Carriera e web. Perchè oggi sono inscindibili?

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Il web e i social sono sempre più importanti per tutto quello che si muove nel mondo del lavoro. I fatti che confermano questa affermazione sono molteplici ed indiscutibili: ricerche e sondaggi per un verso, ma anche nostri comportamenti individuali. Se parliamo di aziende o persone la prima azione che mettiamo in atto per scoprire chi sono è muoverci su Google o LinkedIn e sfruttare la potenza dei motori di ricerca. E’ ormai una competenza riconosciuta e un valore aggiunto il saperli usare a livello sempre più esperto. La loro diffusione porterà tutti in tempi brevi a muoversi nel web con la stessa naturalità con cui oggi prendiamo una metropolitana o un treno ad alta velocità.

La transizione lavorativa, i percorsi di carriera e la stessa ricerca del lavoro ne sono direttamente influenzati. Anche individui ed imprese devono costruirsi nuove strade per raggiungere i propri desiderata e abbandonare credenze o luoghi comuni del passato.

La ricerca di personale delle aziende si muove sempre più utilizzando il web, sono sempre più diffusi servizi in grado di ricuperare profili con caratteristiche sempre più affinate e questo è possibile sondando con serie di algoritmi smart; quindi il 90% della ricerca avverrà sul web.

Le persone che desiderano far carriera (capiremo presto che  sono tutti quelli che lavorano, vogliono continuare a lavorare o vogliono cominciare a lavorare) devono modificare il loro agire.

 Essere sui social è indispensabile, ma muoversi nel web solo per esserci non è più sufficiente. Il livello attuale di presenza è ancora in crescita,  ma ha una qualità troppo bassa.

Il curriculum vitae non è più il centro della rappresentazione della persona, il brand positioning lo sta sostituendo. Questa è una rivoluzione concettuale, che va compresa. Il CV è nato per facilitare la ricerca per uniformare, serve prima il lavoro poi, se ben costruito, l’individuo. Si sono fatti nel tempo sforzi per caratterizzare il cv con risultati scarsissimi e molto contraddittori.

Il brand positioning è nato per differenziare. Il brand o distingue o non è! Il personal branding è al servizio della carriera. E’ un multiforme aggregato che permette di inserire passato, presente e futuro. Ha una potenzialità enorme che deriva dal suo essere a disposizione di tutti, ma è anche un rischio se mal gestito. Per evitare  basso valore, inefficacia o persino danno bisogna saperlo riempire di contenuti e  coordinarlo con tutto il nostro agire non solo nei momenti in cui pensiamo al cambiamento. Giustamente  un anno fa un manager del board di LinkedIn sosteneva che non bisogna iscriversi quando si cerca lavoro, ma farlo sempre.

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Uno strumento interessante, che alza la qualità della presenza sul web è il blog. Ad oggi  è usato prevalentemente da influencers, che hanno moltissimi “seguaci” nel social, ma questa situazione sta cominciando a cambiare. Le professioni e i ruoli si stanno modificando; la crisi ha agito fortemente sui lori contenuti trasformandoli, estendendoli e spostandone il focus. C’è necessità di spiegazioni, approfondimenti, rappresentazioni di casi “monstre”. Il problema è, dopo aver dimostrato una buona capacità di scrittura e buoni contenuti,  il tempo necessario per farsi conoscere e leggere da molti che possono essere interessati. Mettendo insieme contatti di più professionisti e giocando sugli “share” si può superare velocemente questa prima fase. Cartina al tornasole di quel che vi ho appena detto è la costante richiesta da parte di nostri clienti di farsi supportare nella costruzione di un blog personale, dell’affiancamento nella realizzazione di un piano editoriale efficace e funzionale ai propri obiettivi di comunicazione.

Vivere meglio il lavoro è necessario per il proprio modello di vita e per la propria carriera. Usare con modalità sempre più esperte il web ci garantisce il successo.

Avanti a Gran Carriera!

PS: per i professionisti della ricerca e selezione, gli head hunter e le aziende devono avvenire, identicamente come per la persona, cambiamenti radicali nelle loro pratiche, nelle loro competenze e nel loro agire. Ma rimando ad una prossima puntata le mie riflessioni e proposte particolareggiate!

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Certezza e continuità del lavoro: rischi e scenari

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Un manager di “peso” seduto nel mio ufficio alla domanda:

 “Perchè proprio lei con tanto di posizione è venuto a trovarmi?”

Così mi ha risposto:

 “Io governo, tra le tante altre cose, i rischi dell’azienda. Perché si stupisce che cerchi di coprirmi dai miei!”

Questo dialogo mi ha stimolato riflessioni e mi sono posto la domanda: quando un professionista deve cominciare a preoccuparsi? Ho chiesto aiuto ai miei colleghi per costruire e analizzare un campione di storie personali, che fosse ampio e entro un tempo prossimo (820 casi nei primi 10 mesi del 2016), con gradi di omogeneità definiti (tutti middle e top  manager) per trarre indicazioni che possano essere generalizzate. L’obiettivo non è certo quello di dare risposte individuali, ma di consigliare a chi ci legge il grado di alert da esercitare.

La certezza del lavoro è un’aspirazione legittima di ogni persona attiva. Il tempo in cui viviamo e vivremo per un lungo periodo è l’epoca più problematica per questo bisogno.

Altri momenti storici hanno vissuto crisi e disoccupazioni relativamente più devastanti e diffuse, vedi anni 30 del secolo scorso, ma nessuna così articolata e complessa da interpretare e superare.

Abbiamo scelto tre macro tipologie generali: dimensione, nazionalità della proprietà, anni dalla fondazione o dalla presenza in Italia.

Grande impresa/PMI,

Impresa italiana/Proprietà estera,

Impresa con meno di 10 anni di attività in Italia/Impresa con più di 10 anni.

 

  • Chi lavora in una grande impresa italiana con meno di 10 anni di vita deve gestire una situazione con rischi contenuti e urgenze di media intensità. Le dinamiche della sua carriera possono svilupparsi per percorsi conosciuti. Problematicità, che possono cambiare il livello d’urgenza, derivano da fattori esterni. L’attenzione va posta a questi segnali, le informazioni interne sono inaffidabili. C’è tempo per fare una chiacchierata esterna. Identica situazione per grandi imprese estere nate meno di 10 anni fa con un’urgenza un poco più pressante di un incontro esperto.

 

  • Per manager di grande impresa italiana con più di 10 anni di vita il rischio reale è mediamente più basso di quello percepito. Siamo in una situazione che dal punto di vista medico può essere definita: il male è conclamato, ma il metabolismo è lento. L’unico pericolo deriva dal perdere tempo. Più si rimane incerti più si pagheranno prezzi sproporzionati alla gravità del contesto. Una valutazione a parte andrà fatta per i dirigenti pubblici dopo la legge, che ha eliminato il tempo indeterminato, ma la logica è la stessa.

 

  • Grande impresa estera da molti anni nel nostro paese. Il rischio è proporzionalmente aumentato. Il grande nome non è più una sicurezza e anche nella globalizzazione le subsidiaries non hanno lo stesso trattamento della casa madre. E’ urgente costruirsi certezze soggettive esterne.

 

  • Chi è dipendente in una PMI italiana nata poco prima o durante la crisi ha meno probabilità di trovarsi in novità concrete, non già acclarate, preoccupanti. Ma sono aumentati i segnali di stanchezza dell’imprenditoria e il desiderio di passare la mano e capitalizzare. Bisogna evitare di trovarsi in conflitto tra rischi di cambi al vertice con conseguenze prevedibilmente negative e fedeltà a cui non è ragionevole chiedere garanzie. Diventa indispensabile confrontarsi con un esperto esterno.

 

  • La piccola, media azienda italiana con storia e tradizione è un universo molto vasto nel nostro paese. Si trova spesso coinvolta in turnaround generazionali più aggravati che favoriti dai cambiamenti epocali che stiamo vivendo. Coesistono due tipologie di manager con le stesse urgenze di mettere al sicuro la propria carriera: quelli che hanno fatto l’impresa, che rischiano di trovarsi marginalizzati o espulsi  e quelli che sono cresciuti nell’ultimo decennio, hanno maturato molte esperienze, ma pochi riconoscimenti. Muoversi per il proprio futuro con intensità ed urgenza  è un obbligo per tutti e due.

 

  • Le nuove imprese straniere presenti in Italia non possono garantire stabilità certa, rappresentano un’ottima opportunità solo a condizione di saper mettere al sicuro la continuità della propria carriera. Non esistono vincoli a cui appellarsi, nemmeno quello del risultato. Sono stipendi e come tali vanno rispettati, ma la propria crescita e la garanzia del futuro sono completamente di responsabilità individuale. Il paracadute deve essere di rigore. Il senso delle affermazioni iniziali del manager di”peso” devono accompagnarli ogni giorno.

 

  • L’Italia, oltre ad essere un mercato locale interessante, è stato il centro del sud Europa per molte imprese straniere. Questo è sempre meno vero. La geografia è cambiata e gli hub delle attività si stanno spostando o si sono già spostati ad est. Lavorare in una PMI straniera da lungo tempo in Italia è un rischio endemico che va affrontato, non sempre c’è urgenza. Ma il problema esiste e la situazione va messo in sicurezza.

 

La realtà di ciascuno, il proprio modello e stile di vita sono fattori che  possono indurre comportamenti e portare a scelte sbagliate. I tre rischi più insidiosi sono:

  1. Sentirsi appagati della propria carriera e abbinare a questo stato la certezza di essere inattaccabili nella propria posizione lavorativa. (…e chi mi tocca…)
  2. Trovarsi bloccati, da ragioni esterne alla dimensione lavoro, nella propria capacità di investire nella prevenzione e risposta ad eventi presenti e prossimi negativi e già visibili, che hanno e possono avere effetti sulla propria carriera e reddito. (… vorrei, ma non posso …)
  3. Sentirsi superiori o indifferenti al rischio di avvenimenti invalidati l propria dimensione lavorativa. ( ….chi se ne frega….)

 

La propria salute lavorativa dipende più da se stessi che da altri. Governarla ed investirci è la scelta più redditizia e per questo…

…Avanti a Gran Carriera!

Fare carriera è un obbligo!

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In tutta la mia vita lavorativa il “fare carriera” era una decisione presa da altri. Ci si metteva del proprio e non era facile, ma a partire dagli ultimi 40 anni, se non volevi impegnarti più di tanto, potevi vivere tranquillamente e qualche risultato lo ottenevi quasi per anzianità anche nell’industria privata. Non solo il pubblico era così (e ora, ahimè per noi, non è molto diverso), ma anche il privato aveva forme contrattuali garantite: alcuni passaggi automatici di categoria e gli scatti d’anzianità era un poco l’immagine della regola militare per la truppa, “l’anzianità fa grado”. Se non volevi responsabilità e ti accontentavi era facile essere appagato.

Ci si lamentava, ma le battaglie sindacali più seguite erano quelle che puntavano al garantito sicuro, molto più sentite di quelle che cercavano un minimo riconoscimento di un merito certificato. Potevi essere una zucca vuota o completamente disinteressato del tuo lavoro, un pezzo di carriera era assicurata. Li definirei “gli anni  dell’acquisito”.

Anche quella parte del mondo del lavoro, che alla carriera era interessata e coinvola, oltre ad essere mal vista, “ma dove vuole arrivare quello!”, poteva ad una certa età fermarsi e godere il ruolo conquistato aspettando la pensione. Il cosiddetto “scivolo” per arrivare alla pensione era di fatto una realtà prima che psicologi, sociologi ed economisti ( tutti del lavoro) cominciassero a discuterne e presentare progetti, mai realizzati.

Oggi, anche quando il disegno del quadro sembra essere lo stesso, è cambiata la prospettiva e l’insieme che ne risulta è altro.

Fare carriera non è più una possibilità, un esito che puoi conquistare, ma è diventato un obbligo.

Se non segui questa regola, il rischio o peggio la certezza a cui vai incontro è che prima o poi incapperai, nel tuo ruolo, in un qualsiasi incidente di percorso di cui quasi sempre non ne hai la minima responsabilità.

Elenco, a titolo d’esempio, alcune tipologie di situazioni in cui si può incappare con più frequenza: cessione dell’azienda o del ramo in cui lavori, desiderio di ritiro del titolare o suo decesso, cambio generazionale della proprietà, arrivo di un nuovo socio, rinnovo del  vertice aziendale, errori di visione, di posizionamento, ritardi nella comprensione dei cambiamenti di mercato.

Le possibili conseguenze negative, più hai anzianità, più possono essere tragiche.

Per l’altro non esiste protezione esterna che possa venire dal passato, il giudizio e i criteri di scelta sono diversi e raramente tengono conto dell’individuo e della sua storia, se non per immaginarsi a priori ostacoli, rigidità e difficoltà di ambientamento al nuovo. Gli anticorpi per preservarsi da queste situazioni sono interni a se stessi. Devi coltivarli in continuazione, indipendentemente dalla situazione.

Ricevo molte lettere che esprimono: “al momento non ho necessità in tal senso ..”, “non piani di uscita, quando valuterò….”, “ sono molto soddisfatto della mia attuale posizione..”.

Tutte queste situazioni, per paradossale possa sembrare, sono le più rischiose: un rischio latente è più pericoloso di un rischio evidente.

Mettersi al riparo del primo è facile, se ne ha il tempo e le risorse sono disponibili e coinvolge solo se stessi, affrontare il secondo è molto più pesante in tutti i sensi e rischia di coinvolgere altri del proprio ambito familiare. Il primo caso è un rafforzamento che arricchisce, che aumenta la possibilità di far carriera, il secondo è un recupero, che necessita contemporaneamente due operazioni obbligatorie al posto di una per ripartire nel percorso .

Quando si pensa di star bene e il futuro è per fare progetti,  in realtà si è più esposti a sorprese negative.

Costa poco mettersene al riparo, ma non lo facciamo quasi mai…è cambiato tutto, è tempo anche di cambiare questo atteggiamento.

Avanti a Gran Carriera!

Carriera, Lavori in corso!

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Nel mio lavoro le sincronicità che ti fanno meditare abbondano. Oggi voglio narrarvi di quattro colloqui dell’ultima giornata  (venerdì pomeriggio e sabato mattina) da cui trarre riflessioni, cercare conferme e ottenere indicazioni che possano aiutarci a fare scelte migliori e arrivare prima ai risultati voluti.

Le persone che ho incontrato sono manager di livelli diversi in attività, tre laureati  lauree pesanti, uno no, ma con una esperienza di tutto rispetto, retribuzione annua lorda tra i 55/95 mila Euro, età che varia dai 37 a 52 anni. Provengono da aziende industriali e di servizi, hanno in comune l’essere entrati nella logica della carriera, il bisogno della sua continuità, dentro quadri lavorativi, personali e famigliari differenti.

Nessuno di loro ha il dramma della disoccupazione, ma tutti sentono l’urgenza di consolidare sia il loro percorso, sia lo stile di vita. Per 3 casi le aziende da cui provengono sono grandi gruppi, quelli per capirci che decidono loro la carriera e a volte, anche indirettamente, i momenti della vita delle persone loro vicine.

L’aspetto interessante rispetto al passato è che tutti e quattro ragionano e vogliono muoversi di conseguenza con inclusività della loro vita professionale, dimostrando rispetto del proprio lavoro che, per farlo al meglio, tengono conto della famiglia non solo come responsabilità, ma anche come risorsa utile a sè per lavorare come richiesto. Tra loro c’è anche un expatriate, famiglia compresa, in un Paese molto più avanti del nostro nelle classifiche del “ranking of happiness”.

Vogliono far carriera in Italia.

Mi ha sorpreso come  persone differenti con situazioni diverse, senza addurre ragioni ideologiche, abbiano lo stesso obiettivo. Con l’ultimo, sabato ne sono stato quasi commosso. Soddisfatto perché abbiamo il sistema per guidarli e aiutarli, ma felice per quanto questo possa significare per tutti noi.

Per anni nella crisi avevo accettato a malincuore l’idea dell’inevitabilità di spostarsi. Mi ero anche auto convinto che siamo stati un paese di emigranti  e potevamo tornarlo ad esserlo.

Sbagliavo, non sapevo leggere segnali come: “il prosecco ha venduto nel mondo più bottiglie dello champagne”, “la passata di pomodoro per volumi e per fatturato ha superato il ketchup negli USA”. E sono sicuro che tra i miei lettori qualcuno potrà aggiungere anche moltissimi altri “segnali”.

Per questo motivo ci siamo preparati a rileggere “da sinistra a destra” il nostro mercato del lavoro e scoprire che molto e molto più grande di quello che vediamo, ad ascoltare amici stranieri che continuano a dirmi che “vivere italiano” vale tantissimo. Questo, questi professionisti che scelgono il nostro servizio ci spingono ad essere sempre più efficaci ed informati.

Per successo dei nostri clienti e per il nostro successo,

Avanti a Gran Carriera!

 

Lavoro: i desideri hanno un valore?

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I desideri sono un fatto personalissimo, quando corri in un rettilineo, possono essere utensili utili, quando “sei nelle curve” sono difficili da gestire ma lo sono ancora di più. Come maneggiarli?

I dati sul lavoro sono ormai oggetto di satira, peccato che siano drammatici per chi lo ha perso, per chi lo vive male, per chi lo cerca e per quei milioni che ne sono legati indirettamente.

Dobbiamo esercitare ogni sforzo per far ritornare i numeri della piena occupazione e per migliorarli nella qualità del lavoro. Non avendo voce in capitolo per le scelte dei vari livelli di governo e preferendo lasciare ad altri questa incombenza, mi concentro su cosa le persone  possono fare e come possono essere aiutate.

Tutti noi abbiamo dei desideri e alcuni di questi riguardano il lavoro. La loro intensità  si rapporta con gli eventi della nostra vita. Una “cosa” quando ce l’hai è normalmente meno desiderata di quando non ce l’hai o di quando la perdi. La mia attività è abbastanza centrata su questo oggetto del desiderio.

Come già raccontato, esistono due tipologie di desideri: quelli reattivi e quelli realizzanti. Questa modalità di classificarli tiene conto dell’altro e del contesto in cui si vive.

Noi siamo ancora indotti a considerare i desideri come qualcosa di intimo e da nascondere. La nostra cultura li considera più una negatività da bloccare o tenere a freno.
Questo non è utile nell’ambito del lavoro, anzi oggi possono servire sempre di più.

Nei periodi storici a noi prossimi, per il lavoro, quello che si cerca nelle persone, superficialmente parlando, ha avuto un’evoluzione ben chiara. Il fordismo richiedeva tempo, forza fisica e ubbidienza delle regole e procedure, successivamente ci si è centrati su competenze, capacità, fedeltà, oggi ti chiedono anche il “cuore”.

Il ”cuore” è un oggetto complesso e dentro ci stanno sentimenti, atteggiamenti, sogni e desideri.

 Oggi siamo nel tempo del cuore, del difficilmente misurabile. Una selezione ha due parti: una prima, che segue una qualche forma e corrisponde all’etimo “selezionare, scartare”, un’ultima che è “scelta” e segue regole soggettive. E’ con questa parte che dobbiamo confrontarci. L’altra, da questo punto di vista è poco più di un banale passa/non passa.

I desideri, se ben governati, possono essere il passepartout per sciogliere nodi complicati della carriera.

I desideri reattivi nel lavoro sono utili per alzarsi la mattina e andare in ufficio, impegnarsi di più se si percepisce o si vuole evitare un possibile giudizio negativo, vanno bene nei rettilinei.

Desiderare uno stipendio o uno ancora migliore, formarsi, fare esperienza e in parte fare carriera, ti servono, ma interessano poco all’altro. Alcune volte lo spaventano.

Formarsi, fare esperienza possono essere oggi indicatori di costi aggiuntivi, di performance non adeguate. Tutti vorrebbero evitarli.

Se sei giovane è scontato che tu non abbia esperienza ed è folle pensare di vendere un tuo limite. Se sei maturo e non hai quell’esperienza specifica, questo si evidenzia già nel tuo CV. La tua presentazione non deve fondarsi sul desiderio di farsela, ma piuttosto sulle tue capacità di adattarti e dare risultati comunque. Ma nelle “curve” sono i desideri realizzanti quelli decisivi.

Un desiderio realizzante, consiglio sempre sincero, può interessare l’altro. Certamente l’incuriosisce.

 Se credi di poter trovare soddisfazione nel chiudere una vendita, se desideri aiutare gli altri in qualche attività, se ti piace una nicchia di prodotti e vorresti essere parte della squadra che ci lavora e ti posizioni e scegli interlocutori che hanno un legame con uno di questi desideri il confronto è più produttivo. Questo significa essere offerta. Ovviamente hai più possibilità se hai esperienza, ma anche costi di più. Se sei giovane, neolaureato costi molto meno.

Propongo un indicatore, che può essere usato da tutti per capire se si vale per l’altro. Se hai di fronte una realtà di servizi il moltiplicatore può variare tra 10 e 15, la tua presenza deve influenzare attività che valgono almeno 10 volte il tuo costo. Se invece è una realtà industriale il moltiplicatore varia tra 15 e 20. Fare questi conteggi non è semplice e devono essere considerati indicativi. Esistono altri fattori sia personali che aziendali che vanno analizzati caso per caso.

Trovare lavoro, cambiarlo è garantito per tutti a condizioni definite. E’ un percorso individuale impegnativo, che va affrontato senza troppi se o ma.

Le aziende che cercano sono pochissime, quelle che hanno problematiche che possiamo risolvere moltissime. La soluzione di questo apparente ossimoro è alla nostra portata. L’impegno personale e il costo hanno un ritorno.

Avanti a Gran Carriera!

La Continuità di Carriera come azione realizzante

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Ho conosciuto ormai decine di migliaia di manager. Oltre ad occuparmi delle loro professionalità ad un certo momento mi sono interessato alle loro motivazioni e desideri, pur tenendo conto della realtà in cui erano inseriti e dei relativi bisogni. Ho trovato situazioni diversissime: occupati in carriera e non, contenti e non della loro condizione, disoccupati. Ho persino scoperto disoccupati felici; uno di questi è oggi il titolare di una delle maggiori società di head hunting italiane.

Mi  sono chiesto moltissime volte quale fossero i meccanismi che spingevano professionisti a comportarsi a volte in un modo a volte in un altro, che legame ci fosse tra le loro azioni e i risultati e quale fossero le ragioni ultime di successi ed insuccessi.

A rendere più intrigante la ricerca, diventata poi parte importante della mia vita, è intervenuto il cambiamento epocale che tutti stiamo vivendo. Ma questa nuova realtà in cui siamo precipitati è stata utile,  perché ha reso più chiara ogni lettura. Come ho già avuto modo di scrivere, nel mondo del lavoro di oggi o sali o scendi.

Non puoi più stare fermo, vivacchiare o avere un’interruzione e pensare di mantenere o ritrovare lo stesso identico ruolo e compito. Con buona pace di E.L. James tra il bianco e il nero sono sparite quasi tutte le sfumature di grigio.

Ieri, se una persona perdeva il lavoro, voleva cambiarlo o era disponibile a farlo e volevi assumerlo, era giustificato un supplemento d’indagine. La possibilità che ci fosse qualcosa di personale, che non quadrasse, era reale.  Oggi la probabilità che questo sia oggettivamente vero è quasi inesistente. E’ molto più utile indagare sulle motivazioni e più ancora sui desideri più profondi e disegnare con questi la previsione del suo futuro in azienda.

Per questo, occupandomi di carriere e della loro continuità, insisto con le persone sul valore al futuro e sul posizionamento. Nel valore al futuro c’è la garanzia e la volontà al personale di riprodurre i contenuti della prestazione, dentro il posizionamento si offre una mappa del percorso desiderato e del legame con i risultati.

Ora vedo con chiarezza chi potrà avere successo, indipendentemente dai guai in cui può incorrere nella sua vita professionale, e chi invece rischia oggi tempi sempre più critici.

Tutto deriva dai desideri che concepiamo. Se i nostri sono desideri reattivi è improbabile far carriera, ricollocarsi, se i desideri sono realizzanti ogni ostacolo può essere superato. I desideri reattivi, sono quelli che nascono dalla mancanza di qualcosa che è stato importante nella nostra vita passata e che per ragioni diverse crediamo sia insostituibile. Agiamo e ci rappresentiamo spinti da quella mancanza.

Se il nostro lavoro ci ha sempre permesso un buon tenore di vita e ora lo abbiamo perso e il nostro agire è motivato dal desiderio di ritornare a quella condizione, saremo nella peggiore condizione di partenza per raggiungere l’obiettivo. Se la nostra carriera dal momento della laurea in poi è sempre  cresciuta, perché ci hanno cercato imprese e cacciatori di teste e il nostro desiderio è aspettare la prossima chiamata, rischiamo attese più lunghe di quelle che ci sta abituando il Servizio Sanitario Nazionale. Quando poi decidiamo di scodinzolare dietro cacciatore di teste prescelto abbiamo o amarissime delusioni o pochissime offerte sempre al ribasso.

I questi casi tutta la tua energia, i tuoi sensi, sono concentrati sul tentativo di riempire il presunto vuoto, tu diventi sordo e cieco a tutto il resto. Non convinci nessuno e non sei credibile, perché non sei nella relazione. Più rimani in questo stato più perdi identità, e perdere valore ne è  la logica conseguenza. Non cerchi l’altro, in realtà cerchi solo quello per cui ti stai muovendo. Tutto questo è percepito facilmente e ti penalizza.

Tutti i desideri realizzanti ti aiutano, aprono e ti portano al raggiungimento dell’obiettivo.

Se una persona mi avvicina e mi dice: “voglio uno stipendio per poter vivere”, esprimo tutta la mia solidarietà e mi fermo. Ma se mi dice: “voglio lavorare nel tuo settore, perché solo lì mi sento realizzato”, comincio a farle domande e se risponde giusto (per me ovviamente) il rapporto si apre enormemente. Dove si fermerà non lo so, ma non ci sono preclusioni.

Se mi spieghi che vuoi far carriera, mi stimoli a chiederti perché. Voglio sapere le tue skill, sono interessato a te.

In realtà gestendo i desideri realizzanti apri una partita da giocare, con quelli reattivi quando va bene ti fermi; quando l’altro li lega (per sua cultura, ideologia, esperienza) a qualcosa di negativo, ti danneggi.

La carriera è un buon argomento realizzante per la relazione con l’altro. Non deve restare solo, va abbinato al valore e al setting e ai protagonisti della situazione. Insieme, se ben selezionati (posizionamento) danno il risultato cercato.

Avanti a Gran Carriera!

Il brutto tempo atteso…e l’Arca!

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I dati delle aspettative future di imprese e consumatori sono nuovamente orientati al pessimismo spinto. Ci si aspetta sempre meno consumi e in particolare di beni durevoli, meno ordini per le imprese, meno investimenti..

Tradotta con un poco di poetica possiamo immaginare esperti, dati alla mano (per inciso traggono le loro conclusioni dalle nostre risposte), che ci dicono:  “non aspettarti nulla di buono”. Si prevedono terremoti, alluvioni, difficoltà di ogni genere e tutto questo dove noi abbiamo casa, dove noi ci muoviamo e vogliamo vivere anche la nostra vita professionale.

A fronte di queste informazioni, come reagiamo?

  • Il gruppo più numeroso evita di uscire, si chiude in casa e se può entra in clandestinità
  • Un altro gruppo si preoccupa davvero, ma del vicino; sarà sicuramente a lui che succederanno tutti i guai, che ne pagherà le pesanti conseguenze. Se lo incontra, preferirebbe di no, non si sente in pace se non cerca di consolare il “poverino”
  • Una solitaria persona invece si da fare, lavora sodo, pensa a se stesso, alla propria famiglia e…prepara un’arca!

 

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Scusate, mi son  confuso con il Vecchio Testamento.

Però, forse questa parte dei Libri Sacri conviene rileggerla con attenzione. Credo di non offendere nessuno ai Piani Alti se propongo, oltre alla lettura  del diluvio universale  e della storia di Noè, anche la ricerca di una squadra che aiuti a costruire arche di tutte le misure, per tutte le tasche, che abbia le competenze per viaggiare per mare e sappia leggere segnali, informazioni per una navigazione sicura e, più importante, che faccia parti importanti del tuo viaggio insieme.

Al primo gruppo consiglio di prepararsi ad affrontare il diluvio, perchè ha già cominciato a piovere. Ripararsi nel portone di casa è la peggior soluzione, ha scelto il rischio più grande, essere travolti dalle macerie del palazzo.

Al secondo gruppo ricordo la caratteristica dell’acqua: s’infila da ogni parte. Non bagna solo gli altri, ma carpirà anche voi.

Il professionista, che ha cominciato ad attrezzarsi, anche se partito in ritardo, può fare velocemente un piano per accelerare i lavori.

Nel racconto biblico in apparenza tutto è definito, nella vita reale  c’è maggior libero arbitrio, ci sono più opportunità di salvarsi.

Vediamo cosa ci tira a fondo e cosa può farci vivere al meglio.

Se desidero il passato, il suo mantenimento, non ho speranza. Non solo perché non ritornerà mai più, ma anche perché questa mia volontà mi preclude ogni possibilità di capire, di prepararmi a sfruttare il nuovo nel solco di cosa può interessarmi e può servirmi per un miglioramento del mio modello di vita.  Questo non è il” farmelo piacere”, è affrontarlo in modo adulto e inserire nel posizionamento i propri bisogni.

Il tuo valore, le condizioni per operare, non sono acquisite per sempre, ma sono dimensionali al tempo in cui viviamo, che può avere miglioramenti.

I nostri clienti che hanno il risultato garantito sono quelli che si concentrano sull’opportunità e non quelli che pensano al torto vero o presunto subito. Sono quelli che abbandonano la vecchia saggezza, che è diventata preconcetto, e ricercano nuovi riferimenti interessanti. Nel tempo in cui viviamo prevale il cambiamento sulla continuità. Ma nella prudenza dell’oggi possiamo usare la continuità per sostenere a nostro favore i cambiamenti.

Se vogliamo affrontare l’oggi, abbiamo bisogno di recuperare quello che ci serve del passato remoto (di quello prossimo mi fido poco), ma anche l’aiuto di una squadra tecnica, a cui affidarsi, che abbia ripensato il proprio mestiere e lo sappia fare oggi.

Avanti a Gran Carriera!

La carriera ai tempi del cambiamento

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Nulla può essere come prima. Tutto cambia, sia in modo diretto che con modalità sotto traccia. Nulla della nostra vita è inattaccabile dalla forza del nuovo. La cognizione che tutto quello che pensiamo resti identico o molto simile a quello che abbiamo vissuto, spesso è la proiezione della nostra paura del nuovo e delle sue  conseguenze, presunte inevitabili e da noi temute come negative.

 Abbiamo difficoltà ad accettare un realismo diretto e a progettare un viaggio nel nostro futuro. Così siamo perdenti, qualsiasi sia la posizione e status da cui si parte.

Tutto questo vale per il mondo della “paura”, che appartiene a noi europei, al Giappone e ancora in parte al Nord America. Gli altri due mondi, della speranza e dell’umiliazione (accettando la classificazione della “Geopolitica delle Emozioni” di Dominique Moisi), vivono diversamente queste problematiche, e i primi hanno risposte più elettrizzanti.

Un realismo ragionato vale anche per  l’ambito professionale e se vogliamo costruire il futuro che ci soddisfa, dobbiamo affrontare un percorso che tenga conto di:

  • Cosa devo mantenere
  • Cosa devo modificare
  • Cosa devo aggiungere

 

MANTENERE

C’è molta “tradizione” da portarsi dietro: personale, collettiva e storica, perché:

  1. Il cambiamento, ancora per alcuni anni, sarà troppo recente per poter essere generalizzato in tutte le direzioni e dimensioni
  2. Del nuovo ci sono solamente le linee guida, tutto il resto è un maturare di nuove esperienze. Le certezze sono ancora tutte da costruire
  3. Si è dentro una “rivoluzione” della stessa portata, ma diversa da quella industriale cominciata nell’Inghilterra alla fine del 600 e che ha avviato l’era che sta morendo
  4. I protagonisti non vengono tutti dallo stesso ambiente e ciascuno porta parti della propria cultura, che a volte diventano fondanti del nuovo, a volte  solo mode passeggere
  5. Nella globalizzazione c’è più fame di soggetti, consumatori e produttori, che di territori. Le persone, siano consumatori o produttori, esprimono ciascuna una propria identità fatta di radici, storia personale e collettiva, aspirazioni individuali, che può essere a certe condizioni un punto di forza e un valore nel nuovo in cui ci muoviamo

 

MODIFICARE

C’è bisogno di specializzazione e di estensione contemporaneamente. Il nuovo in cui viviamo, forzando all’estremo, possiamo considerarlo uno spazio grandissimo per un’enormità di brand, oggi non ancora esistenti, che devono rispondere a bisogni e a desideri di un infinito di individui. Questa definizione di glocal va estesa al massimo perchè:

  1. Il prodotto deve essere rintracciabile e pronto a contenere altri valori oltre a quelli tradizionali di qualità, affidabilità e sicurezza
  2. La competizione, lo sviluppo di territori e tecnica, se non specializzi e innovi, possono renderti superfluo in breve tempo
  3. L’allargamento dei mercati, dei bisogni e dei “bisognosi” creano spazi anche per il tuo personal branding
  4. Il nostro essere è unico ed è qualcosa di più, che va oltre la specializzazione
  5. La velocità è il modo di vivere la globalizzazione e rappresenta la garanzia per la sopravvivenza e la crescita

 

AGGIUNGERE

Il prodotto, come lo abbiamo inteso fino ad oggi, non esiste più, sia nel B2C, che nel B2B. Servizio e marketing sono il nuovo e inseparabili dal “vecchio” prodotto. Il consumatore deve poter entrare nella produzione. La trasparenza è un valore, l’offerta deve farsene carico. Le certificazioni non sono sufficienti, devo poterle vedere realizzate. I richiami di prodotti a rischio non sono più una negatività, ma la garanzia dimostrata che offro realmente quello che dichiaro.

Dobbiamo aggiungere perchè:

  1. Come prodotto noi necessitiamo, per essere riconosciuti e presi in considerazione, di marketing e di servizio
  2. Dobbiamo estendere la nostra professionalità. Non per fare altro, ma per continuare a fare e a dare sempre più valore a quello che siamo
  3. Tutte le nostre competenze, conoscenze e titoli hanno valore solo nella continuità e così possono essere garantite nel futuro
  4. Il privato come dimensione si è modificato, il professionale si è appropriato di spazi che devono essere governati, e come prodotto ti è richiesta trasparenza
  5. Devi essere offerta, perché come domanda non hai più spazi interessanti, e come tale hai regole e richieste diverse a cui devi rispondere.

 


 

Nessun segnale ci fa sperare che il nostro tempo sia meglio del passato che abbiamo appena vissuto. Quei timidi segnali di ripresa sembrano già essersi esauriti.

E’ il caso di considerare che solo quello che possiamo fare come singoli risolva problemi personali e collettivi.

Se vogliamo ripartire nel miglioramento delle nostre situazioni bisognerà aderire a queste tre evidenze:

  • Non possiamo aspettarci nessun aiuto da chi governa la cosa pubblica
  • Dobbiamo riconoscere che il percorso che dobbiamo affrontare è impossibile senza aiuto
  • Dobbiamo comprendere che questo aiuto lo dobbiamo pagare. Dobbiamo investire tempo e risorse economiche

 

Questo è il modo meno oneroso, più consolidante per ripartire con la propria carriera e il più sicuro per mantenere il nostro modello di vita personale e collettivo.

Avanti a Gran Carriera!

Il Team giusto per trovare lavoro

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Oggi cercare una nuova occupazione, sia che tu creda ancora nell’attuale morente mercato del lavoro e conosca solo antiche ricette per procedere, sia che tu lo voglia affrontare con il nostro SISTEMA, richiede il seguire una serie di indicazioni su strumentazioni innovative con supporti nuovi, più professionali e più efficaci.

Nel passato le società di outplacement affiancavano un consulente ad ogni candidato, anche quelle che agivano nell’orbita delle multinazionali del settore (e noi lo eravamo) ignoravano i modelli americani molto proceduralizzati e  considerati poco adatti all’individualismo italiano.

Questa scelta era motivata da diversità del mercato del lavoro: maggiore rigidità, cultura più centrata sulla fedeltà, che sulla professionalità, crescente individualizzazione degli stili di vita e del modo di pensarsi degli italiani. E in parte il risultato di ragioni interne alle società del settore: facilità di controllo per chi governa,  primitivismo organizzativo e scarsa traceability. Le uniche concessioni erano  la possibilità di cambiare consulente, qualora non ci fosse feeling e in qualche caso un pacchetto di workshop collettivi a tema predefiniti dalle società.

Queste modalità impoveriscono il contributo che la persona riceve e sono totalmente insufficienti con la complessità dell’oggi.

Infatti già allora era impossibile avere career coach capaci su tutto. La negatività di questo  si percepisce meno se il mercato è agevole: “mi serve quella professionalità per sostituire… per duplicare”.  Importante era che il consulente guidasse la persona nella stesura di strumenti efficaci di comunicazione, che lo preparasse un poco ad un colloquio, che contattasse il numero più alto di aziende sperando di trovare la ricerca giusta (fatto che in tempi medi avveniva).  I migliori avevano rapporti intensi con head hunter, società di ricerca e selezione, qualche direttore del personale amico e dopo il 2004 con le agenzie di lavoro interinale. La domanda centrale del periodo era se le persone  si ricollocavano a stipendi più alti o più bassi.

Quello che è richiesto al tempo della globalizzzazione è molto di più e diverso.

  • Devi aggiungere altre competenze, quella linguistica e la capacità di dialogare con mondi e culture differenti
  • Si danno per scontate, a certi livelli, le specializzazioni e sono più convinti da ruoli multipli o esperienze in più ruoli
  • Sono apprezzate capacità comunicative e di guida del cambiamento

 

Tutto queste pretese riguarda il nostro vicinato, quello in cui siamo anche territorialmente, quello che deve cambiare per stare nel mondo globale.

Il team che ti deve accompagnare sarà diverso; devono essere presenti almeno questi 3 esperti.

  1. Un “colloquiatore”, che abbia rapporti con le aziende a livelli che gli permettano non solo di presentare candidature (quello che si faceva nel periodo dell’outplacement), ma di colloquiare su difficoltà, obiettivi, problematiche e avere l’autorevolezza di suggerire soluzioni,
  2. Un head hunter esperto, che sia integrale alle logiche della carriera e che ami preparare professionisti perfetti per i diversi tipi di colloquio, telefonico, di selezione, di assunzione,
  3. Un web content specialist globale, a cui piaccia curare il personal branding dei candidati con impegno ed intensità per ottener il miglior posizionamento nel tempo nei social media.

Il tutto completato da altre due figure centrali: il consulente di riferimento, che svolge le funzioni di career coach per tutto il percorso e il team leader, che interviene nei passaggi significativi del Sistema.

In questo modo sono possibili certezze e garanzie di successo. A questo punto quello che deve fare la persona è avviare il “cantiere” e lavorare insieme al team. Così può anche prendersi quelle pause “dovute” senza sentirsi preoccupato, in ansia e pieno di dubbi.

Così si affrontano le ferie senza troppe preoccupazioni.

Avanti a Gran Carriera!

Ripartire con la carriera: il percorso diagnostico

diagnostics

Incontro tutti i giorni professionisti, insieme ai miei colleghi, nelle nostre sedi e via web. Centinaia di persone di valore, che hanno a cuore la difesa della propria esperienza e che vogliono continuare la loro carriera lavorativa.

Tutti mi pongono o si pongono le stesse domande: “che certezza posso avere di raggiungere i miei obiettivi, in particolare la sicurezza di poter mantenere e migliorare il mio attuale stile di vita?”. “Ho responsabilità verso la mia famiglia, tutti i suoi componenti e come  posso rischiare?”. “L’investimento è importante, che garanzie ho di un ritorno positivo?”.

Nessuno ha mai recriminato sulla validità del Sistema, valore al futuro-posizionamento-essere offerta. Tutti hanno apprezzato la differente impostazione, la logica indiscutibile e le novità dell’approccio. Anch’io sento il peso della responsabilità che mi prendo nella nostra proposta ed esigo la certezza del risultato del nostro lavoro.

Per esserne sicuro prendo a prestito dal mondo medico una pratica obbligatoria per garantire le risposte e la coscienza professionale: il Percorso Diagnostico.

Fortunatamente, a differenza di un medico, l’esito può essere assicurato a condizione che il processo venga condotto correttamente.

In più, rispetto alle normali terapie, il Sistema si è rivelato, nella realtà agita, autoadattabile a tutte le novità individuali e di contesto generale.

 

Ad esempio, il nostro cliente, arrivato disperato con il bisogno di uscire ad ogni costo da una multinazionale dal clima interno insopportabile, oggi si ritrova talmente rafforzato, in linea con uno dei risultati del Sistema, da decidere lui, rispetto alle sue convenienze, tempi, direzione e modi del suo cambiamento.

Oppure quell’altro professionista con una scadenza molto sfidante definita temporalmente di riposizionarsi, l’ha risolta puntualmente seguendo rigidamente il processo e le mie istruzioni.

Il percorso diagnostico medico prevede la presa in carico della persona e del suo problema, la definizione dl possibile iter nel sistema sanitario e nel suo contesto di vita, gli interventi multi professionali e multidisciplinari, il tutto per diminuire (nel caso medico) la possibilità di errore.

Noi possiamo eliminare questa possibilità a condizione di lavorare insieme con il possibile cliente, già prima del servizio, nella definizione dei suoi obiettivi, del suo contesto personale, famigliare e lavorativo e delle credenze che lo sostengono. A questo serve il nostro primo  colloquio conoscitivo.

Ma verremmo molto aiutati, se la persona si preparasse preliminarmente.

Nella mia esperienza gli ostacoli al raggiungimento del risultato sono due:

  1. Una scarsa o esagerata valutazione delle proprie esperienze e del proprio valore
  2. Una profonda convinzione delle proprie credenze, nonostante evidenze palesi.

 

Nel primo caso l’esperienza di questi ultimi anni mi riporta una prevalenza schiacciante di scarsa convinzione di sé. In pratica la persona conosce benissimo la sua storia e i suoi valori, ma va in tilt quando deve farne la somma. Questo è dovuto agli ormai otto anni ininterrotti  di crisi e al vissuto personale nell’attuale agonico mercato del lavoro.

Nel secondo caso le credenze, quello che ciascuno pensa essere vero, sono molto più invalidanti e subdole. E’ chiaro che nella globalizzazione le aziende possono garantire solo il “qui e ora”, indipendentemente dalla dimensione, dal settore e dalle leggi nazionali (ultimo, il caso Deutsche Bank docet), che i singoli stati non sono più in grado di agire, come se fossero pienamente indipendenti.

Eppure molte persone in gamba, colte e preparate continuano a pensarla così o peggio per il risultato, a esserne convinti razionalmente, ma poi recedere quando si trovano di fronte a una scelta importante che genera impegno o in momenti fortemente stressanti come un colloquio d’assunzione.

Quando c’è troppa ansia la nostra mente si concentra (peggio,va in paranoia) solo sul traguardo perdendo di vista tutta la pianificazione di azioni mirate, coordinate e programmate insieme.

Un filosofo terapeuta del secolo scorso affermava “la mente, sola, mente solamente”. Nella mia vita lavorativa quotidiana ho troppi riscontri che mi confermano questa affermazione forte.

La certezza del risultato può esistere solo se si è convinti che:

  1. L’unica sicurezza, che funziona oggi, è quella che deriva dalla propria storia, dalle scelte e dalle azioni
  2. Interventi esterni, quali raccomandazioni, segnalazioni, sollecitazioni rischiano di essere nella gestione pratica più dannose che utili
  3. La certezza dell’obiettivo si raggiunge con una progettazione precisa, una programmazione adeguata, un allenamento continuo e una attenzione, meglio se maniacale, dei particolari
  4. La complessità del contesto in cui operiamo è tale che richiede un supporto professionale qualificato
  5. Una presenza adeguata, attenta e costante sui social è utile alla continuità nel tempo della sicurezza dei risultati

 

Queste sono le condizioni che garantiscono il successo. Il tempo per raggiungerlo dipendono dal punto 3 e 4.

 

Io sono interessato al successo dei nostri clienti e al moltiplicarsi del numero di persone e società, che applicano il nostro Sistema. Il numero di chi mi legge è sempre più alto e ringrazio tutti . Posso garantire loro che continuerò a riportare le mie esperienze e quello che vedo e pratico.

Buona giornata, a venerdì prossimo e

Avanti a Gran Carriera!