Carriera, Lavori in corso!

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Nel mio lavoro le sincronicità che ti fanno meditare abbondano. Oggi voglio narrarvi di quattro colloqui dell’ultima giornata  (venerdì pomeriggio e sabato mattina) da cui trarre riflessioni, cercare conferme e ottenere indicazioni che possano aiutarci a fare scelte migliori e arrivare prima ai risultati voluti.

Le persone che ho incontrato sono manager di livelli diversi in attività, tre laureati  lauree pesanti, uno no, ma con una esperienza di tutto rispetto, retribuzione annua lorda tra i 55/95 mila Euro, età che varia dai 37 a 52 anni. Provengono da aziende industriali e di servizi, hanno in comune l’essere entrati nella logica della carriera, il bisogno della sua continuità, dentro quadri lavorativi, personali e famigliari differenti.

Nessuno di loro ha il dramma della disoccupazione, ma tutti sentono l’urgenza di consolidare sia il loro percorso, sia lo stile di vita. Per 3 casi le aziende da cui provengono sono grandi gruppi, quelli per capirci che decidono loro la carriera e a volte, anche indirettamente, i momenti della vita delle persone loro vicine.

L’aspetto interessante rispetto al passato è che tutti e quattro ragionano e vogliono muoversi di conseguenza con inclusività della loro vita professionale, dimostrando rispetto del proprio lavoro che, per farlo al meglio, tengono conto della famiglia non solo come responsabilità, ma anche come risorsa utile a sè per lavorare come richiesto. Tra loro c’è anche un expatriate, famiglia compresa, in un Paese molto più avanti del nostro nelle classifiche del “ranking of happiness”.

Vogliono far carriera in Italia.

Mi ha sorpreso come  persone differenti con situazioni diverse, senza addurre ragioni ideologiche, abbiano lo stesso obiettivo. Con l’ultimo, sabato ne sono stato quasi commosso. Soddisfatto perché abbiamo il sistema per guidarli e aiutarli, ma felice per quanto questo possa significare per tutti noi.

Per anni nella crisi avevo accettato a malincuore l’idea dell’inevitabilità di spostarsi. Mi ero anche auto convinto che siamo stati un paese di emigranti  e potevamo tornarlo ad esserlo.

Sbagliavo, non sapevo leggere segnali come: “il prosecco ha venduto nel mondo più bottiglie dello champagne”, “la passata di pomodoro per volumi e per fatturato ha superato il ketchup negli USA”. E sono sicuro che tra i miei lettori qualcuno potrà aggiungere anche moltissimi altri “segnali”.

Per questo motivo ci siamo preparati a rileggere “da sinistra a destra” il nostro mercato del lavoro e scoprire che molto e molto più grande di quello che vediamo, ad ascoltare amici stranieri che continuano a dirmi che “vivere italiano” vale tantissimo. Questo, questi professionisti che scelgono il nostro servizio ci spingono ad essere sempre più efficaci ed informati.

Per successo dei nostri clienti e per il nostro successo,

Avanti a Gran Carriera!

 

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Il terzo fondamento del job seeking: essere offerta

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Dopo il valore al futuro e il posizionamento oggi parliamo di essere offerta.

Per secoli e anche per gli ultimi decenni, il mercato del lavoro nel mondo si è configurato in due figure principali: gli imprenditori, che erano l’offerta, e i lavoratori, che erano la domanda. Ci sono state  nel tempo molte mutazioni, ma la sostanza è rimasta la stessa. Tutto questo perché l’azienda aveva le idee molto chiare del proprio futuro e di quale “manodopera” le servisse per agirlo e la persona era prevalentemente in attesa ad aspettare una chiamata.

La globalizzazione ha complicato tutti gli scenari: la visibilità sul futuro si è molto ridotta. Le previsioni economiche generali, il nostro “bollettino meteo”, sono diventate totalmente inaffidabili. Economisti, sondaggisti, statistici, futurologi continuano a campare più come “cantastorie” al servizio di questo o quel potere, piuttosto che per merito e utilità.

In passato l’imprenditore conosceva la sua concorrenza,  si sapeva tutti quel poco che c’era da sapere . Se era bravo diventava un leader, se era “così, così” andava avanti lo stesso grazie ad una crescita quasi perenne del mercato.

La persona doveva adattarsi all’offerta e approfittare, se ne era capace, dei momenti migliori sperando che nella “piena occupazione” si spuntasse un prezzo più alto. La carriera era decisa da altri, altri definivano regole, tempi e modelli.

Oggi per l’impresa la realtà è infinitamente più complessa e impossibile da prevedere. Concorrenza, mercato, gusti del cliente, persino le regole, tutto è indefinito, incerto, non scontato nella globalità del mondo, nel mercato e per le vischiosità delle aziende stesse. Concorre a rendere le organizzazioni incerte, deboli, tendenti all’immobilismo e all’attesa passiva.

Per il professionista la situazione è diversa; la sua forte sofferenza non deriva dalle logiche della globalizzazione, ma dalle regole di ripartizioni della “torta”, dall’enorme ulteriore arricchimento dell’1% di ricchi, in maggioranza non imprenditori. Le persone hanno avuto occasione di farsi  esperienze e di applicare competenze negli 8 anni di crisi. Sono quelli che definirei “generazione ad interim”.

Il tutto raramente riconosciuto e retribuito, ma comunque reale. Questo contesto continua nel quotidiano odierno.

Il sistema valore al futuro, posizionamento, essere offerta, che spinge a gerarchie e valori generati dal campo, rimette logica in un ordine falsato. Le esperienze praticate, la loro compattazione nel posizionarsi professionale hanno creato un effetto microscopio, che permette, volendolo, di avere maggiori capacità di visione futura vendibile e utile alle problematicità delle imprese. Avviene così per le persone, prima e più facilmente che per le aziende, una sorta di branding ante litteram, che rende chi segue questo percorso coerente con il tempo che stiamo vivendo.

Essere offerta è la conclusione logica dell’avere capito di avere un valore, della sicurezza di poterlo replicare nel futuro. Questo deriva dall’aver riconosciuto un proprio posizionamento  indipendentemente da quanto altri hanno definito nel personale “currere” passato.

Questa offerta va orientata e presentata.

Non significa che quello che manca sono aziende con cui fare un colloquio, anzi ce ne sono troppe, quasi quante il numero delle imprese. Significa solamente, che non si è preparati per ignoranza (accettabile) o per pigrizia (meno accettabile) a seguire questo percorso semplice, ma non già “precotto”.

Sono un patito di cinema e del genere western. James Stewart, nel suo primo successo del 39, è uno strano sceriffo senza pistola con un ombrellino da sole, e così si definisce alla stupenda Marlene Dietrich: ‘sono come un francobollo, che si appiccica a una cosa finchè questa non arriva’.

Stewart Dietrich

 

P.S.: giovedì 21 luglio nelle news del sito di CC Global uscirà un’intervista a Luca Salani, head hunter di lungo corso,  sui colloqui di assunzione, sulle sue regole e sulle novità oggi e venerdi 22 riprenderò l’argomento colloquio.

Avanti a Gran Carriera!

 

Elezioni e lavoro, come scegliere di continuare?

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Questa settimana si è persa nelle valutazioni dei risultati delle elezioni amministrative. Molti parlano di rivoluzioni, sconvolgimenti epocali, ci sono stati tanti “la prima volta che…”, ma nulla di cui fidarsi. Il massimo dell’ottimismo esprimibile è “speriamo che ora cambi qualcosa”.

Mi ricorda “io, speriamo che me la cavo”, un libro dell’allora maestro elementare di Arzano (Napoli) che raccolse i temi dei suoi allievi. Sono passati 25 anni, Marcello D’Orta, ahimè, è morto e la situazione è probabilmente peggiorata per i suoi alunni, oggi più che trentenni.

Non sono sconfortato dai risultati, ma da come ci si è arrivati. Nessuno degli schieramenti in campo ha focalizzato la sua campagna elettorale sul lavoro, sull’efficienza, sul rimuovere le cause che bloccano gli investimenti. Eppure è il lavoro il primo problema degli italiani e il territorio è il luogo dove deve essere trovata una soluzione.

Una conferma però l’abbiamo avuta:  è inutile sperare che dall’alto arrivino ricette spendibili. Se questo sarà possibile, non sembra essere con questi protagonisti. Quindi dobbiamo sbrigarcela da soli. Non è una provocazione, ma una necessità.

Per poter affrontare il proprio  problema di lavoro e di carriera bisogna pianificare azioni , acquisire modelli, comprare risorse esperte. Pensare ad un “fai da te” è difficile, si rischiano perdite di tempo e brutte figure.

Per valutare come muoversi e quale scelta operare è utile utilizzare una logica make or buy, questo è il mio consiglio per muoversi:

  • Valutare la posizione attuale e ipotizzare il proprio futuro in termini di carriera , il reddito disponibile e il fabbisogno futuro di reddito (make)
  • Ipotizzare la solidità nel tempo dell’azienda in cui lavori e ponderare rischi e opportunità future (make)
  • Stimare le probabilità future di un mantenimento del welfare attuale (make)
  • Acquisire un metodo per far emergere, riordinare e prezzare le tue esperienze (buy)
  • Calcolare il valore delle tue esperienze (make)
  • Raccogliere conoscenze/competenze e dare loro una priorità in relazione ai valori e ai trend di mercato (make e buy)
  • Diventare l’offerta del mercato del lavoro che corrisponde ai tuoi desiderata,
  • Avere un sistema che definisce il tuo posizionamento (buy)
  • Preparare una modalità per soddisfare i tuoi obiettivi futuri e garantire il loro mantenimento nel tempo (buy)
  • Provvedere una modalità che espanda la produttività del tuo tempo a disposizione (buy)
  • Costruire un elenco di aziende target che soddisfano il tuo posizionamento (make e buy)
  • Analizzare a “freddo” la realtà visibile di ciascuna azienda (make)
  • Conoscere dati “liquidi” e non visibili delle aziende target (buy)
  • Informarsi delle problematiche presenti e delle condizioni per la continuità della vita delle aziende target (buy)
  • Preparare il curriculum vitae e la lettera di presentazione adeguata ad ogni singola azienda (buy)
  • Riflettere e valutare su tutte le selezioni a cui hai partecipato e sui risultati (make)
  • Usare il “risk based thinking” per valutare le tue performance selettive, presenti e future (buy)
  • Correggere gli errori di tratto delle tue capacità espressive nei colloqui selettivi (buy)
  • Allenarsi, allenarsi, allenarsi e misurare i miglioramenti della incisività della tua presentazione e delle tue risposte (buy)
  • Resettare e reimpostare la propria presenza sui social (buy)
  • Identificare il network organizzandolo in funzione del posizionamento individuato (make)

 

Questo percorso moltiplica le opportunità e aumenta di molto le possibilità di successo.

Affrontarlo da soli (make) e scoprire la via per comprendere e piegare al nostro obiettivo tutti i cambiamenti già in atto e futuri è possibile, ma molto dispendioso in termini di energie necessarie e rischi di errori. Possono essere molti gli ostacoli, che ci portano a desistere.

Essere aiutati (buy) riduce enormemente gli ostacoli, non elimina l’impegno personale, ma lo potenzia in maniera virale e da sicurezza.

Avanti a Gran Carriera!

 

 

Cercare di cambiare lavoro…e perdere 3 mesi!

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Oggi rinviare, procrastinare, allontanare scelte viene giustificato da eventi altri, il più lontano possibili dalla sfera di chi dovrebbe decidere.

Tutto, rischi di risultati elettorali, rallentamenti veri o presunti di altre economie, previsioni di analisti su performance aziendali, è giustificabile per bloccare una decisione.

Il rinviare è il virus più devastante per il nostro Paese e per chi ci abita.

Siamo di fronte a quella che possiamo definire la peste del momento. Ha il decorso delle malattie da immunodeficienza: ci sta distruggendo a poco a poco.

La paura di perdere quello che abbiamo accumulato negli anni è la causa del nostro vivere male questo tempo di cambiamenti. Non decidere non risolve i problemi, li sta solo aggravando. Così siamo in una partita il cui risultato certo è la sconfitta, possiamo solo sperare di prolungare il tempo del gioco.

Si crede che questo modo di vedere le cose sia l’unico possibile, ma non ci si accorge che, oltre ad essere spesso la volontà  di una minoranza di personaggi, istituzioni, organizzazioni che sono interessati a che nulla cambi , è anche la conseguenza delle nostre paure. Questo criterio ci rende corresponsabili di quanto ci succede.

Il lavoro e le carriera sono la mia mission e il centro delle attività in cui credo. Frequento persone di valore, che hanno  competenze o esperienze o storie, molte volte tutte tre insieme. Questi soggetti hanno buoni motivi per cambiare e per muoversi sul mercato, ciascuno il proprio, ma tutti validi e con un forte legame con il loro stile di vita. Sono persone serie con ragioni serie e a me paiono parte importante del  futuro di tutti. Ma sono sempre più preoccupato di come anche loro possano essere aggrediti dalla peste del rinvio.

Il mercato del lavoro ufficiale continua ad essere depresso, poca offerta e sempre peggio retribuita. Oltre a questo i mesi buoni per questo mercato si riducono; oggi, passata la metà di giugno, si comincia a pensare alle ferie d’agosto, poi ci sarà settembre e forse ad ottobre riprenderà.  Si deve decidere come non perdere tre mesi nell’agire.

Si sa che cambiare, sia perché si vuole o si deve, non è facile. Questi mesi possono essere  molto produttivi e non diventare un ostacolo all’obiettivo. Prepararsi e farsi trovare pronti a settembre vuol dire avere le condizioni e lo spirito giusto per avere successo.

Nell’esperienza di questi ultimi mesi, nell’insieme soddisfacente dei risultati, i migliori sono stati quelli in cui la persona è subito entrata nell’ottica di definire il proprio tempo indipendentemente dalle scadenze “comandate”; aver saputo fare,  con il nostro sostegno,  i compromessi necessari, ma ricavandone sempre una utilità per il raggiungimento dell’obiettivo. La quantità del tempo disponibile non è mai stata un ostacolo, se si sono rispettate le priorità decise. Il lavorare insieme permette di superare ogni emergenza equilibrando la distribuzione del lavoro da farsi.

Decidere di sfruttare più adeguatamente questo tempo che ci separa dall’interruzione feriale  permette di vivere al meglio agosto, di farlo rendere  come ricarica personale e stare con i propri cari con la certezza di essersi già preparato per la ripartita. Essere sereni di aver fatto bene il proprio compito e convinti del risultato.

Le ragioni che ci portano a decidere sono coerenti con l’unico modo di vivere il mondo globalizzato in cui stiamo, che offre opportunità, ma distrugge certezze passate. Se vogliamo costruirne di nuove che ci soddisfino, ad esempio un nuovo lavoro più coinvolgente e meglio retribuito, dobbiamo decidere di sfruttare anche questo periodo.

Avanti a Gran Carriera!

La carriera è il primo problema del manager

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L’82% dei manager che cambiano posto di lavoro hanno un età che varia da 40 anni a 54.  E’ in questa fascia che si percepisce di più il disagio attuale: l’ansia del futuro.

Dopo 40 anni si cominciano ad incassare i primi dividendi delle buone scelte precedenti e si giocano tutte le carte per consolidare un percorso e renderlo progressivo.

E’ anche il periodo in cui hai un bisogno di reddito crescente e gli oneri familiari si trasformano. Occuparsi di un bimbo richiede stili di vita, quantità e qualità di risorse differenti,  piuttosto che accompagnare i figli nel loro percorso universitario. Un esempio: meno tempo, ma più denaro. Però in quest’età il percorso lavorativo affronta snodi decisivi, che non possono essere rinviati. Contemporaneamente la paura di sbagliare cresce; un errore a 30anni si recupera, è più facile ripartire e costa meno. Dopo i 50 anni la ripresa diventa molto articolata e onerosa.

In più fino a ieri quest’errore  si pagava, magari caro, ma era chiaro il costo e si poteva riallineare la propria vita con rinunce accettabili. Oggi questo non è più possibile e si teme che nel futuro le sue conseguenze possano essere pesanti con la certezza di ritrovarsi  in una situazione senza piani di riserva “precotti” (aspettare la pensione).

Ci si trova  schiacciati tra la convinzione che bisogna muoversi (fare scelte) e l’ansia di sbagliare (paura di conseguenze negative).

Non esistono oggi modelli validi per tutti  e quelli passati funzionano male o solo per alcuni settori. Ma, in questo caso, sono questi settori a non avere futuro, perché troppo chiusi al nuovo. I cambiamenti della nostra società, voluti o imposti poco importa, ci spingono ad una forte “individualizzazione”dei percorsi personali. Questo dato è confermato indirettamente dalla proliferazione delle offerte di coaching.

Ma queste hanno l’obiettivo di portare chiarezza e al massimo potenziare le competenze trasversali. Quando agisci per il raggiungimento del risultato ti senti troppo solo e questo può indebolire sulla tua forza per continuare.

Se si vuole avere certezza del successo e ridurre il disagio della solitudine si deve:

  1. Fare l’inventario delle proprie risorse professionali, verificabili nelle esperienze e nella storia vissuta, mettere in coerenza tutte rappresentazioni di sé, sia nel CV e nella lettera di presentazione, che nella online reputation
  2. Aggiungere una riflessione approfondita delle scelte di vita lavorativa per il futuro,
  3. Confrontarle con i ruoli e compiti nella vita familiare e garantirsi che non ci siano incompatibilità latenti
  4. Identificare una ventina di aziende target, che siano attinenti ai risultati dei primi tre punti
  5. Costruirsi un sistema per le fasi successive, che le colleghi tra loro e con i punti precedenti e che procedurizzi  le singole azioni
  6. Pianificare tutti gli aspetti della ricerca e prepararsi una modalità di contrattazione
  7. Tener conto di una continuità di prospettiva, utile per raccogliere anche i frutti tardivi del seminato precedente  e garante della certezza futura della propria

Agire in questo modo è laborioso, ma ne vale la pena.

Avanti a Gran Carriera!

 

Cercare lavoro è un lavoro!

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Questo aforisma cominciammo ad usarlo in Italia, tra le società di outplacement poco più di venticinque anni fa, tra la fine degli 80 e inizio dei 90. Sarebbe stato un onestissimo concetto per il marketing educativo, peccato che il marketing fosse ancora indigesto al nostro paese, che il lavoro non fosse la prima delle preoccupazioni degli italiani, che per coincidenze politico storiche il messaggio più diffuso fosse sbilanciato sull’arricchimento più che sul lavoro, sul consumo come identità.

In realtà cercavamo scorciatoie improbabili invece che “vie maestre”.

Nello stesso periodo nacque l’esperienza italiana dell’outplacement per aiutare, su mandato delle aziende, le persone allontanate dalle stesse. Questo servizio non veniva fornito a tutti, ma a discrezione dell’azienda o in base ad accordi sindacali. Era funzionale alla ricollocazione in altre aziende con lo stesso ruolo. Il metro di misura del successo erano i tempi della ricollocazione e il mantenimento o il miglioramento dello stipendio. Di far carriera se ne parlava poco e sempre in termini negativi. Era abbinata a immagini sgradevoli quali “passare sul cadavere della propria madre per…”, “sgomitare per…”.

Nel percorso dell’outplacement venne fuori il “cercare lavoro è un lavoro”, ma era uno stimolo ad agire, che non si traduceva in obblighi vincolanti (la mia concorrente/ amica Gabriella puniva, ritenendo ricollocati, chi superava un certo numero di  assenze ai colloqui  e non chi era “svogliato”).

Le persone si sentivano vittime di un sopruso e percepivano il servizio come un risarcimento, che doveva realizzarsi con un nuovo lavoro.

Noi, Career Counseling,  introducemmo lo scouting per ovviare a questo inconveniente con buoni risultati nell’immediato. Meno interessanti sulle capacità personali future di job seeker. In realtà nessuno aveva preso sul serio “cercar lavoro è un lavoro”, che era rimasta quasi un gioco di parole tra noi addetti ai lavori: outplacer e head hunter “politicamente scorretti”.

Oggi è tutto cambiato.

Il lavoro è diventato il pezzo forte dell’ identità personale. Per questo non può più essere qualcosa di esterno, che altri ti possono trovare. Possono aiutarti, guidarti,sostenerti, ma rimane tuo, interiorizzato come percorso di carriera e che all’esterno ti definisce.

Per questo il lavoro è la prima preoccupazione degli italiani, non solo per la crisi.

Certamente le offerte di lavoro si sono rarefatte e la concorrenza è aumentata. Certamente il rapporto valore/prezzo, che nel passato era abbastanza definito e variava in funzione delle urgenze aziendali, nel mercato odierno è sbilanciato al ribasso sul prezzo. Ma mentre le offerte sono poche, le problematicità delle imprese per affrontare il nuovo sono moltissime e il desiderio di risolverle è alto, pur che appaia conveniente e garantito. Sono aumentate le persone che ritengono l’attuale occupazione non più gradita. Chi è o sta o ha paura di diventare “esubero”, è più interessata a soluzioni e per fortuna è molto più disposta ad impegnarsi.

Per poter gestire queste “novità” occorre un sistema e qui torna utile partire dall’aforisma “cercare lavoro è un lavoro”.  Voglio raccontarvi un caso di due mesi fa.

Responsabile di produzione di una PMI, 40 anni, non laureato, con una carriera partita dal livello più basso, ottime qualità, capisci subito che crede nel suo lavoro e ha la sua identità professionale incollata addosso.  Arriva da me disperato, la sua uscita dall’azienda precedente era avvenuta “sbattendo la porta”, senza preoccuparsi di assicurarsi un minimo di “paracadute”. Passatagli la “buriana”, provocata anche da un difficile carattere, comincia a cercare e contemporaneamente sente tutto il peso della preoccupazione derivata dalla sua identità familiare e personale.  Ovviamente la sua ricerca solitaria non conclude  nulla. Firma con noi il contratto di continuità di carriera il 15 dicembre. Mi dice che non può resistere, che per lui il lavoro è tutto e mi chiede cosa posso fare per ricollocarlo subito. Gli rispondo: “lavora anche le ferie natalizie, noi ti seguiremo. Dopo 2 mesi, se ti sei impegnato duramente, ogni giorno è buono per collocarti”.

Ubbidisce e si concede pausa, più per i figli, solo Natale e Santo Stefano. Mi prende in parola e lo sentiamo e vediamo con molta frequenza. Al 15 febbraio di quest’anno firma un contratto molto interessante che con il variabile (fa parte del nostro metodo) più che raddoppia il suo contratto precedente.

Penso, è stato fortunato, poi rifletto: “No, ha avuto successo, perché ha lavorato come un pazzo e si è lasciato guidare”.
Ecco un caso di “cercare lavoro è un lavoro”, anzi  possiamo andare oltre con  l’aforisma:

“Cerca la tua carriera, agisci, e il lavoro sarà sempre più sicuro”.

 

Avanti a Gran Carriera!

 

 

 

Per tutti gli Over, lavoro è sinonimo di carriera!

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Al tempo d’oggi la carriera è il lavoro per tutti i cluster, che vanno dal middle manager al top executive.

E’ ovvio, se sei in “carriera” sei più appetibile, puoi più facilmente essere oggetto di “caccia” da parte di aziende ed Head Hunter. In questo mercato è però una fattispecie sempre più rara, ci sono meno ricerche!

Nonostante esigenze di pubblicità di politici e di privati, il lavoro non è ripartito.

Che il mercato del lavoro sia malato per colpa dei suoi attori è ormai acquisito. Che il sistema agisca scoordinato e le logiche delle sue azioni siano incomprensibile alle persone normali, pure.

Basti pensare all’allungamento dei tempi pensionistici, dovuto a questioni di cassa. Anche se non gradito può essere compreso. Ma come reagire ai  molti casi di operazioni di allontanamenti dalle imprese di dipendenti over 50.

Le aziende adducono ragioni di costo, sottacendo il rischio che la palese perdita d’esperienza avrà sul proprio futuro. Questa politica aziendale è a mio avviso deleteria, ma è una libera scelta.

Nessuno però tiene conto che queste persone sono tra i migliori “clienti” dell’INPS, quelli che versano i maggiori contributi alle casse dell’Istituto e, che ormai rassegnate, sono disponibili ad incrementare il loro “capitale versato” anche per più anni di quelli che avevano previsto. Trovarsi però anche senza lavoro o con il rischio di perderlo, mi sembra troppo!

Chi governa la collettività e decide le regole dovrebbe diversamente intervenire, non basta la busta gialla, e agire per superare questo evidente “farsi del male da soli”.

In attesa che qualcuno svolga meglio il proprio compito è più produttivo per se e per tutti cominciare a “sbrigarsela da soli”.

Riprendendo la perifrasi della caccia, è meglio, che in questa situazione, sia tu ad essere “cacciatore”. Devi avere un sistema, anche in questo caso vale la vecchia regola “chi fa da sé, fa per tre”.

A volte cadiamo nel sogno di avere un forte sponsor, che ci conduca al nuovo lavoro. Non esiste più, è una categoria in via d’estinzione.

Oggi è aumentata l’insofferenza verso tutto quello che può sembrare anche solo una velata raccomandazione.

Quando un amico mi consiglia qualcuno, se è per un aiuto mi impegno volentieri, se è per un’assunzione di cui io sarò responsabile, mi sale subito la domanda “cosa succederà, se poi non va bene? Mi gioco l’amico? Di problemi ne ho già tanti, non voglio averne uno in più” e quindi cerco il modo elegante per svicolare.

Sistema vuol dire non dipendere da nessuno, se funziona non hai debiti, se in corso d’opera non ti soddisfa sai cosa devi cambiare.

Anche quando la carriera l’hai interrotta, il ruolo del “cacciatore” per ripartire è sempre il più produttivo.  Ti tieni attivo e da una immagine di te positiva , simile a colui che è in “carriera”.

Spesso hai bisogno di un esperto, che ti aiuti a chiarire meglio l’obiettivo e a costruire il sistema per raggiungerlo. Se è anche in grado di seguirti in tutto il percorso fino al raggiungimento del tuo successo sei già ”a metà dell’opera”. Tutto il resto è lavoro, lavoro, lavoro, ma il risultato è sicuro.

Oggi è tutto quello che possiamo fare e non mi pare poco.

Avanti a Gran Carriera!