Lavoro: i desideri hanno un valore?

person-1030796_960_720

I desideri sono un fatto personalissimo, quando corri in un rettilineo, possono essere utensili utili, quando “sei nelle curve” sono difficili da gestire ma lo sono ancora di più. Come maneggiarli?

I dati sul lavoro sono ormai oggetto di satira, peccato che siano drammatici per chi lo ha perso, per chi lo vive male, per chi lo cerca e per quei milioni che ne sono legati indirettamente.

Dobbiamo esercitare ogni sforzo per far ritornare i numeri della piena occupazione e per migliorarli nella qualità del lavoro. Non avendo voce in capitolo per le scelte dei vari livelli di governo e preferendo lasciare ad altri questa incombenza, mi concentro su cosa le persone  possono fare e come possono essere aiutate.

Tutti noi abbiamo dei desideri e alcuni di questi riguardano il lavoro. La loro intensità  si rapporta con gli eventi della nostra vita. Una “cosa” quando ce l’hai è normalmente meno desiderata di quando non ce l’hai o di quando la perdi. La mia attività è abbastanza centrata su questo oggetto del desiderio.

Come già raccontato, esistono due tipologie di desideri: quelli reattivi e quelli realizzanti. Questa modalità di classificarli tiene conto dell’altro e del contesto in cui si vive.

Noi siamo ancora indotti a considerare i desideri come qualcosa di intimo e da nascondere. La nostra cultura li considera più una negatività da bloccare o tenere a freno.
Questo non è utile nell’ambito del lavoro, anzi oggi possono servire sempre di più.

Nei periodi storici a noi prossimi, per il lavoro, quello che si cerca nelle persone, superficialmente parlando, ha avuto un’evoluzione ben chiara. Il fordismo richiedeva tempo, forza fisica e ubbidienza delle regole e procedure, successivamente ci si è centrati su competenze, capacità, fedeltà, oggi ti chiedono anche il “cuore”.

Il ”cuore” è un oggetto complesso e dentro ci stanno sentimenti, atteggiamenti, sogni e desideri.

 Oggi siamo nel tempo del cuore, del difficilmente misurabile. Una selezione ha due parti: una prima, che segue una qualche forma e corrisponde all’etimo “selezionare, scartare”, un’ultima che è “scelta” e segue regole soggettive. E’ con questa parte che dobbiamo confrontarci. L’altra, da questo punto di vista è poco più di un banale passa/non passa.

I desideri, se ben governati, possono essere il passepartout per sciogliere nodi complicati della carriera.

I desideri reattivi nel lavoro sono utili per alzarsi la mattina e andare in ufficio, impegnarsi di più se si percepisce o si vuole evitare un possibile giudizio negativo, vanno bene nei rettilinei.

Desiderare uno stipendio o uno ancora migliore, formarsi, fare esperienza e in parte fare carriera, ti servono, ma interessano poco all’altro. Alcune volte lo spaventano.

Formarsi, fare esperienza possono essere oggi indicatori di costi aggiuntivi, di performance non adeguate. Tutti vorrebbero evitarli.

Se sei giovane è scontato che tu non abbia esperienza ed è folle pensare di vendere un tuo limite. Se sei maturo e non hai quell’esperienza specifica, questo si evidenzia già nel tuo CV. La tua presentazione non deve fondarsi sul desiderio di farsela, ma piuttosto sulle tue capacità di adattarti e dare risultati comunque. Ma nelle “curve” sono i desideri realizzanti quelli decisivi.

Un desiderio realizzante, consiglio sempre sincero, può interessare l’altro. Certamente l’incuriosisce.

 Se credi di poter trovare soddisfazione nel chiudere una vendita, se desideri aiutare gli altri in qualche attività, se ti piace una nicchia di prodotti e vorresti essere parte della squadra che ci lavora e ti posizioni e scegli interlocutori che hanno un legame con uno di questi desideri il confronto è più produttivo. Questo significa essere offerta. Ovviamente hai più possibilità se hai esperienza, ma anche costi di più. Se sei giovane, neolaureato costi molto meno.

Propongo un indicatore, che può essere usato da tutti per capire se si vale per l’altro. Se hai di fronte una realtà di servizi il moltiplicatore può variare tra 10 e 15, la tua presenza deve influenzare attività che valgono almeno 10 volte il tuo costo. Se invece è una realtà industriale il moltiplicatore varia tra 15 e 20. Fare questi conteggi non è semplice e devono essere considerati indicativi. Esistono altri fattori sia personali che aziendali che vanno analizzati caso per caso.

Trovare lavoro, cambiarlo è garantito per tutti a condizioni definite. E’ un percorso individuale impegnativo, che va affrontato senza troppi se o ma.

Le aziende che cercano sono pochissime, quelle che hanno problematiche che possiamo risolvere moltissime. La soluzione di questo apparente ossimoro è alla nostra portata. L’impegno personale e il costo hanno un ritorno.

Avanti a Gran Carriera!

Annunci

E’ il valore che determina il prezzo!

price-tag-1240010_960_720

Questa settimana sono usciti i dati italiani dell’andamento del lavoro nel secondo trimestre del 2016, che prevedono riduzioni consistenti di dimissioni (scende ulteriormente la mobilità da posto a posto) e un crollo delle domande di pensione (non si liberano posizioni), e pure quelli della Commissione Europea sui neolaureati, con le comparazioni tra i diversi stati dell’Unione. Il Corriere della Sera di domenica 11 settembre ha dedicato, molto giustamente, pagina 2 e 3 per affrontare il tema dei laureati, di quanto un paese dinamico ne avrebbe bisogno, delle loro storie come dei loro percorsi.

Ivano Dionigi di Alma Laurea denuncia il paradosso di un bene necessario e scarso come la conoscenza, che viene remunerato dal mercato italiano sempre meno. Allarme doveroso, supportato dai numeri,  che deve chiamare in causa tutti: governo, università, imprese e gli stessi giovani laureati.

Il mercato che remunera così poco i giovani laureati è, a mio avviso, solo il”notaio” che prende atto di quanto le imprese sono disposte a pagare quanto offrono le persone. Ci sono altri fattori che influenzano questo scambio, ma quello relativo al “valore al futuro offerto” e il costo non possono che essere di esclusiva competenza della persona e dell’impresa.

Negli anni passati, considerati i margini disponibili e le diverse modalità di vedere il futuro, un giovane era ritenuto un investimento, che forse avrebbe reso in tempi più o meno prossimi.

Oggi si decide partendo da altri parametri e si sceglie sempre di eliminare tutto quello che viene ritenuto un rischio. Un impianto, l’apertura di un mercato è più giustificabile dell’assunzione di uno o più neolaureati.

Questa è una logica discutibile, ma la voce contraria è troppo debole.

E’ vero che assumere neolaureati non assicura il successo nel nuovo mercato, ma, a certe condizioni lo può favorire. Se siamo capaci di scegliere i laureati giusti, con attitudini e conoscenze che possono in breve tempo trasformarsi in competenze velocemente spendibili. Se abbiamo la voglia di favorire il team giusto con quello che già c’è e quello che può apportare il nuovo, le soluzioni sono alla portata di tutti dobbiamo però accettare alcuni cambiamenti di mentalità:

  1. Il giovane non è un investimento e nemmeno un peso, ma serve se contribuisce al successo della scelta aziendale
  2. Sempre meno nella globalizzazione le idee giuste assomigliano a quelle passate
  3. Le idee giuste, tra quelle nuove, possono averle anche i giovani neolaureati
  4. Il costo del giovane deve avere un ritorno adeguato al suo contributo
  5. La forma contrattuale deve rispecchiare questo rapporto.

 

E’ impossibile definire a priori questo costo, ma questa ragione non può bloccare, come i dati ci stanno raccontando, l’ingresso nel mercato del lavoro e le carriere future dei giovani neolaureati disoccupati o precari.

La logica giurisprudenziale del “soggetto debole che va tutelato”, in questi casi, inibisce tutte due le parti. Per superare questo impasse necessitano almeno una competenza in più per parte:

  • Le aziende devono essere capaci di selezionare i giovani
  • I giovani laureati devono proporre soluzioni alla portata alle aziende

 

Anche in questo caso è la persona che va aiutata ad essere offerta, così come va aiutata l’azienda a comprendere quale sia la persona giusta. Per poter aiutare l’azienda a scegliere bisogna conoscerla e conoscere i suoi desideri.

Perché il giovane possa essere offerta non servono idee “geniali”, bisogna riconoscere “l’altro”, mettersi in relazione con quello che si ha e si può dare e saperlo proporre nel posto e momento giusto.

 

Semplice, vero?! Ci vogliono almeno due mesi di lavoro, ma ne vale la pena.

Avanti a Gran Carriera!

La Continuità di Carriera come azione realizzante

position

Ho conosciuto ormai decine di migliaia di manager. Oltre ad occuparmi delle loro professionalità ad un certo momento mi sono interessato alle loro motivazioni e desideri, pur tenendo conto della realtà in cui erano inseriti e dei relativi bisogni. Ho trovato situazioni diversissime: occupati in carriera e non, contenti e non della loro condizione, disoccupati. Ho persino scoperto disoccupati felici; uno di questi è oggi il titolare di una delle maggiori società di head hunting italiane.

Mi  sono chiesto moltissime volte quale fossero i meccanismi che spingevano professionisti a comportarsi a volte in un modo a volte in un altro, che legame ci fosse tra le loro azioni e i risultati e quale fossero le ragioni ultime di successi ed insuccessi.

A rendere più intrigante la ricerca, diventata poi parte importante della mia vita, è intervenuto il cambiamento epocale che tutti stiamo vivendo. Ma questa nuova realtà in cui siamo precipitati è stata utile,  perché ha reso più chiara ogni lettura. Come ho già avuto modo di scrivere, nel mondo del lavoro di oggi o sali o scendi.

Non puoi più stare fermo, vivacchiare o avere un’interruzione e pensare di mantenere o ritrovare lo stesso identico ruolo e compito. Con buona pace di E.L. James tra il bianco e il nero sono sparite quasi tutte le sfumature di grigio.

Ieri, se una persona perdeva il lavoro, voleva cambiarlo o era disponibile a farlo e volevi assumerlo, era giustificato un supplemento d’indagine. La possibilità che ci fosse qualcosa di personale, che non quadrasse, era reale.  Oggi la probabilità che questo sia oggettivamente vero è quasi inesistente. E’ molto più utile indagare sulle motivazioni e più ancora sui desideri più profondi e disegnare con questi la previsione del suo futuro in azienda.

Per questo, occupandomi di carriere e della loro continuità, insisto con le persone sul valore al futuro e sul posizionamento. Nel valore al futuro c’è la garanzia e la volontà al personale di riprodurre i contenuti della prestazione, dentro il posizionamento si offre una mappa del percorso desiderato e del legame con i risultati.

Ora vedo con chiarezza chi potrà avere successo, indipendentemente dai guai in cui può incorrere nella sua vita professionale, e chi invece rischia oggi tempi sempre più critici.

Tutto deriva dai desideri che concepiamo. Se i nostri sono desideri reattivi è improbabile far carriera, ricollocarsi, se i desideri sono realizzanti ogni ostacolo può essere superato. I desideri reattivi, sono quelli che nascono dalla mancanza di qualcosa che è stato importante nella nostra vita passata e che per ragioni diverse crediamo sia insostituibile. Agiamo e ci rappresentiamo spinti da quella mancanza.

Se il nostro lavoro ci ha sempre permesso un buon tenore di vita e ora lo abbiamo perso e il nostro agire è motivato dal desiderio di ritornare a quella condizione, saremo nella peggiore condizione di partenza per raggiungere l’obiettivo. Se la nostra carriera dal momento della laurea in poi è sempre  cresciuta, perché ci hanno cercato imprese e cacciatori di teste e il nostro desiderio è aspettare la prossima chiamata, rischiamo attese più lunghe di quelle che ci sta abituando il Servizio Sanitario Nazionale. Quando poi decidiamo di scodinzolare dietro cacciatore di teste prescelto abbiamo o amarissime delusioni o pochissime offerte sempre al ribasso.

I questi casi tutta la tua energia, i tuoi sensi, sono concentrati sul tentativo di riempire il presunto vuoto, tu diventi sordo e cieco a tutto il resto. Non convinci nessuno e non sei credibile, perché non sei nella relazione. Più rimani in questo stato più perdi identità, e perdere valore ne è  la logica conseguenza. Non cerchi l’altro, in realtà cerchi solo quello per cui ti stai muovendo. Tutto questo è percepito facilmente e ti penalizza.

Tutti i desideri realizzanti ti aiutano, aprono e ti portano al raggiungimento dell’obiettivo.

Se una persona mi avvicina e mi dice: “voglio uno stipendio per poter vivere”, esprimo tutta la mia solidarietà e mi fermo. Ma se mi dice: “voglio lavorare nel tuo settore, perché solo lì mi sento realizzato”, comincio a farle domande e se risponde giusto (per me ovviamente) il rapporto si apre enormemente. Dove si fermerà non lo so, ma non ci sono preclusioni.

Se mi spieghi che vuoi far carriera, mi stimoli a chiederti perché. Voglio sapere le tue skill, sono interessato a te.

In realtà gestendo i desideri realizzanti apri una partita da giocare, con quelli reattivi quando va bene ti fermi; quando l’altro li lega (per sua cultura, ideologia, esperienza) a qualcosa di negativo, ti danneggi.

La carriera è un buon argomento realizzante per la relazione con l’altro. Non deve restare solo, va abbinato al valore e al setting e ai protagonisti della situazione. Insieme, se ben selezionati (posizionamento) danno il risultato cercato.

Avanti a Gran Carriera!

Il brutto tempo atteso…e l’Arca!

tree-and-storm-2

I dati delle aspettative future di imprese e consumatori sono nuovamente orientati al pessimismo spinto. Ci si aspetta sempre meno consumi e in particolare di beni durevoli, meno ordini per le imprese, meno investimenti..

Tradotta con un poco di poetica possiamo immaginare esperti, dati alla mano (per inciso traggono le loro conclusioni dalle nostre risposte), che ci dicono:  “non aspettarti nulla di buono”. Si prevedono terremoti, alluvioni, difficoltà di ogni genere e tutto questo dove noi abbiamo casa, dove noi ci muoviamo e vogliamo vivere anche la nostra vita professionale.

A fronte di queste informazioni, come reagiamo?

  • Il gruppo più numeroso evita di uscire, si chiude in casa e se può entra in clandestinità
  • Un altro gruppo si preoccupa davvero, ma del vicino; sarà sicuramente a lui che succederanno tutti i guai, che ne pagherà le pesanti conseguenze. Se lo incontra, preferirebbe di no, non si sente in pace se non cerca di consolare il “poverino”
  • Una solitaria persona invece si da fare, lavora sodo, pensa a se stesso, alla propria famiglia e…prepara un’arca!

 

arca-noe

 

Scusate, mi son  confuso con il Vecchio Testamento.

Però, forse questa parte dei Libri Sacri conviene rileggerla con attenzione. Credo di non offendere nessuno ai Piani Alti se propongo, oltre alla lettura  del diluvio universale  e della storia di Noè, anche la ricerca di una squadra che aiuti a costruire arche di tutte le misure, per tutte le tasche, che abbia le competenze per viaggiare per mare e sappia leggere segnali, informazioni per una navigazione sicura e, più importante, che faccia parti importanti del tuo viaggio insieme.

Al primo gruppo consiglio di prepararsi ad affrontare il diluvio, perchè ha già cominciato a piovere. Ripararsi nel portone di casa è la peggior soluzione, ha scelto il rischio più grande, essere travolti dalle macerie del palazzo.

Al secondo gruppo ricordo la caratteristica dell’acqua: s’infila da ogni parte. Non bagna solo gli altri, ma carpirà anche voi.

Il professionista, che ha cominciato ad attrezzarsi, anche se partito in ritardo, può fare velocemente un piano per accelerare i lavori.

Nel racconto biblico in apparenza tutto è definito, nella vita reale  c’è maggior libero arbitrio, ci sono più opportunità di salvarsi.

Vediamo cosa ci tira a fondo e cosa può farci vivere al meglio.

Se desidero il passato, il suo mantenimento, non ho speranza. Non solo perché non ritornerà mai più, ma anche perché questa mia volontà mi preclude ogni possibilità di capire, di prepararmi a sfruttare il nuovo nel solco di cosa può interessarmi e può servirmi per un miglioramento del mio modello di vita.  Questo non è il” farmelo piacere”, è affrontarlo in modo adulto e inserire nel posizionamento i propri bisogni.

Il tuo valore, le condizioni per operare, non sono acquisite per sempre, ma sono dimensionali al tempo in cui viviamo, che può avere miglioramenti.

I nostri clienti che hanno il risultato garantito sono quelli che si concentrano sull’opportunità e non quelli che pensano al torto vero o presunto subito. Sono quelli che abbandonano la vecchia saggezza, che è diventata preconcetto, e ricercano nuovi riferimenti interessanti. Nel tempo in cui viviamo prevale il cambiamento sulla continuità. Ma nella prudenza dell’oggi possiamo usare la continuità per sostenere a nostro favore i cambiamenti.

Se vogliamo affrontare l’oggi, abbiamo bisogno di recuperare quello che ci serve del passato remoto (di quello prossimo mi fido poco), ma anche l’aiuto di una squadra tecnica, a cui affidarsi, che abbia ripensato il proprio mestiere e lo sappia fare oggi.

Avanti a Gran Carriera!

La carriera ai tempi del cambiamento

change-948024_1920.jpg

 

Nulla può essere come prima. Tutto cambia, sia in modo diretto che con modalità sotto traccia. Nulla della nostra vita è inattaccabile dalla forza del nuovo. La cognizione che tutto quello che pensiamo resti identico o molto simile a quello che abbiamo vissuto, spesso è la proiezione della nostra paura del nuovo e delle sue  conseguenze, presunte inevitabili e da noi temute come negative.

 Abbiamo difficoltà ad accettare un realismo diretto e a progettare un viaggio nel nostro futuro. Così siamo perdenti, qualsiasi sia la posizione e status da cui si parte.

Tutto questo vale per il mondo della “paura”, che appartiene a noi europei, al Giappone e ancora in parte al Nord America. Gli altri due mondi, della speranza e dell’umiliazione (accettando la classificazione della “Geopolitica delle Emozioni” di Dominique Moisi), vivono diversamente queste problematiche, e i primi hanno risposte più elettrizzanti.

Un realismo ragionato vale anche per  l’ambito professionale e se vogliamo costruire il futuro che ci soddisfa, dobbiamo affrontare un percorso che tenga conto di:

  • Cosa devo mantenere
  • Cosa devo modificare
  • Cosa devo aggiungere

 

MANTENERE

C’è molta “tradizione” da portarsi dietro: personale, collettiva e storica, perché:

  1. Il cambiamento, ancora per alcuni anni, sarà troppo recente per poter essere generalizzato in tutte le direzioni e dimensioni
  2. Del nuovo ci sono solamente le linee guida, tutto il resto è un maturare di nuove esperienze. Le certezze sono ancora tutte da costruire
  3. Si è dentro una “rivoluzione” della stessa portata, ma diversa da quella industriale cominciata nell’Inghilterra alla fine del 600 e che ha avviato l’era che sta morendo
  4. I protagonisti non vengono tutti dallo stesso ambiente e ciascuno porta parti della propria cultura, che a volte diventano fondanti del nuovo, a volte  solo mode passeggere
  5. Nella globalizzazione c’è più fame di soggetti, consumatori e produttori, che di territori. Le persone, siano consumatori o produttori, esprimono ciascuna una propria identità fatta di radici, storia personale e collettiva, aspirazioni individuali, che può essere a certe condizioni un punto di forza e un valore nel nuovo in cui ci muoviamo

 

MODIFICARE

C’è bisogno di specializzazione e di estensione contemporaneamente. Il nuovo in cui viviamo, forzando all’estremo, possiamo considerarlo uno spazio grandissimo per un’enormità di brand, oggi non ancora esistenti, che devono rispondere a bisogni e a desideri di un infinito di individui. Questa definizione di glocal va estesa al massimo perchè:

  1. Il prodotto deve essere rintracciabile e pronto a contenere altri valori oltre a quelli tradizionali di qualità, affidabilità e sicurezza
  2. La competizione, lo sviluppo di territori e tecnica, se non specializzi e innovi, possono renderti superfluo in breve tempo
  3. L’allargamento dei mercati, dei bisogni e dei “bisognosi” creano spazi anche per il tuo personal branding
  4. Il nostro essere è unico ed è qualcosa di più, che va oltre la specializzazione
  5. La velocità è il modo di vivere la globalizzazione e rappresenta la garanzia per la sopravvivenza e la crescita

 

AGGIUNGERE

Il prodotto, come lo abbiamo inteso fino ad oggi, non esiste più, sia nel B2C, che nel B2B. Servizio e marketing sono il nuovo e inseparabili dal “vecchio” prodotto. Il consumatore deve poter entrare nella produzione. La trasparenza è un valore, l’offerta deve farsene carico. Le certificazioni non sono sufficienti, devo poterle vedere realizzate. I richiami di prodotti a rischio non sono più una negatività, ma la garanzia dimostrata che offro realmente quello che dichiaro.

Dobbiamo aggiungere perchè:

  1. Come prodotto noi necessitiamo, per essere riconosciuti e presi in considerazione, di marketing e di servizio
  2. Dobbiamo estendere la nostra professionalità. Non per fare altro, ma per continuare a fare e a dare sempre più valore a quello che siamo
  3. Tutte le nostre competenze, conoscenze e titoli hanno valore solo nella continuità e così possono essere garantite nel futuro
  4. Il privato come dimensione si è modificato, il professionale si è appropriato di spazi che devono essere governati, e come prodotto ti è richiesta trasparenza
  5. Devi essere offerta, perché come domanda non hai più spazi interessanti, e come tale hai regole e richieste diverse a cui devi rispondere.

 


 

Nessun segnale ci fa sperare che il nostro tempo sia meglio del passato che abbiamo appena vissuto. Quei timidi segnali di ripresa sembrano già essersi esauriti.

E’ il caso di considerare che solo quello che possiamo fare come singoli risolva problemi personali e collettivi.

Se vogliamo ripartire nel miglioramento delle nostre situazioni bisognerà aderire a queste tre evidenze:

  • Non possiamo aspettarci nessun aiuto da chi governa la cosa pubblica
  • Dobbiamo riconoscere che il percorso che dobbiamo affrontare è impossibile senza aiuto
  • Dobbiamo comprendere che questo aiuto lo dobbiamo pagare. Dobbiamo investire tempo e risorse economiche

 

Questo è il modo meno oneroso, più consolidante per ripartire con la propria carriera e il più sicuro per mantenere il nostro modello di vita personale e collettivo.

Avanti a Gran Carriera!

Lost Generation: i millennials in cerca di lavoro

cpu millennials

 

Lost generation è la più consona definizione dei “millennials” del Sud Europa.

In una prospettiva tra quello che potrebbe risultare in termini di opportunità del nuovo, dell’ esserci nati e quello che vivono nel quotidiano, il loro barometro sociale tende al peggio.

In un mondo che cambia e che ancora non ha una stabile regolamentazione del potere e dei suoi percorsi, i 25/30enni hanno ad oggi un destino di impoverimento probabile, accompagnato da una declinante speranza di godere di qualche accumulo del passato.

Questo avvio di nuova era ha ampliato il numero di aree geografiche coinvolte nella crescita, ma ha ingigantito le differenze tra gli individui al loro interno. Nel primo mondo (definizione anni 70 dell’area a cui l’Italia apparteneva) questa situazione si rappresenta con la paura di un futuro peggiore per la stragrande maggioranza della popolazione.

A questo dobbiamo aggiungere un alto costo del nostro sistema sociale (al punto che oggi il dibattito è: privilegiamo l’offerta, aziende-investimenti-riduzione delle tasse sul lavoro, o la domanda, pensioni-contratti-salario minimo?) e una convinzione errata di diritti acquisiti. Questi vengono pensati inalienabili invece che giustificati come ritorno in servizi a ogni cittadino, che li ha ampiamente pagati con tasse dirette ed indirette.

Se continuiamo a credere, che evasori (grandi o piccoli che siano) e “timbratori di cartellini in mutande” siano furbi e “beati loro”, dovremo scegliere tra più lavoro e meno pensioni e, di fatto, togliere speranza al futuro di tutti.  E la lost generation, non avendo ne numeri elettorali, nè “prosciutti in cantina” sarà quella che pagherà un costo talmente alto da rischiare di scomparire dalla storia contemporanea del nostro paese.

Quale percorso per uscire da questo vicolo cieco?

Lasciando alla politica la farsa dello scontro generazionale e della “rottamazione”, ci sono molte aree interessanti dove agire per capovolgere questa situazione.

Possiamo muoverci su queste certezze:

  1. l’Italia ha un ampio valore da mantenere e sviluppare nel comparto industriale. La deindustrializzazione e la vendita diffusa delle aziende è la risposta sbagliata
  2. Abbiamo una tradizione nell’agroalimentare ancora tutta da scoprire per il resto del mondo (e non solo)
  3. Disponiamo di un territorio paesaggistico/culturale infinitamente più vasto di quello sfruttato fin qui, malamente
  4. Le generazioni precedenti e la lost generation hanno competenze, conoscenze conciliabili
  5. I modelli di vita italiani, quando sono in armonia con i territori, con pochi accorgimenti, sono sostenibili al futuro e sono già un valore internazionale, che può diventare prezzo, che non sfruttiamo

 

Ciascuno dei punti precedenti apre universi da scoprire e riscoprire, partendo dal mantenere l’esistente, da cosa modificare e cosa aggiungere. La nostra è una realtà che per troppi secoli si è dimenticata della sua storia, quella alta, quella famigliare e personale; siamo sopravvissuti lo stesso accantonandola come un vecchio album di foto da tirar fuori sporadicamente.

Per fortuna la globalizzazione ci obbliga a liberare, rivitalizzare e sfruttare le nostre stesse tradizioni se vogliamo perdurare a noi stessi. I millennials sono la nostra scommessa, e loro devono scommettere sulle due generazioni che li precedono.

Con i miei colleghi, con le nostre esperienze nel mese di ottobre inizieremo un servizio, che guida a livello individuale neolaureati e laureati con esperienze precarie e mira a consolidare la propria storia professionale e occupazionale, per costruire uno stile di vita adeguato al proprio valore futuro.

Personalmente vi chiedo un aiuto raccontando, con casi ed episodi vostri o che avete visto, i cinque punti che ho descritto.

 

Ripartiamo in Avanti, a Gran Carriera!

 

Ripartire con la carriera: il percorso diagnostico

diagnostics

Incontro tutti i giorni professionisti, insieme ai miei colleghi, nelle nostre sedi e via web. Centinaia di persone di valore, che hanno a cuore la difesa della propria esperienza e che vogliono continuare la loro carriera lavorativa.

Tutti mi pongono o si pongono le stesse domande: “che certezza posso avere di raggiungere i miei obiettivi, in particolare la sicurezza di poter mantenere e migliorare il mio attuale stile di vita?”. “Ho responsabilità verso la mia famiglia, tutti i suoi componenti e come  posso rischiare?”. “L’investimento è importante, che garanzie ho di un ritorno positivo?”.

Nessuno ha mai recriminato sulla validità del Sistema, valore al futuro-posizionamento-essere offerta. Tutti hanno apprezzato la differente impostazione, la logica indiscutibile e le novità dell’approccio. Anch’io sento il peso della responsabilità che mi prendo nella nostra proposta ed esigo la certezza del risultato del nostro lavoro.

Per esserne sicuro prendo a prestito dal mondo medico una pratica obbligatoria per garantire le risposte e la coscienza professionale: il Percorso Diagnostico.

Fortunatamente, a differenza di un medico, l’esito può essere assicurato a condizione che il processo venga condotto correttamente.

In più, rispetto alle normali terapie, il Sistema si è rivelato, nella realtà agita, autoadattabile a tutte le novità individuali e di contesto generale.

 

Ad esempio, il nostro cliente, arrivato disperato con il bisogno di uscire ad ogni costo da una multinazionale dal clima interno insopportabile, oggi si ritrova talmente rafforzato, in linea con uno dei risultati del Sistema, da decidere lui, rispetto alle sue convenienze, tempi, direzione e modi del suo cambiamento.

Oppure quell’altro professionista con una scadenza molto sfidante definita temporalmente di riposizionarsi, l’ha risolta puntualmente seguendo rigidamente il processo e le mie istruzioni.

Il percorso diagnostico medico prevede la presa in carico della persona e del suo problema, la definizione dl possibile iter nel sistema sanitario e nel suo contesto di vita, gli interventi multi professionali e multidisciplinari, il tutto per diminuire (nel caso medico) la possibilità di errore.

Noi possiamo eliminare questa possibilità a condizione di lavorare insieme con il possibile cliente, già prima del servizio, nella definizione dei suoi obiettivi, del suo contesto personale, famigliare e lavorativo e delle credenze che lo sostengono. A questo serve il nostro primo  colloquio conoscitivo.

Ma verremmo molto aiutati, se la persona si preparasse preliminarmente.

Nella mia esperienza gli ostacoli al raggiungimento del risultato sono due:

  1. Una scarsa o esagerata valutazione delle proprie esperienze e del proprio valore
  2. Una profonda convinzione delle proprie credenze, nonostante evidenze palesi.

 

Nel primo caso l’esperienza di questi ultimi anni mi riporta una prevalenza schiacciante di scarsa convinzione di sé. In pratica la persona conosce benissimo la sua storia e i suoi valori, ma va in tilt quando deve farne la somma. Questo è dovuto agli ormai otto anni ininterrotti  di crisi e al vissuto personale nell’attuale agonico mercato del lavoro.

Nel secondo caso le credenze, quello che ciascuno pensa essere vero, sono molto più invalidanti e subdole. E’ chiaro che nella globalizzazione le aziende possono garantire solo il “qui e ora”, indipendentemente dalla dimensione, dal settore e dalle leggi nazionali (ultimo, il caso Deutsche Bank docet), che i singoli stati non sono più in grado di agire, come se fossero pienamente indipendenti.

Eppure molte persone in gamba, colte e preparate continuano a pensarla così o peggio per il risultato, a esserne convinti razionalmente, ma poi recedere quando si trovano di fronte a una scelta importante che genera impegno o in momenti fortemente stressanti come un colloquio d’assunzione.

Quando c’è troppa ansia la nostra mente si concentra (peggio,va in paranoia) solo sul traguardo perdendo di vista tutta la pianificazione di azioni mirate, coordinate e programmate insieme.

Un filosofo terapeuta del secolo scorso affermava “la mente, sola, mente solamente”. Nella mia vita lavorativa quotidiana ho troppi riscontri che mi confermano questa affermazione forte.

La certezza del risultato può esistere solo se si è convinti che:

  1. L’unica sicurezza, che funziona oggi, è quella che deriva dalla propria storia, dalle scelte e dalle azioni
  2. Interventi esterni, quali raccomandazioni, segnalazioni, sollecitazioni rischiano di essere nella gestione pratica più dannose che utili
  3. La certezza dell’obiettivo si raggiunge con una progettazione precisa, una programmazione adeguata, un allenamento continuo e una attenzione, meglio se maniacale, dei particolari
  4. La complessità del contesto in cui operiamo è tale che richiede un supporto professionale qualificato
  5. Una presenza adeguata, attenta e costante sui social è utile alla continuità nel tempo della sicurezza dei risultati

 

Queste sono le condizioni che garantiscono il successo. Il tempo per raggiungerlo dipendono dal punto 3 e 4.

 

Io sono interessato al successo dei nostri clienti e al moltiplicarsi del numero di persone e società, che applicano il nostro Sistema. Il numero di chi mi legge è sempre più alto e ringrazio tutti . Posso garantire loro che continuerò a riportare le mie esperienze e quello che vedo e pratico.

Buona giornata, a venerdì prossimo e

Avanti a Gran Carriera!

 

 

 

 

SI PUO’ SALVARE LAVORO, SI PUO’ FARE CARRIERA CON IL MARCHIO CE

Nel nostro ufficio di Torino abbiamo un videocitofono acquistato 2 mesi fa. La marca più prestigiosa in Italia e non solo, una sorta di Coca Cola del settore, conosciuta e diffusa nel mondo. Per il nostro lavoro accogliamo manager fuori dagli orari canonici, nulla di strano: dopo le 19, il sabato mattina etc…

Da quasi subito percepivamo che qualcosa non funziona. Sentivi la voce, vedevi la persona poi dopo un troppo tempo il tizio arrivava (siamo al 1° piano). Anche tra di noi succedeva nella pausa di mezzogiorno lo stesso problema, ma ci si dava reciprocamente la colpa: “Sei sbadata”, “alla tua età non sai usare bene la C – S”; “Testone, dimentichi sempre il codice di chiamata”. Alla fine, un nostro cliente ingegnere (benedetti gli ingegneri!) sentenzia: “Il vostro citofono non funziona!”. Per fortuna in CC Global vale la regola del “cliente ha sempre ragione” e chiamiamo l’elettricista dello stabile (prima stazione della Via Crucis superata brillantemente in 2 giorni).

Il tecnico sentenzia: “è difettoso, per fortuna è ancora in garanzia; tranquilli (nostro sospiro di sollievo), devo passare in azienda per altro materiale (lo guardiamo e non ci scatta il sentimento del mal comune mezzo gaudio), tempo 3 giorni lavorativi, che la casa produttrice, per caso sempre torinese, me lo renda (seconda stazione della Via Crucis) e poi lo reinstallerò.” (terza stazione della Via Crucis).

Dopo un settimana abbiamo di nuovo il nostro bel video citofono e siamo convinti di averla scampata. In fondo a nostro Signore di Stazioni ne sono capitate 14, a noi solo tre e mezzo (dimenticavo due persone per smontarlo e due per rimontarlo) e di drammaticità ben diversa.

Conformité_Européenne_(logo).svg

Ma poi raccogliendo la spazzatura ho visto il marchio CE, ormai più citato e famoso di Gucci e Armani messi insieme, quello su cui la nostra industria pone tutte le sue speranze di crescita e di sopravvivenza e mi sono ricordato della nuova quindicesima Stazione della Via Crucis, la Resurrezione. Le mie competenze in materia si fermano qui.

Restando su temi terreni chiedo cosa si può fare? Rimango un fermo credente, il bollino CE, ci può tirare su, ma non con situazioni che vi ho descritto e vissuto.

Allora come?

Un ingegnere, giovane ma già con ruoli importanti, che apprezzo per la sua open mind, Luca Vescio ha cominciato a scrivere sul suo blog Aspettando Lunedì”. Giro a lui e a tutti gli uomini prodotto come lui la domanda. Scrivetemi, anche alla mia mail personale. Tante persone sono a rischio e molte aziende possono chiudere se non diamo valore al futuro (scusate l’insistenza) ai nostri prodotti.  Molti di voi sanno, nel loro individuale,  cosa fare. Proviamo  a mettere tutto insieme.

Sono certo che otterremo risultati sia per i singoli,  per le imprese, ma anche per chi si impegna nello studiare il cosa fare.

 

Avanti A Gran Carriera!

Con il valore al futuro, trovare lavoro è più semplice!

resume

Per avere la certezza di trovare un buon lavoro, migliorare la carriera e aumentare la sicurezza  si deve cominciare dal valore al futuro.

Valore al futuro è la proiezione di quello che tu sei certo di poter fare, e dei risultati che potrai ottenere in realtà aziendali che abbiano problematicità e obiettivi a te familiari. Questa certezza viene dalla storia passata, dai problemi con cui ti sei confrontato e hai risolto o hai capito come risolvere. 

Per costruire la base della tua ricerca è necessario che tu faccia una diversa ricostruzione della tua vita professionale. Il curriculum vitae, nei differenti format  che oggi sono consigliati e anche offerti sul web, non è più una base utile per impostare il tuo valore.

Il CV ha risposto ai bisogni di un’epoca, che è durata per più di cinquant’anni. Lungo tutto questo periodo era prevalente il bisogno di sostituire e di duplicare mansioni. In tutta l’Europa Occidentale e negli USA lo sviluppo economico è stato impetuoso e c’era fame di tutti i diversi tipi di figure professionali: tante e con urgenza. Il CV è stato usato come un passa/non passa per rendere veloci le ricerche. Per questo la sua lettura si è molto focalizzata sull’ultima esperienza.

Le persone sono state spinte a perdere interesse al proprio valore: era molto più concorrenziale il “prezzo” che veniva offerto. Ancora oggi ho professionisti, anche ben pagati, da molto in azienda, che mi chiedono di fornirgli un servizio, che  certifichi solo il proprio  prezzo sul mercato. Sono sempre imbarazzato a rispondere “ mi faccia la seconda domanda, allora avrà senso la mia risposta!”.

Se non si riparte dal valore, definito dai passati risultati e dalla parziale garanzia, a proprio rischio, di altrettanti o migliori nel futuro, il prezzo lo farà il mercato con un esito, per  le poche offerte presenti, scontato al ribasso.

Perché conoscenze, competenze e in particolare esperienze diventino valore al futuro, dobbiamo seguire un metodo che le trasformi in racconto comprensibile all’interlocutore e che indichi un metro di misura confrontabile con il costo che noi riteniamo congruo al nostro valore. Bisogna poi verificare una sorta di R.O.I, diverso per tipologie di funzioni e settori, che soddisfi l’investimento dell’azienda.

Definito perfettamente il proprio valore al futuro abbiamo reso semplice tutto il percorso successivo. Semplice non è il sinonimo di facile, vuole solo dire che il primo risultato è certo.

Il tempo per il suo raggiungimento è conseguenza di quanto impegno ci si mette per raggiungere la perfezione  nella definizione del posizionamento, nella determinazione con cui ci si definisce offerta nelle aziende target e “last not least” nella perfezione che si raggiunge nella preparazione del colloquio di selezione. Ci arriveremo nei prossimi post.

Nel frattempo, Avanti a Gran Carriera!

E’ Milano la bandiera blu della carriera

Duomo_Milano

La lunga crisi ha picchiato duro e questo si è percepito molto nelle aree più attive ed industrializzate.
Lasciando perdere i dati degli economisti, che come categoria in questi anni hanno meritato il “tapiro d’oro” per previsioni e contributi e partendo dalle mie esperienze e osservazioni, posso affermare che quelle aree del nostro Paese che ci avevano abituati nei decenni passati alle migliori performance (e che erano più esposte alla competizione mondiale) sono state le più colpite. Quelle stesse che hanno dovuto finanziare, nonostante i crolli di utili e guadagni, un settore pubblico oneroso ed improduttivo ed un’illegalità, non solo fiscale, crescente.

La crisi ha avuto effetti collaterali pesanti sulle carriere delle persone. E’ stata usata per bloccarne il riconoscimento formale, sia in termini di ruoli che di retribuzione. Essa ha comportato anche allargamenti orizzontali delle mansioni ed estensioni non riconosciute di responsabilità.

Questo fenomeno ha coinvolto tutte la attività, escluse quelle pubbliche toccate solo marginalmente per i mancati rinnovi contrattuali, e ha creato insoddisfazione e guasti con reazioni differenti per fasce d’età, per professionalità e per aree geografiche.
Le maggiori città del Nord hanno pagato i prezzi più elevati. La presenza di forti realtà industriali simbolo, da elemento di sicurezza è diventata un danno. Tutte le scelte di queste imprese e i loro guai si sono amplificati nel territorio con effetti epidemici per le altre attività. Solo Milano, con la sua multiculturalità e multisettorialità, ha retto e gestito meno peggio questi otto anni bui.
Le professionalità più colpite e su cui si sono rovesciate le conseguenze peggiori della recessione sono state quelle dei manager e del reddito medio alto, sia per il crollo di aspettative future, che per l’alto rischio di conseguenze, anche drammatiche, nei casi di cattive performance aziendali.
Questo pericolo si è ingigantito per le fasce d’età over 50 per ragioni di costo e per pregiudizi senza fondamento, ma molto diffusi sulla previsione di risultati prevedibili del personale più anziano.

La tematica del costo del lavoro, in questo caso, appare una ovvietà, quasi insultante, ed è l’indicatore di una scarsa qualità di governo del sistema e delle aziende o il paravento di ben altre responsabilità. Il costo/ora nei diversi paesi europei è certamente il più alto, ma il bollino CEE è ricercatissimo. E’ diventato una griffe molto ambita, ne fanno fede tutte le contraffazioni, alcune anche semilegali, che avvengono intorno a questo marchio.
La scelta di aumentare qualità e contenuti dei prodotti/servizi e al tempo stesso l’efficienza del sistema Italia è stata troppo timida e ostacolata da troppi “se” e “ma”. La Germania e le aziende tedesche, che hanno seguito questa strada senza tentennamenti, sono state immuni da tutti i nostri guai e possono considerare gli ultimi anni tra i migliori della propria storia, nonostante il più elevato costo del lavoro.
Ma le competenze e le esperienze dei nostri manager e delle persone sono rimaste alte e possono crescere ulteriormente. Da questo dobbiamo ripartire.

Nella crisi il valore di quella parte dei nostri dirigenti, quadri e professionisti, che non si è lasciato coinvolgere dal lassismo del nostro sistema, è aumentato. Quelli che avevano esperienza l’hanno ulteriormente accresciuta, quelli che ne avevano poca , se l’hanno voluto, se la sono fatta.

E’ ora possibile e necessario riconoscere questo nuovo valore, piegando il mercato del lavoro malato di prezzi bassi e di scarsa qualità e ricostruendolo.
Il sistema c’è e parte dall’esperienze trasformate in valore al futuro, dalla ricerca del proprio posizionamento ottimale dove avere la migliore performance e la certezza di risolvere problemi dell’impresa e dal trasformarsi in offerta per il successo delle aziende.
L’abbinamento valore/problema da risolvere è la sfida su cui scommettere. Ma è anche l’unica strada per garantirsi crescita e sicurezza.
Milano e i suoi manager e quadri sono la realtà più pronta ad accettare questa sfida e a ricongiungere due generazioni, che possono trainare la nostra ripresa: 40/50enni con nuova esperienza e over 50 con un nuovo valore al futuro.
Avanti a Gran Carriera!