda su logiche vecchie, che privilegia il minor prezzo, che è estraneo al concetto del valore e che non soddisfa più nessuno dei due protagonisti principali: aziende e persone.

Costruiamo insieme una piazza in cui le persone che sanno di poter risolvere problemi incontrano le aziende che quei problemi li hanno e la cui soluzione è fondamentale per il successo del proprio sviluppo.

Tanti over 50 (e dintorni) fanno parte di questa massa d’individui virtuosi, molte aziende possono avere interesse e trovare soluzioni vantaggiose confrontandosi con coloro che sono affini alle problematiche irrisolte e alla propria cultura imprenditiva.

Per partire non è necessario avere tutte le condizioni esterne pronte ( leggi, burocrazia, vincoli, etc..), si può cominciare individualmente.

Conoscere così bene i propri valori da poterli raccontare in modo incisivo e rapido, identificare gli stakeholder delle imprese a cui proporli e con cui poter esprimere il massimo delle proprie performance sono già una base sufficiente per agire.

Certamente essere aiutati “aiuta”, moltiplica le energie e avvicina il risultato cercato. Un gruppo di professionisti, con diverse specializzazioni da qualche anno sta indagando e lavorando in queste direzioni.

Ma la base più importante è riflettere, decidere, scegliere e agire, in altre parole “non arrendersi mai”.

Avanti a Gran Carriera