Cercare lavoro nel nuovo mercato

12933733E’ trascorso più un di mese dall’ultimo mio post, ma mi è stato molto utile per avere la conferma sul campo, dell’esistenza di elementi fondamentali che debbono essere tenuti in considerazione se vogliamo affrontare con successo i problemi personali di sicurezza del posto, carriera e reddito.

Il lavoro esiste, ci sono i presupposti perché sia giustamente retribuito e abbia la necessaria sicurezza nel futuro. Queste condizioni stanno nell’unico posto che ciascuno di noi può garantire, ma questo “paradiso terrestre” necessita di una pass-word per entrarci, che solo noi persone possiamo scrivere e possedere.

Il nuovo mercato che sta affiorando è radicalmente diverso dal vecchio. Non tratta prioritariamente di ruoli e di competenze, ma di problemi che preoccupano le aziende e delle capacità che i professionisti, che si offrono, hanno di risolverli.

I problemi abbondano, così come le aziende che li hanno. In più la madre dei problemi “è sempre gravida” e ne sforna in continuazione. Avere problemi per un’impresa non è sinonimo di andar male, significa solamente che li deve affrontare se vuole continuare ad esistere.

Nel cambiamento continuo del mondo di oggi, dove la variabilità è regola, tutti, le aziende in primis, sono obbligate a risolvere le proprie difficoltà per potersi applicare all’innovazione e al consolidamento.

Il mercato del lavoro si sta aprendo a forbice: su un fronte un’offerta di lavoro sempre più ridotta e alla ricerca di prezzi sempre più bassi, dall’altra il bisogno dell’azienda di personaggi capaci di problem solving che agiscano velocemente.

Sulla prima lama (vecchio mercato) ci sono oggi poche offerte, molto influenzate da cicli economici, paure e stereotipi che coinvolgono prevalentemente basse qualifiche, che puntano alla riduzione dei costi e intaccano, anche a costo della qualità del ruolo. E’ caratterizzata dalla contrazione.

Sull’altra lama (nuovo mercato) le opportunità sono alla portata del professionista che sa selezionare le azienda target, sa rappresentarsi per quanto ha realizzato nel passato e  sa contestualizzare i propri valori e i propri contenuti alle imprese dove si propone. E’ centrata sul valore aggiunto che si apporta.

Le notizie che ci arrivano non sono buone, ma fanno riferimento a quello che l’ufficialità riesce a comprendere. Solo nuove strade possono riaprire la partita e rendere nuovamente possibile la continuità della carriera, in fondo per vedere una nuova luce c’è bisogno del buio.

Avanti a Gran Carriera.

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Non solo over 50: avanzamenti di carriera, la strada è in salita

questa mattina un dirigente in carriera mi ha recitato senza averlo letto il post pubblicato ieri

A GRAN CARRIERA

career-change

Dopo molti anni di attività, vivendo esperienze importanti, ci si ritrova a fare i conti con le insoddisfazioni e le insicurezze della propria posizione.

Ma tutto diventa un alibi per giustificare il nostro non agire e quando, dopo molti tentennamenti che provocano ritardi e non risolvono lo stato di malessere, si prova a muoversi in azienda si ripercorrono tragitti noti e che erano già poco produttivi nel passato.

Ma oggi le risposte che si ricevono lo sono ancora meno e sono fuori tema, quasi mai ti riguardano direttamente: fanno riferimento a crisi generali, ai flussi di cassa e al fatturato aziendale, alle incertezze del domani.

Alla tua timida insistenza si risponde con un “vedremo quello che si può fare” o si consiglia di “tenersi stretto quello che si ha”, se non tutte e due le cose contemporaneamente.

L’insoddisfazione rimane e diventa doppiamente dannosa. Incide sulla performance aziendale e sull’autostima. Il…

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Non solo over 50: avanzamenti di carriera, la strada è in salita

career-change

Dopo molti anni di attività, vivendo esperienze importanti, ci si ritrova a fare i conti con le insoddisfazioni e le insicurezze della propria posizione.

Ma tutto diventa un alibi per giustificare il nostro non agire e quando, dopo molti tentennamenti che provocano ritardi e non risolvono lo stato di malessere, si prova a muoversi in azienda si ripercorrono tragitti noti e che erano già poco produttivi nel passato.

Ma oggi le risposte che si ricevono lo sono ancora meno e sono fuori tema, quasi mai ti riguardano direttamente: fanno riferimento a crisi generali, ai flussi di cassa e al fatturato aziendale, alle incertezze del domani.

Alla tua timida insistenza si risponde con un “vedremo quello che si può fare” o si consiglia di “tenersi stretto quello che si ha”, se non tutte e due le cose contemporaneamente.

L’insoddisfazione rimane e diventa doppiamente dannosa. Incide sulla performance aziendale e sull’autostima. Il lavoro, oltre a non farti crescere, diventa più faticoso ed è un pesante buco nero che ti trascini fin dentro casa.

I risultati professionali possono sembrare gli stessi, ma tu lo sai che non è vero. Il contatore del tuo valore non sale e questo ti mette ancora più a disagio e ti fa vivere male.

Da questo stato, se non si agisce per modificarlo, si possono aspettare solo negatività.

Il mondo è cambiato, continuiamo a dircelo, la situazione che abbiamo descritto all’inizio ci suggerisce che è giunto il momento di agire questo cambiamento, a partire dalla propria azienda e per tutelare quelle che riteniamo essere nostre “legittime aspirazioni”.

La carriera, i suoi movimenti, devono essere sollecitati da noi, ma devono essere diversamente sostenuti e argomentati.

Dobbiamo partire dai problemi risolti, da quanto abbiamo già affrontato e realizzato nel nostro percorso.

Fatta un’analisi delle problematicità aziendali, ricercate e analizzate come queste si rapportano con la nostra storia, le rammentiamo all’interlocutore. Questi è più portato a dimenticare e noi dobbiamo ricordargliele. Il segreto sta nel motivargliele in rapporto al possibile futuro risultato, che per noi è certo.

Non stiamo rivendicando un diritto, un risarcimento o il rispetto di una prassi, ma un’azione per meglio performare il futuro, per noi e per l’azienda.

Ogni altra strada è improduttiva per giustificare il nostro avanzamento, a volte addirittura controproducente.

E anche se pensassimo che quel posto di lavoro potrebbe essere ancora per poco il nostro, dobbiamo usarlo per affinare al meglio la nostra capacità di rappresentarci e fare esperienza.

I problemi che abbiamo risolto e come li abbiamo affrontati, uniti alla nostre caratteristiche personali ci rendono unici per affrontare le situazioni. Le nostre realizzazioni valgono se possiamo essere percepiti con questa unicità.

La soluzione di tanti guai, come li abbiamo affrontati e abbiamo motivato gli altri a coinvolgersi, sono la base dell’avanzamento di carriera in azienda tanto quanto nel mercato.

Per aiutarti a attivarti ti propongo di scrivere e inviare su contattaci@ccglobal.it :

  • 50 parole per descrivermi una tua realizzazione che ha risolto una situazione importante per l’azienda (o ex azienda) e “come e se” hai coinvolto altri
  • il tuo Curriculum Vitae

Ti risponderò in ogni caso e ti scriverò un commento, che tu abbia superato o meno la prova.

Avanti a Gran Carriera!

  1. ringrazio i lettori del post precedente che mi ha inviato i loro elaborati, invierò a tutti loro la mia risposta!

Il lavoro dopo i 50 anni: quali errori si fanno nel raccontarsi

over50

Improvvisamente (non tanto) il cinquantesimo anno della esistenza è diventato un momento di riflessione e “un confine simbolo” importante della carriera.

L’allungamento generalizzato delle aspettative di vita degli ultimi decenni in Europa ed in Italia in particolare, il cambiamento delle regole pensionistiche, combinati con mutamenti sostanziali dell’età d’ingresso in azienda delle persone hanno modificato il senso del lavoro dopo i cinquant’anni.

Oggi è intorno a quell’età che passa la linea rossa del “middle- term” della carriera.

Gli otto anni di crisi economica profonda e le novità in tutti i campi della nostra esistenza apportate dalla globalizzazione, alcune delle quali possono definirsi stravolgimenti, rendono più difficile e più urgente un bilancio e una revisione del progetto personale per il futuro.

Oltre all’ ”obbligo” di farlo di cui ho ampiamente scritto nei post precedenti, si sono rarefatte le occasioni in cui bisogna presentarlo ed è decisivo esporlo al meglio.

Nella mia esperienza quotidiana incontro professionisti, la maggior parte della generazione intorno o oltre i 50 anni.

Le loro esperienze nei colloqui erano completamente diverse, erano preceduti da una “caccia”, commissionata dall’offerta/azienda, da head hunters e società di selezione o derivavano da segnalazioni dei reciproci network. Era quindi logico aspettarsi di essere in parte già conosciuti e si era preparati solo a rispondere a domande di approfondimento.

Tutti i candidati erano concentrati sull’ascolto, orgogliosi di essere stati cercati, quasi mai focalizzati sul “cosa offrire”, come presentarsi e sul “cosa dire”.

Essere offerta, parlare di sé, del proprio lavoro, delle proprie capacità, definirsi per i problemi risolti e che si potranno risolvere in futuro era percepita come un’occasione poco interessante e non coerente con l’età matura.

Il passaggio da domanda ad “essere offerta” cambia completamente la direzione dell’incontro. Il centro deve essere “l’altro” (non tu professionista) e la tua presentazione, le tue expertise devono essere dimensionate sulla soluzione dei suoi problemi.

Io ritengo che le persone dai cinquant’anni in su siano la componente decisiva per fermare il declino del nostro paese e ripartire.

Ho 73 anni e la mia esperienza (la parte buona dell’invecchiare) mi fa capire che la continuità di carriera dei 50enni deve essere il centro del nostro interesse.

Ma il punto debolissimo, che ho rilevato nei miei incontri quotidiani è la loro incapacità a rappresentarsi, gli errori che commettono consistono nel rilanciare stereotipi scontati e spostare i contenuti dell’incontro su tematiche improduttive per tutte due le parti.

Mi sento impegnato con il mio lettore nell’aiutarlo a migliorare questi aspetti e gli propongo di inviare su contattaci@ccglobal.it :

  1. le 50 parole (massimo), che rappresentano il fulcro di un ipotetico incontro con il proprio capo per spingere un avanzamento o con l’interlocutore/imprenditore che rappresenta l’azienda con cui si vorrebbe lavorare
  2. un curriculum vitae, un profilo (senza dimenticare l’autorizzazione al trattamento dei dati …)

Risponderò, coinvolgendo anche tutti i miei colleghi, segnalando a ciascuno i primi tre aspetti che non sono efficaci o addirittura controproducenti per una Continuità di Carriera.

Avanti a Gran Carriera

Lavoro all’estero: come affrontarlo?

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Capita sempre più spesso che professionisti amici e non solo mi trasferiscano i loro dubbi e le loro incertezze su opportunità estere, possibili o da cercare, per se stessi o per i loro figli.

L’Italia non è percepita, al momento, come un paese in grado di favorire lo sviluppo di carriere, una sicurezza dei posti di lavoro; né il suo mercato è tale da incoraggiare transizioni o recuperi veloci per chi si trova senza o è a rischio occupazionale.

Non è un paese per giovani, ma nemmeno dinamico e attrattivo per chi vuole o deve migliorare le proprie posizioni, qualunque sia la sua fascia d’età.

E’ controllato dalla cultura del “meglio star fermi piuttosto che rischiare”: per le società è dominante “prima risparmiare, poi … se ne vale la pena … forse …”, per le persone è diffuso il piangersi addosso, l’attribuire ad altri problemi e responsabilità, che in parte sono anche proprie, l’ “aspettiamo di vedere come va a finire”.

Elenco alcuni casi tipo, oltre al cosa consigliare ai propri figli.

Ci sono le aziende italiane che scelgono di spostarsi e crescere all’estero, che hanno bisogno di duplicare posizioni di responsabilità in altri paesi, altri mercati. Queste imprese cercano ovviamente al proprio interno professionisti in grado di gestire per tempi, mai sufficientemente  definiti, queste situazioni.

Non frequentemente questa ricerca si rivolge all’esterno attraverso sia i canali ufficiali che quelli informali.

In certi settori il declino della presenza italiana obbliga professionisti a prendere in esame la possibilità di trasferimento in realtà estere.

A ciascuna di queste fattispecie vanno poi aggiunte le peculiarità individuali sia professionali che personali per poter dare consigli assennati e vincenti. Ma posso arrischiarmi di indicare risposte diverse per le tipologie sopra indicate.

I manager con forti specializzazioni di prodotto, che sono timorosi o non credono alle possibilità di estendere il proprio ruolo preferendo salvaguardare l’area di confort della competenza specifica e pensano di avere opportunità in gruppi concorrenti esteri, devono prima di ogni altra cosa affinare la propria capacità linguistica. Dialogare con altri componenti di un team che rispondono ad altre società è differente che rapportarsi con il proprio capo in lingua madre o sapersi districare in regole e comportamenti di un altro paese. Se ruggine c’è (spesso è così), bisogna toglierla prima.

La carriera come immigrato, anche se di “lusso”, non è così frequente. Un altro paese vale per la garanzia del quotidiano, non per le prospettive.

Queste bisogna prepararsele in proprio sia mettendole nel conto di quello che si deve tirar fuori dalla nuova esperienza, sia trovando la modalità giusta a cui affidare il mantener aperto il canale di continuità di carriera nel proprio territorio.

Quando la tua o nuova azienda ti chiede di trasferirti in un altro paese è certo un’occasione con due aspetti molto importanti da governare.

Il primo personale: quanto questo incide sul tuo stile di vita e sui tuoi compromessi famigliari e personali e quali azioni pensi di operare per mantenerli al livello di sicurezza che ti è necessario.

Il secondo di carriera: quell’esperienza che ti accingi a vivere, per quanto abbia una durata e condizioni definite, è sempre a rischio. Non esiste garanzia possibile per evitare che al tuo rientro, già definito o anticipato perché l’hai richiesto, tu sia sicuro di ritrovare il tuo posto o un altro equivalente.

I vaccini per prevenire la malattia sono gli stessi del caso precedente. Solo così quell’esperienza sarà una spinta alla tua carriera anche al di fuori dell’azienda che te l’ha offerta.

Pensare di trasferirsi all’estero quando ci si convince che non ci siano più opportunità nel proprio mercato non è mai una buona scelta. Una simile decisione è troppo importante per non essere vista e rivista mille volte.

Le nostre convinzioni sono di norma condizionate dal nostro modo di intendere e affrontare le problematicità della vita e del lavoro. C’è sempre un modo diverso da imparare ed agire. Prima di fare scelte così rischiose vale farsi aiutare e investire in consigli esperti e azioni mirate.

Nel caso di giovani neolaureati non mi sento di consigliare l’estero per il primo impatto con il lavoro.

Sono troppo convinto della teoria etologica dell’imprinting, per cui credo che sia meglio che il cucciolo veda per primo un animale della propria specie piuttosto che uno diverso.

Perché il costo famigliare e personale di un lavoro all’estero venga trasformato in alta probabilità di investimento redditizio è utile farlo in seconda battuta e che questa stia in un percorso definito che abbia già avuto una parziale verifica: “serve a quello che voglio fare da grande”.

La morale dei miei suggerimenti è: quando si parte è sempre meglio preparare prima un biglietto d’andata e ritorno! Se il costo è ridotto ne vale la pena.

Avanti a Gran carriera

Dopo i 50 anni… quale futuro?

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Tutti eravamo convinti che dopo i 50 anni non avremmo più dovuto fare scommesse. Nel bene o nel male “le tue carte te le eri giocate”; solo un numero minimo ben lanciato in carriera, più spinto dall’ambizione che dal bisogno, continuava ad affannarsi.

Anche la vita a quell’età si era stabilizzata, il tuo impegno era più orientato ai figli e al loro futuro. Se in famiglia si parlava di lavoro  era per loro, per cercare di guidarli nei percorsi migliori.

Questa situazione cominciò ad incrinarsi con le prime ristrutturazioni industriali della fine degli anni 70. Ma ad esserne coinvolti furono prevalentemente gli operai, quelli più vicini alla pensione.

Furono eventi importanti per chi ne era coinvolto, ma con ricadute sociali ancora gestibili, grazie a un combinato tra la riduzione di fatto dell’età pensionabile e disponibilità economiche dello stato. Si “risarcì” il danno del mancato reddito con Cassa Integrazione infinita e con prepensionamenti.

Seguirono poi gli anni 90 e i primissimi di questo millennio, che ci diedero ancora l’illusione che nulla sarebbe cambiato e che il nostro mondo sarebbe in qualche modo sopravvissuto.

La lunga crisi, le riduzioni di personale hanno coinvolto anche e maggiormente le fasce più alte dell’occupazione e frantumato le ultime speranze del “tutto tornerà come prima”.

Oggi, 2017, siamo in una situazione doppiamente negativa che paga l’indebolimento generato dai lunghi anni di depressione economica e la contemporanea incapacità di comprendere ed essere pronti al nuovo globale che stiamo vivendo.

Da questa condizione, dopo i 50 anni, bisogna ripartire se si è interessati (per scelta o per forza) al lavoro. L’atteggiamento deve essere identico per tutti, ma il percorso individuale è influenzato dalla diversa necessità dell’urgenza di una soluzione.

Va compresa e accettata l’inefficacia dei comportamenti passati (fin qui ci si arriva da soli), anche se costa risvegli bruschi e abbandono di convinzioni rassicuranti che ci siamo costruiti negli anni.

Il difficile è immaginare e agire nuove modalità, reinterpretare il proprio ruolo professionale alle esigenze del presente.

Bisogna focalizzarsi sui problemi: quelli che come professionisti si sono risolti nella lunga carriera, e prepararsi a rappresentarli con modalità nuove e in proiezione futura.

Va fatta una ricerca delle aziende che hanno in corso problematiche simili e che ancora non sono riuscite a risolverle.

Queste problematiche vanno affrontate eseguendo due “pesature”:

  1. qual è il livello di priorità e di urgenza delle loro soluzioni che l’azienda percepisce come strettamente necessarie;
  2. quanto della nostra storia personale garantisce la sicurezza all’azienda che il nostro agire sia il contributo decisivo a risolverle e a quali condizioni.

A questo punto il percorso è solo un duro allenamento a praticare questo sistema e a perfezionarlo sempre di più in base alle risposte di quello che abbiamo definito il “mercato personale”.

Il risultato, se tutti i passaggi sono stati eseguiti correttamente, è garantito.

Avanti a Gran Carriera.

Continuità di Carriera e consulenza: rischi e opportunità

office-1209640_960_720Sempre più spesso nel corso del proprio percorso professionale ci si imbatte in attività di consulenza. Questo avveniva e avviene ancora nelle prime esperienze lavorative, ma anche nel fine carriera.

Le grandi società di consulenza sono state sia la nave scuola di moltissimi laureati, sia il sostituto dell’ufficio di collocamento per  giovani intraprendenti. Nei curriculum vitae di alcuni professionisti le trovi con grande frequenza, quasi un distintivo del ruolo al pari della laurea.

Nel mondo del prodotto, per tutti gli anni in cui così possiamo definire l’industria del nostro paese, il concetto di consulenza era un ambito limitato e quasi un “mestiere alto” o qualche cosa che non avevamo e dovevamo importare. Erano i tempi dell’IBM, dei margini elevati, delle carriere e dei relativi stipendi dei partner da far invidia a molti executive e CEO. Ma vi era anche una consulenza post pensione, di fine rapporto, che coinvolgeva manager di grandi (e non solo) aziende italiane.

Oggi abbiamo un quadro completamente nuovo e relativamente chiaro.

La crisi è avvenuta, come tempistica, dopo il consolidamento di questo settore di attività nella globalizzazione. Il mercato è stato occupato dalle grandi corporation, lasciando spazio solo alla consulenza specializzata di nicchia.

In generale c’è un raffreddamento d’interesse verso i freelance e verso tutti coloro che sono arrivati a questa scelta professionale più spinti da ragioni esterne (crisi occupazionale, tagli del management, accorpamenti di headquarter regionali e risparmi dei costi), che da un reale interesse e convinzione nella professione.

Il consulente, come ruolo interessante solo in mancanza d’altro, non funziona. Non c’è quasi mai mercato, non c’è reddito adeguato al proprio valore.

Posso dare un consiglio disinteressato: l’età e l’esperienza non giustificano più i risultati di queste scelte.

Ma l’esperienza, che è fatta di problemi risolti, di forti bagagli di competenze, di attitudini affinate dall’uso, stanno tornando interessanti se ri-ragionati nel presente in cui viviamo e proposti con modalità nuove nel vasto universo delle PMI italiane.

Le grandi della consulenza sono invece ancora utili per i giovani talenti. Anzi oggi, per quanto paradossale possa apparire, queste sono le uniche aziende su cui un laureato di facoltà diverse dalle solite (ingegneria ed economia) può sperare di iniziare la propria carriera.

In queste corporation è molto interessante entrare come junior e poi rendersi conto se possono essere una buona scelta per continuare la propria carriera (meno probabile e per pochi) o riposizionarsi sui problemi che si sono affrontati e le soluzioni che, pur in posizione subalterna, si sono agite.

Avanti a Gran Carriera

La Continuità della Carriera viene prima della sicurezza del posto

career-continuityRilevo molto interesse per la mia battaglia per la Continuità di Carriera, apprezzamenti per la novità dell’argomento e per l’innovazione di percorso per raggiungerla.

E’ riconosciuto che carriera non sia più una scelta, ma che sia diventata un obbligo se vuoi attraversare tutto il tuo futuro senza intoppi e rischi non previsti.

I soggetti impresa che affollano il nostro mondo del lavoro hanno sempre meno bisogno di masse di individui fotocopia, di batterie di professionisti simili.

Le persone appagate che proprio per questo motivo, anche se ancora non lo sono, diventano la fotocopia di se stesse, stimolano prima o poi l’azienda a considerarle come tali e cercare di pagarle meno (difficile) o sostituirle con una “fotocopia” molto più economica (probabile).

La certezza del risultato che questi individui hanno e possono dare rischia di renderli meno attenti e stimolati, quindi più a rischio d’errore. Anche quando va bene diventano la replica che perde progressivamente valore fino ad annullarsi. Solo la scelta di un’estensione o una diversa interpretazione del proprio ruolo annulla questo pericolo.

L’imprenditore che chiama un suo primo riporto e, mentre gli riconosce di saper far bene il suo mestiere, gli parla dello stipendio alto per i bisogni dell’azienda, non è una novità.

Casi simili erano presenti anche nel passato, la diversità è che allora l’incontro era il preludio di un salto di carriera, oggi è sempre l’inizio di un periodo tormentato con una conclusione certa: essere spinti all’uscita dalla società.

Essere manager non è qualcosa che definito una volta vale per la vita, ma deve quotidianamente essere messo alla prova e confermato. Solo così una buona rappresentazione di sé incide, perché le società hanno troppo spesso dei vuoti di memoria

Per questo il “valore al futuro” individuale del nostro sistema vale, non solo per chi decide di cambiare impresa e deve raccontarlo ad altri, ma anche per ricordarlo in modo chiaro a chi sembra essersene dimenticato.

La continuità di carriera è utile per chi è in azienda, per restarci e per scegliere quando è il miglior momento per cambiare e per non subire impreparati eventi non voluti o non previsti.

Essere pronti per queste eventualità vale quanto e nel tempo forse più di un master prestigioso.

Avanti a Gran Carriera

La Continuità di Carriera risolve l’insicurezza del posto di lavoro

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Tra i tanti indici economici che cercano di fotografare e prevedere l’agire del nostro mondo, quello macro delle nazioni e quello più modesto dei gruppi, delle aziende e delle persone, non esiste nulla che ci dica quale è il livello percepito di sicurezza, di garanzia di continuità del nostro posto di lavoro.

Eppure avere una visione del proprio futuro professionale è molto importante, perché influisce sull’efficacia nel compito e sui nostri comportamenti nella quotidianità della vita.

Le relazioni personali ne vengono interessate spesso in maniera diretta e i nostri comportamenti ne sono condizionati. Qualcuno più esperto di me potrebbe anche confermarci che la stessa salute fisica e psichica ne è coinvolta.

Nel passato porsi la domanda sulla sicurezza del posto era un’eccezione: la nostra esistenza aveva un alto grado di pre-definizione. Solo se uscivi da certi canoni di condotta, impegno e disponibilità andavi incontro a cambiamenti, urgenze, problemi e difficoltà.

Stabilità e prevedibilità erano caratteristiche dominanti nel lavoro e nei nostri stili di vita.  Questo comportava che fosse scarsamente significativa la necessità di avere un mentore che ti guidasse. I genitori erano consiglieri sufficienti per affrontare le scelte di lavoro.

In più anche questo bisogno di scegliere si muoveva in un calendario definito e con variabilità ristretta, concentrato nella prima metà “del cammin di nostra vita”.

Nella quotidianità di tutti i giorni c’è una percezione diffusa di insicurezza del proprio posto di lavoro, che va ben oltre gli eventi che direttamente coinvolgono la persona.

Anche quando la situazione sembra essere positiva (e non è la maggioranza), accanto alla sensazione di scampato pericolo, si premette sempre “per il momento” e non per scaramanzia o stile understatement.

Non esistono più età in cui puoi sentirti sicuro. Se era logica una preoccupazione  latente nei primi anni di lavoro, questo era del tutto assente nelle fasce d’età più avanzate. Superare questo crollo di certezza fondante della nostra stabilità, è fondamentale per tutti: per chi ha perso l’occupazione e per chi è occupato.

Il posto garantito non esisterà più per nessuno, come non esisterà più l’azienda che ci accompagnerà alla pensione.

La questione sicurezza dell’occupazione, senza che fosse richiesta, si è trasferita dalle imprese alle persone e i regolatori sociali, leggi e intervento delle istituzioni, non riescono più ad agire con efficacia e non sono più affidabili.

Prenderne atto  è ormai una necessità individuale. E’ necessario sostituire la sicurezza che ti veniva da un’azienda, un’organizzazione o da un ente, con la certezza della propria professionalità.

Ma questa professionalità e tutto quello che ne è contenuto ha un solo ente certificatore: la persona stessa.

Gli anni di laurea e di studio valgono nella vita lavorativa solo se, come titola Eduardo De Filippo nella sua ultima commedia “Gli esami non finiscono mai”, se ogni giorno di lavoro è stato affrontato e preparato come un compito e una sfida per il risultato migliore .

Le aziende in cui si è lavorato e i ruoli che si sono esercitati sono interessanti se vengono rappresentati con le realizzazioni e con il proprio contributo ai problemi che sono stati risolti.

Saper misurare il proprio apporto, legarlo al risultato, renderlo chiaro in un colloquio e nella rappresentazione di sé è essenziale per affrontare tranquilli confronti e incontri che ci possono portare alla sicurezza della propria continuità di carriera e del lavoro.

Il reperimento delle aziende in cui fare i colloqui è l’altra parte importante dell’essere offerta. Le tecniche per arrivarci sono impegnative, ma di sicuro effetto. Il tutto è un investimento di risorse e di tempo mentale, che se adeguatamente guidato, è alla portata di tutti coloro che hanno compreso, spesso a loro spese, il cambiamento e vogliono/devono sfruttarlo nel il loro interesse.

Costruiamo un 2017 positivo nonostante tutto,

Avanti a Gran Carriera

Carriera e web. Perchè oggi sono inscindibili?

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Il web e i social sono sempre più importanti per tutto quello che si muove nel mondo del lavoro. I fatti che confermano questa affermazione sono molteplici ed indiscutibili: ricerche e sondaggi per un verso, ma anche nostri comportamenti individuali. Se parliamo di aziende o persone la prima azione che mettiamo in atto per scoprire chi sono è muoverci su Google o LinkedIn e sfruttare la potenza dei motori di ricerca. E’ ormai una competenza riconosciuta e un valore aggiunto il saperli usare a livello sempre più esperto. La loro diffusione porterà tutti in tempi brevi a muoversi nel web con la stessa naturalità con cui oggi prendiamo una metropolitana o un treno ad alta velocità.

La transizione lavorativa, i percorsi di carriera e la stessa ricerca del lavoro ne sono direttamente influenzati. Anche individui ed imprese devono costruirsi nuove strade per raggiungere i propri desiderata e abbandonare credenze o luoghi comuni del passato.

La ricerca di personale delle aziende si muove sempre più utilizzando il web, sono sempre più diffusi servizi in grado di ricuperare profili con caratteristiche sempre più affinate e questo è possibile sondando con serie di algoritmi smart; quindi il 90% della ricerca avverrà sul web.

Le persone che desiderano far carriera (capiremo presto che  sono tutti quelli che lavorano, vogliono continuare a lavorare o vogliono cominciare a lavorare) devono modificare il loro agire.

 Essere sui social è indispensabile, ma muoversi nel web solo per esserci non è più sufficiente. Il livello attuale di presenza è ancora in crescita,  ma ha una qualità troppo bassa.

Il curriculum vitae non è più il centro della rappresentazione della persona, il brand positioning lo sta sostituendo. Questa è una rivoluzione concettuale, che va compresa. Il CV è nato per facilitare la ricerca per uniformare, serve prima il lavoro poi, se ben costruito, l’individuo. Si sono fatti nel tempo sforzi per caratterizzare il cv con risultati scarsissimi e molto contraddittori.

Il brand positioning è nato per differenziare. Il brand o distingue o non è! Il personal branding è al servizio della carriera. E’ un multiforme aggregato che permette di inserire passato, presente e futuro. Ha una potenzialità enorme che deriva dal suo essere a disposizione di tutti, ma è anche un rischio se mal gestito. Per evitare  basso valore, inefficacia o persino danno bisogna saperlo riempire di contenuti e  coordinarlo con tutto il nostro agire non solo nei momenti in cui pensiamo al cambiamento. Giustamente  un anno fa un manager del board di LinkedIn sosteneva che non bisogna iscriversi quando si cerca lavoro, ma farlo sempre.

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Uno strumento interessante, che alza la qualità della presenza sul web è il blog. Ad oggi  è usato prevalentemente da influencers, che hanno moltissimi “seguaci” nel social, ma questa situazione sta cominciando a cambiare. Le professioni e i ruoli si stanno modificando; la crisi ha agito fortemente sui lori contenuti trasformandoli, estendendoli e spostandone il focus. C’è necessità di spiegazioni, approfondimenti, rappresentazioni di casi “monstre”. Il problema è, dopo aver dimostrato una buona capacità di scrittura e buoni contenuti,  il tempo necessario per farsi conoscere e leggere da molti che possono essere interessati. Mettendo insieme contatti di più professionisti e giocando sugli “share” si può superare velocemente questa prima fase. Cartina al tornasole di quel che vi ho appena detto è la costante richiesta da parte di nostri clienti di farsi supportare nella costruzione di un blog personale, dell’affiancamento nella realizzazione di un piano editoriale efficace e funzionale ai propri obiettivi di comunicazione.

Vivere meglio il lavoro è necessario per il proprio modello di vita e per la propria carriera. Usare con modalità sempre più esperte il web ci garantisce il successo.

Avanti a Gran Carriera!

PS: per i professionisti della ricerca e selezione, gli head hunter e le aziende devono avvenire, identicamente come per la persona, cambiamenti radicali nelle loro pratiche, nelle loro competenze e nel loro agire. Ma rimando ad una prossima puntata le mie riflessioni e proposte particolareggiate!