Elezioni e lavoro, come scegliere di continuare?

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Questa settimana si è persa nelle valutazioni dei risultati delle elezioni amministrative. Molti parlano di rivoluzioni, sconvolgimenti epocali, ci sono stati tanti “la prima volta che…”, ma nulla di cui fidarsi. Il massimo dell’ottimismo esprimibile è “speriamo che ora cambi qualcosa”.

Mi ricorda “io, speriamo che me la cavo”, un libro dell’allora maestro elementare di Arzano (Napoli) che raccolse i temi dei suoi allievi. Sono passati 25 anni, Marcello D’Orta, ahimè, è morto e la situazione è probabilmente peggiorata per i suoi alunni, oggi più che trentenni.

Non sono sconfortato dai risultati, ma da come ci si è arrivati. Nessuno degli schieramenti in campo ha focalizzato la sua campagna elettorale sul lavoro, sull’efficienza, sul rimuovere le cause che bloccano gli investimenti. Eppure è il lavoro il primo problema degli italiani e il territorio è il luogo dove deve essere trovata una soluzione.

Una conferma però l’abbiamo avuta:  è inutile sperare che dall’alto arrivino ricette spendibili. Se questo sarà possibile, non sembra essere con questi protagonisti. Quindi dobbiamo sbrigarcela da soli. Non è una provocazione, ma una necessità.

Per poter affrontare il proprio  problema di lavoro e di carriera bisogna pianificare azioni , acquisire modelli, comprare risorse esperte. Pensare ad un “fai da te” è difficile, si rischiano perdite di tempo e brutte figure.

Per valutare come muoversi e quale scelta operare è utile utilizzare una logica make or buy, questo è il mio consiglio per muoversi:

  • Valutare la posizione attuale e ipotizzare il proprio futuro in termini di carriera , il reddito disponibile e il fabbisogno futuro di reddito (make)
  • Ipotizzare la solidità nel tempo dell’azienda in cui lavori e ponderare rischi e opportunità future (make)
  • Stimare le probabilità future di un mantenimento del welfare attuale (make)
  • Acquisire un metodo per far emergere, riordinare e prezzare le tue esperienze (buy)
  • Calcolare il valore delle tue esperienze (make)
  • Raccogliere conoscenze/competenze e dare loro una priorità in relazione ai valori e ai trend di mercato (make e buy)
  • Diventare l’offerta del mercato del lavoro che corrisponde ai tuoi desiderata,
  • Avere un sistema che definisce il tuo posizionamento (buy)
  • Preparare una modalità per soddisfare i tuoi obiettivi futuri e garantire il loro mantenimento nel tempo (buy)
  • Provvedere una modalità che espanda la produttività del tuo tempo a disposizione (buy)
  • Costruire un elenco di aziende target che soddisfano il tuo posizionamento (make e buy)
  • Analizzare a “freddo” la realtà visibile di ciascuna azienda (make)
  • Conoscere dati “liquidi” e non visibili delle aziende target (buy)
  • Informarsi delle problematiche presenti e delle condizioni per la continuità della vita delle aziende target (buy)
  • Preparare il curriculum vitae e la lettera di presentazione adeguata ad ogni singola azienda (buy)
  • Riflettere e valutare su tutte le selezioni a cui hai partecipato e sui risultati (make)
  • Usare il “risk based thinking” per valutare le tue performance selettive, presenti e future (buy)
  • Correggere gli errori di tratto delle tue capacità espressive nei colloqui selettivi (buy)
  • Allenarsi, allenarsi, allenarsi e misurare i miglioramenti della incisività della tua presentazione e delle tue risposte (buy)
  • Resettare e reimpostare la propria presenza sui social (buy)
  • Identificare il network organizzandolo in funzione del posizionamento individuato (make)

 

Questo percorso moltiplica le opportunità e aumenta di molto le possibilità di successo.

Affrontarlo da soli (make) e scoprire la via per comprendere e piegare al nostro obiettivo tutti i cambiamenti già in atto e futuri è possibile, ma molto dispendioso in termini di energie necessarie e rischi di errori. Possono essere molti gli ostacoli, che ci portano a desistere.

Essere aiutati (buy) riduce enormemente gli ostacoli, non elimina l’impegno personale, ma lo potenzia in maniera virale e da sicurezza.

Avanti a Gran Carriera!

 

 

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Stiamo davvero rovinando il lavoro?

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Foto tratta da http://www.cycling-passion.com

 

 

Federico Pace su Repubblica intervista un head hunter di lungo corso. Le risposte di Osvaldo Danzi non lasciano molte speranze, sono crude, le chiamate in correo esplicite. Più o meno, i casi che riporta fanno parte del  vissuto di questi tempi.

Però il suo racconto mi fa anche tenerezza e ritorno bambino, quando tifoso di un grandissimo delle 2 ruote, Gino Bartali “con quella faccia un po’ così” della canzone di Paolo Conte, seguivo trepidante le radiocronache delle sue imprese.

Fatto outing della mia età, ritorno a Bartali, al quale nelle interviste di fine tappa nulla andava mai bene, ma poi il giorno dopo, nelle peggiori condizioni, senza mollare mai, superava l’impossibile  e batteva tutti.

Ecco, da questa immagine dobbiamo ripartire: vincere si può!

Alcuni dei protagonisti principali del mercato del lavoro, quelli che governano le regole, quelli che con i loro comportamenti hanno definito le prassi, non sono più in grado di garantire nulla. Sono più concentrati a difendere le posizioni acquisite e quindi hanno perso la volontà di confrontarsi con il nuovo e di accollarsi il rischio di prevedere gli eventi.

In un mondo sempre più “liquido”, con l’acqua che avanza, cercano stupidamente di accaparrarsi il più possibile delle rimanenti terre emerse, senza adempiere al proprio compito di costruttori di “barche” per “navigare” la complessità dei cambiamenti.

Oggi non è il tempo per “sopravvivere” e la persona (come scrive Danzi) “sta cercando”,  è più avanti delle istituzioni, più pronta delle aziende e delle organizzazioni. Dobbiamo aiutarla, questo è il credo mio e dei miei colleghi.

Ma come fare?

Per prima cosa la persona dobbiamo ascoltarla e aiutarla a decodificare i suoi bisogni, definirne le priorità per far emergere e rispettare l’unicità delle sue richieste. Queste non sono il “libro dei sogni” di un individuo isolato, ma parte di una nuova collettività. Queste richieste non sono pretese , ma  quello che “so e sono”. Fanno parte del valore di oggi per il futuro. Sono la base del proprio posizionamento. Il posizionamento diventa la parte solida in tutta questa incertezza generale, è merce preziosa, che deve essere venduta e contemporaneamente accresciuta. L’esperienza non conta se non è vista in quest’ottica. Esperienza, valore e posizionamento sono la certezza che il “nuovo” collaboratore può garantire all’azienda e contemporaneamente la garanzia per il proprio futuro.

E’ a questo punto che i miei colleghi ed io ci trasformiamo da job hunter a cacciatori di aziende, dobbiamo diventare gli head hunter al servizio della persona. Non con l’ottica di disputare quel poco rimasto di “terre emerse”, ma di conquistarsi il futuro. Qui senza nessun conflitto, a parte quello con le paure nostre e dell’altro, possiamo insieme, la persona, i miei colleghi ed io, diventare nuovi esperti “problem hunter aziendali” e aiutare il cliente a continuare ad essere nel futuro il problem solver con le competenze presenti nel suo posizionamento.

Queste trasformazioni sono urgenti e riguardano il nostro ruolo, non solo quelle delle persone che si affidano a noi. Il “grido di dolore” di Danzi dobbiamo raccoglierlo, come il testimone in una corsa a squadre, e portarlo Avanti a Gran Carriera!

Solo TU sei l’offerta di lavoro migliore

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La “macchina” occupazione non si muove.  Incentivi, decreti e tutte le azioni di sostegno dirette o indirette non hanno prodotto alcun risultato che duri più di una stagione. E’ come se avessimo lavorato sul miglioramento delle strade, nuove regole di circolazione, segnaletiche più moderne, ma manca il “traffico”.

Aziende che aspirano a restare sul mercato sono tantissime. Che hanno chiarezza  del “come”,  di “chi” e “che cosa” hanno bisogno, davvero poche. Si dice anche che  alle frontiere c’è un gran massa di “capitale” e aspetta solo di essere investito. Ci posso anche credere senza passare per fesso.

Le persone che quotidianamente incontro hanno tutte un buon valore ed esperienze interessanti. Gli ingredienti per preparare  piatti importanti ci sono tutti e per tutti i gusti. Quindi il problema è altro, dobbiamo ripensare al sistema nel suo insieme, dobbiamo rimettere mano al motore.

In realtà i motori sono due: le persone e le aziende. Tutto il resto è sovrastruttura, può aiutare oppure ostacolare, ma è inutile se i motori non funzionano.

Imprese ed individui sono molto più simili di quanto ci si potrebbe aspettare. Sono schiacciati dai cambiamenti epocali e continui, sono impreparati, hanno a disposizione nuovi strumenti, ma hanno difficoltà a comprenderli ed usarli.

Una differenza però si sta evidenziando: le persone, in certe condizioni, sono meno lente a ripartire.

I grandi aggregati,  le aziende spendono troppe energie e perdono troppo tempo a difendere le “proprie vite interne”, piuttosto che a costruirsi uno spazio per il futuro all’esterno. Quest’elemento è l’ostacolo maggiore allo sviluppo. Troppe volte sento di dire “questo non si può fare”, troppe poche  volte invece si dice “per fare c’è bisogno di questo e di quello, troviamolo!”.

Le persone delle stesse aziende, una volta di fronte alla necessità, fuori idealmente o concretamente dall’aggregato, scoprono risorse prima inimmaginabili. Inserite in un sistema adeguato e aiutate a far riemergere il meglio della propria storia ed esperienza diventano “oro” per il mercato. Un mercato della persona, che visto con quest’ottica, non è più quello che offre lavoro, ma tutto quello che rientra nel posizionamento della persona. La scelta, individuo e impresa, diventa comune e non riserva negatività future.

Il risultato per l’azienda è presidiato, il valore per il professionista è misurato e riconosciuto.

Un caso che smonta molte credenze e stereotipi di aziende e  individui:

candidato quasi 60enne, lunga esperienza in un settore in crisi, retribuzione elevata. Il percorso ha utilizzato tutti i canali: risposte ad annunci, società di R/S ed HH, networking e autocandidature. I primi due possiamo definire passivi, “cerco l’offerta giusta”, gli altri sono chiaramente attivi “io sono l’offerta”.  Nel primo caso riproducemmo al meglio quello che già si praticava nel passato, nel secondo si è introdotto un capovolgimento di paradigma, pur usando, quando efficaci, metodologie conosciute.

Il risultato. Colloqui: il 20% dai canali “passivi”, 80% da canali “attivi”.

Il successo arriva dall’autocandidatura.

Felicità per il cliente, conferma per noi.

Si è lavorato, con modalità diverse su e con tutti e due i “motori”.

Avanti a Gran Carriera!

 

Cercare lavoro è un lavoro!

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Questo aforisma cominciammo ad usarlo in Italia, tra le società di outplacement poco più di venticinque anni fa, tra la fine degli 80 e inizio dei 90. Sarebbe stato un onestissimo concetto per il marketing educativo, peccato che il marketing fosse ancora indigesto al nostro paese, che il lavoro non fosse la prima delle preoccupazioni degli italiani, che per coincidenze politico storiche il messaggio più diffuso fosse sbilanciato sull’arricchimento più che sul lavoro, sul consumo come identità.

In realtà cercavamo scorciatoie improbabili invece che “vie maestre”.

Nello stesso periodo nacque l’esperienza italiana dell’outplacement per aiutare, su mandato delle aziende, le persone allontanate dalle stesse. Questo servizio non veniva fornito a tutti, ma a discrezione dell’azienda o in base ad accordi sindacali. Era funzionale alla ricollocazione in altre aziende con lo stesso ruolo. Il metro di misura del successo erano i tempi della ricollocazione e il mantenimento o il miglioramento dello stipendio. Di far carriera se ne parlava poco e sempre in termini negativi. Era abbinata a immagini sgradevoli quali “passare sul cadavere della propria madre per…”, “sgomitare per…”.

Nel percorso dell’outplacement venne fuori il “cercare lavoro è un lavoro”, ma era uno stimolo ad agire, che non si traduceva in obblighi vincolanti (la mia concorrente/ amica Gabriella puniva, ritenendo ricollocati, chi superava un certo numero di  assenze ai colloqui  e non chi era “svogliato”).

Le persone si sentivano vittime di un sopruso e percepivano il servizio come un risarcimento, che doveva realizzarsi con un nuovo lavoro.

Noi, Career Counseling,  introducemmo lo scouting per ovviare a questo inconveniente con buoni risultati nell’immediato. Meno interessanti sulle capacità personali future di job seeker. In realtà nessuno aveva preso sul serio “cercar lavoro è un lavoro”, che era rimasta quasi un gioco di parole tra noi addetti ai lavori: outplacer e head hunter “politicamente scorretti”.

Oggi è tutto cambiato.

Il lavoro è diventato il pezzo forte dell’ identità personale. Per questo non può più essere qualcosa di esterno, che altri ti possono trovare. Possono aiutarti, guidarti,sostenerti, ma rimane tuo, interiorizzato come percorso di carriera e che all’esterno ti definisce.

Per questo il lavoro è la prima preoccupazione degli italiani, non solo per la crisi.

Certamente le offerte di lavoro si sono rarefatte e la concorrenza è aumentata. Certamente il rapporto valore/prezzo, che nel passato era abbastanza definito e variava in funzione delle urgenze aziendali, nel mercato odierno è sbilanciato al ribasso sul prezzo. Ma mentre le offerte sono poche, le problematicità delle imprese per affrontare il nuovo sono moltissime e il desiderio di risolverle è alto, pur che appaia conveniente e garantito. Sono aumentate le persone che ritengono l’attuale occupazione non più gradita. Chi è o sta o ha paura di diventare “esubero”, è più interessata a soluzioni e per fortuna è molto più disposta ad impegnarsi.

Per poter gestire queste “novità” occorre un sistema e qui torna utile partire dall’aforisma “cercare lavoro è un lavoro”.  Voglio raccontarvi un caso di due mesi fa.

Responsabile di produzione di una PMI, 40 anni, non laureato, con una carriera partita dal livello più basso, ottime qualità, capisci subito che crede nel suo lavoro e ha la sua identità professionale incollata addosso.  Arriva da me disperato, la sua uscita dall’azienda precedente era avvenuta “sbattendo la porta”, senza preoccuparsi di assicurarsi un minimo di “paracadute”. Passatagli la “buriana”, provocata anche da un difficile carattere, comincia a cercare e contemporaneamente sente tutto il peso della preoccupazione derivata dalla sua identità familiare e personale.  Ovviamente la sua ricerca solitaria non conclude  nulla. Firma con noi il contratto di continuità di carriera il 15 dicembre. Mi dice che non può resistere, che per lui il lavoro è tutto e mi chiede cosa posso fare per ricollocarlo subito. Gli rispondo: “lavora anche le ferie natalizie, noi ti seguiremo. Dopo 2 mesi, se ti sei impegnato duramente, ogni giorno è buono per collocarti”.

Ubbidisce e si concede pausa, più per i figli, solo Natale e Santo Stefano. Mi prende in parola e lo sentiamo e vediamo con molta frequenza. Al 15 febbraio di quest’anno firma un contratto molto interessante che con il variabile (fa parte del nostro metodo) più che raddoppia il suo contratto precedente.

Penso, è stato fortunato, poi rifletto: “No, ha avuto successo, perché ha lavorato come un pazzo e si è lasciato guidare”.
Ecco un caso di “cercare lavoro è un lavoro”, anzi  possiamo andare oltre con  l’aforisma:

“Cerca la tua carriera, agisci, e il lavoro sarà sempre più sicuro”.

 

Avanti a Gran Carriera!

 

 

 

Colloquio di selezione: 3 regole per non fallire

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Il colloquio di selezione rimane, anche nel “nuovo” del lavoro, il punto terminale, la finale olimpica, l’ultima gara per raggiungere il primo successo del tuo percorso futuro. Hai come avversari, non presenti, dei campioni almeno al par tuo.

Qui di seguito, vi suggerisco 3 regole per affrontare al meglio i colloqui di selezione:

 

Prima Regola

Chi ti sta facendo il colloquio non è il tuo avversario. Credere il contrario è dannoso per te, porta fuori strada e rischi di fallire e non avere nemmeno un’esperienza su cui riflettere ed imparare. Non sei lì per selezionarlo, né hai un mandato di “mistery client”.

Seconda Regola

La non presenza dei tuoi possibili concorrenti  è un elemento di difficoltà: non li vedi, non li conosci, non sai i loro punti deboli e la loro forza. Questo è vero solo in parte; se applichi un sistema conosci la tua azienda target, i suoi bisogni, da lì puoi cominciare a  dedurre le caratteristiche dei i possibili candidati.

Terza Regola   

Non cominciare ad avere paura dei probabili pregiudizi dell’altro. Non lasciare che questi entrino in te e diventino tuoi pregiudizi. Preparati ad improvvisare una sceneggiatura che li annulli. Usali per vendere tuoi altri valori.

 


 

Ora vi racconto una storia con persone, azienda, situazioni vere, avvenuta meno di un mese fa e per una parte ancora in corso.

Grande azienda, tra le più famose al mondo, brand che ti mette subito nell’oggi più futuro, ricerca soggetti per posizioni di middle manager.

Visto il tipo di società, l’approcciamo, come società, per capire  se ci sono preclusioni di età, e smentendo i nostri dubbi, non troviamo ostacoli.

Due nostri clienti, una donna e un uomo, pienamente over, hanno le competenze e la storia giusta per il ruolo. Facciamo il normale lavoro di preparazione, forse qualcosa di più, perché l’occasione è fortemente sfidante. Sfatare i pregiudizi, fare l’impossibile è la parte nascosta del nostro dna.

D’ora in avanti non identificherò più i 2 protagonisti, il servizio sta continuando per tutti e due e ciascuno dovrà essere accompagnato fino al successo e alla ripartenza della propria carriera

Anche la ricerca della grande azienda continua.

Valutazione  su curriculum vitae e intervista telefonica sono attraversati brillantemente.  Passano al secondo step, il colloquio di selezione.

Uno lo supera, l’altro no.

Normale, penserete.  Non tutte le ciambelle riescono con il buco.

No! “Il compito” del cliente è riuscire, il nostro non è consolare. Allora insieme scaviamo.

Ovviamente le posizioni rispondevano ai bisogni dell’azienda , una di queste aveva una location un poco scomoda. All’inizio del nostro servizio, nei compiti sul posizionamento della persona,   in generale questo era stato già discusso, affrontato e approvato. Nessuno dei due aveva vincoli insuperabili e pur di “ripartire” erano entrambi disponibili.

Poi, nella preparazione al colloquio, la posizione su cui ci eravamo concentrati era quella un “poco scomoda”. Avevamo anche affrontato il tema di come “bucare lo schermo” dentro un ambiente universalmente percepito “giovane”.

Quindi tutto era pronto. Perché uno è passato e l’altro no?

Scava, scava: uno era “entrato nella parte”, l’altro no. Tutti e due avevano paura di fallire e su nostro suggerimento avevano anche fisicamente “camminato dentro l’azienda” (in questo caso era possibile), uno si è dimenticato di essere “anziano”, ma l’altro si è fatto risucchiare da questo stereotipo.

Al colloquio uno ha venduto entusiasmo, l’altro ha lasciato intravedere sfumature di dubbi. Eppure tutti e due hanno competenze, storia e valore al futuro in abbondanza.

Per la cronaca, la selezione è continuata con uno step molto interessante (si vede che la funzione HR è ben presidiata), che ha ulteriormente “caricato” quello dei  nostri clienti rimasto in “gara”.

Quello che succederà ora non lo sappiamo.

Certamente il primo è ora più forte e ha avuto la “prova provata”, che l’età non è un blocco insuperabile. E’ anche in altre gare,  pur aspettando e sperando in questa “vittoria”.

Con il secondo siamo comunque andati avanti, perché abbiamo capito insieme, che non basta superare una paura al 99% e lavoriamo per guadagnarci anche l’1% mancante. E questo ci serve per proseguire con più serenità il cammino verso il risultato.

Per ora ho finito il racconto, ma necessita una morale. Concludo, anche per far felice un collega che ama gli aforismi, con:

“il successo non è frutto che si colga sull’albero del dubbio”

 

Auguri a tutti i protagonisti di questa storia, a tutti voi, a tutti noi.

Avanti a Gran Carriera!

 

 

Per tutti gli Over, lavoro è sinonimo di carriera!

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Al tempo d’oggi la carriera è il lavoro per tutti i cluster, che vanno dal middle manager al top executive.

E’ ovvio, se sei in “carriera” sei più appetibile, puoi più facilmente essere oggetto di “caccia” da parte di aziende ed Head Hunter. In questo mercato è però una fattispecie sempre più rara, ci sono meno ricerche!

Nonostante esigenze di pubblicità di politici e di privati, il lavoro non è ripartito.

Che il mercato del lavoro sia malato per colpa dei suoi attori è ormai acquisito. Che il sistema agisca scoordinato e le logiche delle sue azioni siano incomprensibile alle persone normali, pure.

Basti pensare all’allungamento dei tempi pensionistici, dovuto a questioni di cassa. Anche se non gradito può essere compreso. Ma come reagire ai  molti casi di operazioni di allontanamenti dalle imprese di dipendenti over 50.

Le aziende adducono ragioni di costo, sottacendo il rischio che la palese perdita d’esperienza avrà sul proprio futuro. Questa politica aziendale è a mio avviso deleteria, ma è una libera scelta.

Nessuno però tiene conto che queste persone sono tra i migliori “clienti” dell’INPS, quelli che versano i maggiori contributi alle casse dell’Istituto e, che ormai rassegnate, sono disponibili ad incrementare il loro “capitale versato” anche per più anni di quelli che avevano previsto. Trovarsi però anche senza lavoro o con il rischio di perderlo, mi sembra troppo!

Chi governa la collettività e decide le regole dovrebbe diversamente intervenire, non basta la busta gialla, e agire per superare questo evidente “farsi del male da soli”.

In attesa che qualcuno svolga meglio il proprio compito è più produttivo per se e per tutti cominciare a “sbrigarsela da soli”.

Riprendendo la perifrasi della caccia, è meglio, che in questa situazione, sia tu ad essere “cacciatore”. Devi avere un sistema, anche in questo caso vale la vecchia regola “chi fa da sé, fa per tre”.

A volte cadiamo nel sogno di avere un forte sponsor, che ci conduca al nuovo lavoro. Non esiste più, è una categoria in via d’estinzione.

Oggi è aumentata l’insofferenza verso tutto quello che può sembrare anche solo una velata raccomandazione.

Quando un amico mi consiglia qualcuno, se è per un aiuto mi impegno volentieri, se è per un’assunzione di cui io sarò responsabile, mi sale subito la domanda “cosa succederà, se poi non va bene? Mi gioco l’amico? Di problemi ne ho già tanti, non voglio averne uno in più” e quindi cerco il modo elegante per svicolare.

Sistema vuol dire non dipendere da nessuno, se funziona non hai debiti, se in corso d’opera non ti soddisfa sai cosa devi cambiare.

Anche quando la carriera l’hai interrotta, il ruolo del “cacciatore” per ripartire è sempre il più produttivo.  Ti tieni attivo e da una immagine di te positiva , simile a colui che è in “carriera”.

Spesso hai bisogno di un esperto, che ti aiuti a chiarire meglio l’obiettivo e a costruire il sistema per raggiungerlo. Se è anche in grado di seguirti in tutto il percorso fino al raggiungimento del tuo successo sei già ”a metà dell’opera”. Tutto il resto è lavoro, lavoro, lavoro, ma il risultato è sicuro.

Oggi è tutto quello che possiamo fare e non mi pare poco.

Avanti a Gran Carriera!

Over 50, over 60…SU LA TESTA!

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A 64 anni si può vincere la Premier League. Il più importante campionato nazionale del mondo del calcio, il più ricco, quello frequentato dagli sceicchi e dai giocatori più forti. Si può vincerlo con una squadra che i bookmaker  londinesi a inizio campionato avevano quotato 1 a 5000. Claudio Ranieri, classe 1951, con l’etichetta di “zero tituli”, affibiatagli da quel simpaticone di Mourinho, è il coach della numero 1 d’Inghilterra.

Faccio outing, sono del Toro e considerato il trascorso juventino di Ranieri non posso essere tacciato di piaggeria con tutti questi complimenti.

Cosa significa tutto questo? Che “la palla è rotonda e quindi può andare dove vuole”?

No. Significa solo competenza, sacrificio, esperienza, continuare a migliorarsi giorno dopo giorno e mai piangersi addosso.

Spesso mi trovo con clienti con profili e storie importanti, che non sanno più muoversi. Che crollano al primo insuccesso, che si sono dimenticati come hanno costruito la loro crescita. A volte mi viene il dubbio che si accontenterebbero di poter ritornare al passato, di mantenere la posizione di allora. Questo non può succedere,  non solo perché il “passato è passato”, ma perché oggi quella opzione non esiste.

Oggi o sali o scendi. E se sei over, questa sì è l’ingiustizia, lo scendere è spesso un precipitare.

La conclusione sia emotiva che logica è che bisogna prepararsi per crescere. Non preoccuparsi di cosa “chiacchierano” gli altri.

Riprendere a crescere ad una certa età è molto interessante e alcune ricerche ci dicono essere pure “vitaminico”.  Il lavoro, i suoi bisogni, non sono evoluzionisti. Sono legati ad un “hic et nunc” del quotidiano e hanno oggi orizzonti temporali molto più ristretti. Essere over oggi può trasformarsi in un’occasione. Una lettrice di un mio post precedente mi scrive “per 28 anni ho lavorato come [….], poi mi sono licenziata ed ora svolgo un lavoro che adoro”.

Parafrasando Claudio Ranieri potrebbe affermare: “la Grecia mi ha licenziato. Ora svolgo un lavoro che adoro e sono…felicissimo!”.

Auguri alla lettrice, a Ranieri e a tutti noi.

Avanti a Gran Carriera!

 

NO al taglio degli over 50!

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Aver superato la cinquantina non significa più cominciare a stare più tranquilli.

Nel passato i figli iniziavano a farsi strada nella vita, la propria attività si era definitivamente stabilizzata, avevi casa di proprietà e a volte qualcosa di più. In particolare nel lavoro, se avevi investito in impegno e serietà, eri in una botte di ferro.  Con un poco di buona salute potevi cominciare a “respirare”.

Oggi è tutto cambiato.

Nei tuoi 50 hai probabilmente i figli che vanno a scuola o comunque ancora a tuo carico, tutto il resto (casa, proprietà, famiglia) è diventato più costoso o pesante. Il tuo barometro personale è passato da sereno stabile ad incerto tendente al peggio, quando non sei già nello “stormy”.

Nel lavoro poi, a partire dal nuovo millennio, per essere più precisi con l’inizio della crisi, tutto il tuo passato fatto di studi, di dedizione, spesso di sacrifici sembra non contare più. Anzi a volte ti fanno credere: “…sì lei è stato importante, ma adesso i tempi sono cambiati, quindi…”  Te lo dicono ormai tante volte o te lo fanno capire, che quasi ti convinci. Ma quali errori hai commesso, dove hai sbagliato, cosa c’è che non va in te?

Nulla!

Nulla che non possa essere corretto e risolto in tempo ragionevole, nulla che ti precluda una continuità della tua carriera. Anzi, hai qualcosa che è assolutamente necessario alle imprese, al nostro paese. L’esperienza , che è l’unica “merce”, che non si può copiare e non si può ricostruire identica, e che trattata a dovere diventa valore e moneta sonante al futuro.

Si deve però uscire da un vecchio e ormai scarsissimamente efficace sistema, dove oggi tu sei la domanda, e dove l’offerta è limitata e troppo spesso sfasata rispetto al tuo profilo.

Bisogna distaccarsi dalla logica del prezzo, perché ci sarà sempre qualcuno più giovane, con il profilo a volte migliore del tuo, a cui andrà benissimo lavorare alla metà del tuo costo. Ma non avrà mai le stesse esperienze e competenze.

Devi lavorare sul posizionamento, che considera insieme valore al futuro, vincoli e compromessi, per selezionare le 20 aziende a cui offrirsi.

Tutto il resto è un duro lavoro di tecniche da imparare e di allenamento ad applicarle mantenendo, in tutti i momenti del percorso di avvicinamento al nuovo incarico, una rigorosa coerenza al nuovo sistema.

Fare tutto questo è faticoso mentre stai lavorando, perché oltre al surplus d’impegno hai anche la realtà di tutti i giorni che ti risucchia verso il vecchio sistema. Farlo quando sei in criticità lavorativa porta con sè l’ansia del risultato, senti sulle spalle pesi che vanno ben oltre a quelli che ti vengono richiesti e hai paura che non possa funzionare.Questi sono i passaggi più difficile da superare, ma ce la si può fare, specialmente se si è aiutati dall’equipe giusta.

Tutto è possibile, essere Over 50 e avere una giusta continuità di carriera  non è poi così inconsueto. Proviamo a renderlo un fatto generalizzato.

Avanti a gran carriera…e buon weekend!